Buon Anno! E Te Deum! Quel che si vorrebbe e quel che si può

Quanta aspettativa per il Nuovo Anno!

Il bello è proprio questo: mettersi nella posizione di attendere qualcosa, di protendersi verso una novità. Di aver voglia di cambiare. L’occasione c’è stata a Natale, la premessa pure, sempre se avvistata e compresa.

Può essere grande o minuscola, l’aspettativa. Non importa. È sempre qualcosa che entra nella vita e con cui fare i conti.

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Mi piacerebbe che i bambini delle elementari – scrivo coscientemente «elementari» – possano, nel centro storico di Fermo così come negli altri piccoli comuni, andare a scuola da soli, camminare lungo i marciapiede sgombri di auto, salutare gli altri bambini, aspettare chi è in ritardo o si stia allacciando le scarpe, mostrare per strada l’ultimo libretto illustrato.

Mi piacerebbe che i vecchi sedessero alle panchine del Girfalco senza essere insufflati di gas di scarico delle auto, che le vie del centro – Lattanzio Firmiano su tutte – non fossero piste da corsa ma luoghi di passeggio tranquillo.

Mi piacerebbe che il direttore di banca valutasse ben bene il progetto del piccolo imprenditore agricolo o manufatturiero, o artigiano, e dicesse sì al finanziamento della buona idea senza ricorrere ai parametri computeristici di Basilea 1 2 3 4, sempre che Basilea ancora esista.

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Mi piacerebbe che il Gal guardasse con attenzione a quanti operano con efficacia nella Terra di Marca, e li avvicinasse per primo senza tema di contraddire i nuovi schieramenti feudali.

Mi piacerebbe che venisse premiata la gente comune: il fornaio che si alza alle quattro, lo spazzino che grosso modo inizia alla stessa ora, la mamma che non dorme per la tosse del figlio nato da poco, il babbo che lavora nel campo, o il laureato sbarcato all’estero in cerca di fortune migliori. Quella gente che tira il Paese senza listini di borsa e ha ancora un sorriso per figli e nipoti.

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Mi piacerebbero meno conferenze stampa, meno foto schierate, meno politici e avvocati sorridenti anche in momenti di dramma. Meno réclame di atti filantropici e vetrine di effimeri successi.

Mi piacerebbe che quei sindaci senza clamore abbiano per primi le maggiori attenzioni del dopo sisma.

Mi piacerebbe che le crepe di San Leonardo fossero sanate come emblema della ricostruzione e del rispetto della montagna; che l’Infernaccio torni ad aprirsi pur nella sua ormai irreversibile trasformazione.

Mi piacerebbe l’umiltà dell’humus, la concretezza della terra, quando il seme è germogliato e inizia a fiorire, con la pazienza conseguente che è l’opposto del fertilizzante chimico.

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Soprattutto, mi piacerebbe ricordare sempre quel che scriveva dalla prigione Antonio Gramsci, mandando il suo buon anno: «Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno».

Mi piacerebbe, come per i Magi venuti dall’Africa, dall’India e dalla Persia, che la vita mutasse. Loro videro a Betlemme una vita e una morte. La vita del piccolo Gesù, la morte del vecchio sistema.

Scriveva Gilbert Keith Chesterton: «L’obiettivo di un nuovo anno non è avere un nuovo anno. È che dovremmo avere una nuova anima e un nuovo naso; piedi nuovi, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi».

Te Deum, e grazie per quel che di bello Qualcuno mi ha fatto scorgere nelle cose piccole.

Buon anno!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino di venerdì 30 dicembre 2016

#sibillini #Chesterton #Fermo #Antonio Grasci #annonuovo

“Il Natale di Tommaso”. Il racconto che dedico a tutti gli amici

Tommaso non amava lasciare la bottega e il borgo di collina.

C’erano state però giornate talmente strambe, a fine ottobre e ai primi di novembre (neve, forti venti, mareggiate e sole quasi estivo), che la curiosità l’aveva spinto lungo la costa.

Aveva passeggiato a lungo tra Pedaso e Porto San Giorgio, in riva al mare, evitando i detriti portati dalle acque.

Passeggiato, pensato e sognato.

