Agostino Scaloni se n’è andato. Sarà in Paradiso per il primo Paradiso cacionà

«Cala lu sole, na ghirlanda rosa ncorona la Sivilla e lu Vettore, senti na smania doce e furmicosa che, a poco a poco, pija anche lu core. Marche, gghià l’ombra doce de la sera te ncumincia a bbraccià da la cullina, se spanne lenta sta coperta nera, sgaliscia zitta fino alla marina…». La coperta nera che ammantava pian piano le Marche raccontate da Agostino Scaloni in una poesia che è nenia, nostalgia, amore, fuoco di passione, stavolta è scesa sull’autore.

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Gustì de Ciriòlu (85 anni) è morto oggi pomeriggio, all’ospedale di Fermo dov’era tornato per un aggravarsi della malattia. Una malattia che l’aveva costretto a letto, nella sua vecchia casa di famiglia a Montegiorgio, quella con la scritta Brandimarti (il cognome di sua mamma), lungo la discesa de li ferrà, sopra Frattuccia. Che