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Lui era così: introverso, riflessivo, malinconico, tradizionale, conservatore. E molto anarchico. Molto. Possedeva un fiocco nero: una specie di cravatta, che indossava quando sapeva di incrociare le processioni religiose.

Anche se, c’è da dire, che ormai se ne facevano ben poche, di processioni.

Difficile mettergli la museruola.

Non alto, tarchiato, non troppi capelli, viso largo, aveva le mani d’oro e l’intelligenza acuta.

Avrebbe potuto fare ogni tipo di mestiere, di professione. Ogni tipo di carriera. Quindi soldi. Quindi successo.

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Invece, aveva scelto l’arte del falegname, meglio: del restauratore. E proprio in un momento in cui gli oggetti si producevano in serie, industriali, tutti eguali, da consumare in fretta e buttare con altrettanta fretta.

Economicamente una pessima scelta…

Poco male: lui era per la concretezza, per la fatica fisica, per la parsimonia.

E per il lavoro: quello vero, quello che esce dalle mani delle persone, ripeteva.

Forse anche per questo non aveva formato una famiglia.

Viveva con l’anzianissima madre.

Un giorno, da giovane studente – non che ora fosse vecchio -, s’era visto riflesso in una vetrina del corso: passo rapido, quasi fuggente, una mezza corsa.

Guardandosi, s’era chiesto dove cavolo – non disse esattamente “cavolo” – stesse andando con quella furia, dove stesse dirigendo la sua vita, cosa potesse realizzare di sé.

E proprio in quell’attimo la scelta fu conseguente: Artigiano.

La sua bottega profumava di colla, olio ed essenze varie.

Quel giorno al mare, rifletteva sui significati.

Natale si stava avvicinando con tutti i suoi orpelli: luci false, acquisti falsi, vendite false, messaggi a iosa su WhatsApp. Falsi anch’essi, perché deteriorati e al netto di calore umano. Senza fisicità, cioè, e senza più alcun abbraccio.

Auguri di che? Buon Natale di che? Maiuscole di che?

Gesù, Betlemme, la Chiesa, i pastori… ma va là. Storie da mocciosi cui neppure i mocciosi credevano più.

Poi c’erano certi preti… i soldi, il potere… Lasciamo perdere… Meglio tenerli alla larga.

Diffidare, per proteggersi.

D’altronde i preti ebrei, pur sempre preti, avevano messo in croce Cristo.

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Questo, Tommaso lo ricordava bene dalle sue letture: i preti avevano fomentato la folla chiedendo libero Barabba: perché Gesù li aveva messi in un angolo, li aveva sputtanati.

Sputtanati quasi quasi come Francesco (primo) e Francesco (secondo), l’attuale.

Quel tronchetto era strano. Sembrava un gomito.

Un grosso gomito di un grosso braccio umano.

Si fermò a rimirarlo.

Il “gomito” era spiaggiato chissà da dove.

Chissà da quale terra, da quale pianta, da quali storie.

Tommaso si abbassò e lo prese in mano.

Tolse la prima patina biancastra: quella specie di lanuggine un po’ vischiosa.

Il mare era azzurro.

Il legno asciutto: né secco né marcio. Era giusto.

Giusto per cosa, Tommaso non lo sapeva.

Ma lo sentiva giusto.

Lo rivoltò più volte.

Lo staccò più lontano dalla vista, lo riportò più vicino agli occhi.

Lo soppesò a ripetizione, neppure fosse oro.

Alla fine lo mise nello zainetto e se ne andò di corsa.

Gli urgeva tornare al laboratorio.

Di quello strano gomito si ricordò durante il pranzo della Vigilia di Natale.

Sedeva da solo, sua madre aveva già mangiato.

In tavola c’erano spaghetti al tonno e pesce per secondo. Nel bicchiere un ottimo bianco passerina.

Il gomito gli venne in mente – strana associazione di idee – perché, tornando a casa, aveva visto un presepe ancora in fieri.

Lo stavano allestendo i chierichetti guidati dal parroco. Ancora un prete…

Aveva sbirciato passando oltre senza salutare alcuno.

Tommaso non aveva messo addobbi, forse più tardi avrebbe attaccato la presa dell’alberello cinese acquistato per la madre.

Tanto c’era la televisione con le sue feste indotte e garantite.

Il pomeriggio del 24 staccò il cellulare ma non fece la consueta pennichella pomeridiana.

Sentiva un’ansia. Un rimescolio dentro. Un rovello, quasi una macinare.

Eppure, non aveva mangiato troppo, e il pesce è leggero…. Quel pezzo di legno buttato chissà dove nella sua bottega era come se lo stesse chiamando.

E involontariamente rispose. Prese le chiavi ed uscì.

Colto come da un fremito incontrollato buttò all’aria seghe, tavole, pialle, spalliere di letti, cornici dorate. Alla fine: eccolo.

Lo ritrovò in un incavo del muro, quasi dritto.

Gli venne da sorridere.

Tutto ‘sto casino per un… pezzaccio di legno inutile. Inutile?

Lo trasse via, lo spolverò, lo capovolse e ricapovolse, come a cercare una posizione. Quella giusta.

Lo mise nella morsa… e lo fece dolcemente.

Non lo strinse troppo.

Anche lo scalpello non fece male.

Anche la pialla non irritò, anche il coltellino non incise a fondo.

Più lavorava e più voleva farlo.

La materia si plasmava quasi da sola.

Più incideva e più scaturiva una forma.

Una forma umana. Un bambino. Nudo. Gaio. Felice.

Un neonato.

Quando guardò fuori era notte piena.

Avvertì le campane. Suonavano la notte santa.

Si scrollò di dosso la polvere, indossò il vecchio loden verde marcio.

Era un cappotto largo, tanto largo da ospitare un bambino, come a proteggerlo, riscaldarlo, tenerlo… vicino al cuore. Ripassò davanti al presepe che prima era in costruzione.

Lo avevano terminato.

Si fermò. C’erano tutti i protagonisti: il bue, l’asinello, Maria, Giuseppe, i pastori.

Mancava il neonato.

L’avrebbero messo in gran pompa dopo la mezzanotte.

Si poteva far un dispetto al prete.

Cautamente, tolse da dentro il loden il Bambino del gomito. Si guardò in giro: nessuno.

Lo depose nella mangiatoia.

Lo sistemò cercandogli la posizione più comoda, spostando un po’ più a destra un po’ più a sinistra, come fosse un bambino… vero.

Lo coprì pure con un panno che s’era portato appresso… per ripararlo dal freddo.

Lo fece con rispetto. E con due lacrime che, porca miseria – non disse miseria -, non riusciva a trattenere.

Gliel’aveva fatta ai preti, ancora una volta.

Ma stavolta era felice. Felice sul serio.

Non tornò alla solitudine di casa.

Dalla chiesa del monastero giunsero echi di angeli.

Le monache cantavano: voci di giovani.

Il profumo d’incenso gli ricordò l’infanzia.

Gli ricordò… l’attesa.

Salì le scalette, aprì il portone: una folla.

Entrò.

Sull’altare qualcuno gli sorrise.

Assomigliava a un bambino. Il Bambino del gomito.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino di venerdì 23 e sabato 24 dicembre 2016

#Natale #destinazionemarche #tradizione #artigiano #GesùBambino

#AdolfoLeoni


Fermo. Presentato il libro di don Peppe, giovane sacerdote di… 92 anni

La notizia è che c’erano cinquecento persone presenti in chiesa; che si presentava un libro e, soprattutto, che a scriverlo è stato un giovane sacerdote di… 92 anni.

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Don Giuseppe Paci li compirà tra qualche giorno (è nato a Porto San Giorgio l’otto gennaio del 1925). Negli ultimi dieci mesi ha realizzato il volume dal titolo «Un territorio, due contrade, una Comunità». È la storia di due località fermane alla destra del Tenna: Molini e Girola, e della chiesa e parrocchia di San Giovanni Bosco dove don Don Peppe è stato parroco per decenni: dal 13 ottobre 1963 al 7 ottobre 2001. Un parroco che s’è fatto amare da giovani e adulti. La foltissima presenza domenica scorsa ne è rivelatrice.

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«Sono stanco, frastornato ed emozionato» ha esordito il sacerdote, che ora vive in Seminario, dopo i saluti rivoltigli dal nuovo parroco don Luciano Montelpare, dal sindaco di Fermo Paolo Calcinaro e dal vicario generale della diocesi fermana don Pietro Orazi. Accanto a don Peppe sedeva Leonello Alessandrini, parrocchiano, impegnato nella Cavalcata dell’Assunta, socio de Le Grafiche Fioroni che hanno pubblicato il libro. 223 pagine, 300 foto, il racconto di un territorio, della sua gente (facendo nomi e cognomi), di iniziative fatte e di quelle in corso, di piccole imprese e di grande lavoro.

Proprio al lavoro, parlando del Bacologico, della Cartiera, dei Molini, del Linificio, delle centraline elettriche, don Peppe concede ampio spazio. L’anziano sacerdote ha avuto un interesse grande a questo mondo. Perché il lavoro è la stoffa degli uomini, li rende co-creatori: longa manus del Padreterno. D’altronde, una parrocchia che si rifà a San Giovanni Bosco non può essere altrimenti. Il santo torinese ebbe speciale attenzione al lavoro, specie giovanile: una modalità non solo per dare pane ai suoi ragazzi ma anche un modello educativo. E anche l’arcivescovo Perini, quando nel 1963 benedì la posa della prima pietra dell’attuale chiesa, ai salesiani si rifaceva avendo lì studiato da ragazzino.

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Non sono mancati approfondimenti sull’ex campo di concentramento – linificio prima e conceria dopo – e sulle iniziative sportive e ludiche.

Prima della conclusione, i giovani della parrocchia hanno dedicato al sacerdote, proiettandolo, un simpaticissimo video. Il ricavato del libro andrà al missionario Antolini per la realizzazione di un ospedale in Africa.

di Adolfo Leoni

#Fermo #destinazionemarche #molinigirola #LeoniAdolfo

Il Dolce del… carcere. Biscotti natalizi a conclusione del corso per aiuto pasticcere. A Fermo

L’articolo 27 della Costituzione italiana è chiaro: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Lo dice la legge, è un fatto di civiltà. E alla rieducazione dei detenuti possono contribuire anche i corsi. Come quello di aiuto-pasticcere che si è svolto – primo nelle Marche – nell’Istituto di pena di Fermo.

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Sabato scorso, dinanzi al prefetto Mara Di Lullo, al direttore del carcere Eleonora Consoli, al sindaco di Fermo Paolo Calcinaro, al vice sindaco di Montegiorgio Michele Ortenzi, al dr Nicola Arbusti, al rappresentante della Caritas Stefano Castagna, ai vertici della Polizia penitenziaria, ai componenti il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea è stato presentato il «Buono dentro», una serie di biscotti che un gruppo di detenuti ha realizzato dopo aver seguito un corso tenuto dal pasticcere Paolo Totò e dagli chef Benito Ricci e Sandro Pazzaglia del Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea. Due mesi di impegno dove, oltre all’attività in cucina, sono state tenute anche lezioni teoriche proposte dal dr Paolo Foglini, diabetologo.

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Già lo scorso anno i mesi di ottobre e novembre avevano visto la partecipazione dei detenuti ad un altro corso: quello per aiuto-cuoco.

Entrambi i progetti avanzati dal Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea sono stati sposati dai vertice del carcere e sostenuti dalla Fondazione Caritas in Veritate.

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La piccola produzione – 60 sacchetti distribuiti come omaggio alle autorità locali – è stata possibile grazie ad una rete di solidarietà promossa dal Laboratorio della Dieta. La Distilleria Varnelli Spa – rappresentata in conferenza stampa dalla dott.ssa Carla Epifani – ha messo a disposizione prodotti che hanno arricchito l’impasto; il sig. Umberto Bachetti di pizza.it ha donato il forno per la cottura; il Rotary Club di Fermo ha appoggiato l’iniziativa; il Comune di Montegiorgio ha offerto le etichette; il Forno Luciani di Fermo ha provveduto al trasporto del forno; infine la ditta Andolfi & C. di Sant’Elpidio a Mare ha donato gli involucri. «Segno di grande civismo» ha commentato il prefetto Di Lullo. Il rappresentante dello Stato ha inoltre rimarcato il concetto di rieducazione invitando i detenuti a guardare il futuro e mettersi subito nell’ottica di una svolta della propria vita. Soddisfazione è stata espressa dalla direttrice Consoli. Per i carcerati, il loro portavoce ha raccontato dell’importanza dei corsi anche sotto un profilo di acquisizioni professionali augurandosi che si possa continuare su questa linea.

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Il sindaco di Fermo, nonostante la concomitanza con l’arrivo del presidente di Confindustria Boccia, non è voluto mancare all’incontro portando il saluto e l’apprezzamento per l’iniziativa.

Nel biglietto augurale allegato al sacchetto – dove campeggia la riproduzione dell’Adorazione dei Pastori del Rubens – si legge: «Il “Buono dentro” è il dolce che i detenuti del carcere di Fermo, terminato il corso per aiuto pasticcere, offrono ai rappresentanti della Comunità del Fermano». Un modo anche questo per sentirsene parte. Un altro nome era stato proposto: “Dolci evasioni”. Ma non era il caso.

di Adolfo Leoni

#destinazionemarche #distilleriavarnelli #fermo

Cammino la Terra di Marca. Storie e leggende di Natale

In media anni 28. Laureati. Lombardi in vacanza nelle Marche, conosciuti in casa di amici. Amanti di viaggi, cinema, musica. Mi chiedono di accompagnarli in un Cammino particolare: quello di storie e leggende di Natale. La richiesta mi sorprende. Giovani che domandano cose del genere non ce n’è quasi più. Ci penso un po’. Poi, appuntamento in un pub della costa. Birra, legno, note e racconti.

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Il giorno di Santa Lucia è passato. Li avrei invitati a Fermo, altrimenti, alla festa dell’omonima parrocchia, con processione e squaglio finale al Monterone. Palazzo dei Priori è impraticabile. Segregate le tavolette con la storia della Santa, di Jacobello del Fiore. Ho un libro con me. Mostro le pitture. «Stupende!», il commento unanime.

Santa Lucia è legata al simbolismo solstiziale. Lucia, lux, luce. Il Natale è tempo d’avvento e d’attesa. Della luce. Non solo quella che annuncia la fine delle tenebre invernali ma anche quella che apre ai futuri giorni più chiari. I focaracci della notte tra il 9 e 10 dicembre segnano la strada agli Angeli con la Casetta della Vergine verso Loreto. Luce. La stessa che irradia dal Bambino Gesù, – e anche qui sfoglio il libro di Franco Maria Ricci – nella pala d’altare che fu dell’antica chiesa dei Filippini di Fermo: è il dipinto del Rubens, ultimamente peregrinante. La cultura colta è questa. Quella popolare dice anche altro. Dice del ceppo di natale. Ciocco di quercia che veniva posto nel camino alla Vigilia, sotto legna più secca, e sarebbe arso per dodici giorni, fino all’Epifania. Dodici, come anche i mesi.

«Si rallegri il ceppo – ricorda Alfredo Cattabiani -, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa; le donne facciano figliuoli, le capre capretti; le pecore agneletti, abbondi il grano e la farina, e si riempia la conca di vino».

La cultura popolare tramanda anche fatti strani delle nostre campagne, nelle stalle un tempo popolate di animali, di parole uscite da bocche impensate. Il miracolo della vigilia di Natale. «Solo alle ventiquattro il miracolo si sarebbe compiuto. Ancora una volta. Come tutte le altre volte. Come da sempre. E quelle povere bestie, anch’esse in festa, dinnanzi al loro gran cenone, avrebbero iniziato a… dialogare. Sì, proprio così: a dialogare. Perché, allo scoccare della mezzanotte santa, in concomitanza con la memoria tangibile della nascita divina, le mucche, i vitelli, i buoi, gli asini e i cavalli iniziavano a parlare tra di loro. E forse, gli animali più vecchi narravano agli ultimi venuti come certi loro antenati avessero avuto il grande onore di scaldare, in una spoglia mangiatoia, il piccolo Signore del mondo nato da pochi istanti».

I giovani sorridono. I Radiohead cantano che la felicità va cercata là dove si trova. Su un tavolo, un volantino: Giotto nell’immagine, San Bernardo nelle parole: «Voi che giacete nella polvere, svegliatevi e lodate, poiché viene il medico per i malati, il redentore per coloro che sono in schiavitù, la via per coloro che s’erano perduti, la vita per i morti…. Grande è questa potenza, ma ancora più mirabile è la misericordia, poiché così volle venire Colui che si poteva accontentare di aiutarci».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 18 dicembre 2016

#natale #leggende #radiohead #sanbernardo

Minori… per modo di dire. La signora Linda e l’arte de lu pistringu

Linda indossava abiti neri, sempre. E ancora li porta di quel colore. Erano e sono la sua divisa: quella di amministratrice dell’azienda famigliare, che nulla ha a che vedere con botteghe commerciali o fabbriche industriali. Molto invece con marito, figli (tre), nipoti (sette), pronipoti (tre). La conosco da sempre. Le chiedo di parlar di lei. Linda – nome di quasi fantasia – non vuole però pubblicità. Prometto.

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Dirò solo che abita in un paese dell’interno, nei Cinque nodi, slanciato verso quella montagna che, dopo il terremoto, sembra più bassa, piccola. Più infelice. Lei guarda quei monti e intristisce. Ma è un attimo. L’attimo dopo torna a raccontarsi. Serena.

Fino a una trentina di anni fa – oggi Linda di anni ne fa 86 – portava regolarmente una brocca d’acqua dalla fontana a casa. Non che nella sua abitazione, seppur di periferia quasi campagna, non fosse arrivata la conduttura idrica. Ma lei quel gesto l’aveva imparato da piccola, quando invidiava sua madre e sua zia che lo compivano. Lei ha voluto perpetuarlo fino a età avanzata. Come per mantenere un legame e una memoria. La brocca me la indica. Non è quella di gioventù, ma le somiglia: di terracotta, acquistata da artigiani di Montottone in una fiera di paese, dal color nocciola con un becco d’anatra più giallo. Mi racconta anche che poggiava il recipiente sulla sparra acciambellata in testa. Una sorta di incavo su cui depositare l’otre tenendolo bene in equilibrio. Prima era necessità, poi esercizio, infine solo gusto o forse riprova d’essere ancora adatta a far l’amministratrice di famiglia. Qualche estate fa è stata anche esibizione ad un rievocare folcloristico. Il trasporto lo faceva anche d’inverno. Anche con la neve. Dopo che i maschi avevano tracciato la «rotta», lo stretto sentiero tra le coltri bianche.

Dire inverno è dire Natale. A casa, nella stanza più grande – ora non c’è più: la ristrutturazione iper-moderna l’ha divisa in due – ardeva sempre il fuoco domestico, l’odore di fumo si spargeva ovunque, i salami la coppa il prosciutto ai ganci del soffitto stavano lì a pendere ed asciugare. In quel periodo, che è anche l’attuale, l’attendeva e l’attende un compito, che lei quasi sacralizza: lu pistringu o lu frustingu. Mai dolce ebbe tanto battagliar di nomi. E mai fu più rappresentativo di feste natalizie in Terra di Marca. Un concerto di sapori. Le chiedo gli ingredienti e Linda sciorina la ricetta dove i quantitativi sono: un pugnetto di questo, uno di quello, un bicchierino di… , un pentolino di… Antiche unità di misura! Annoto: mandorle, fichi, noci, cannella, scorzette d’arancio, cacao, vincotto, caffè. Sua nuora Pina precisa: «anche rhum». Linda storce il naso. Come dire: liquori e buoi dei paesi tuoi…

La Scheda:

Linda è nata il 28 febbraio del 1930. Nemmeno a dirlo: il parto fu casalingo. Le donne del vicinato aiutarono la simil ostetrica. Anche Linda ha partorito i figli in casa, come s’usava quando la maternità non era malattia ma quando anche si moriva spesso.

Ha studiato in una pluriclasse raggiungendo la terza elementare. Poi, ha lavato scodelle e bucato con mamma e zia, portando i panni alla fonte. Suo padre aveva un piccolo podere. Ha seguito i compiti dei figli e ha imparato molto.

Ha letto anche tanto, «il Vangelo, un po’ di Bibbia e romanzi italiani». Me ne cita uno di Guareschi, La scoperta di Milano. Stupisco!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 17 dicembre 2016

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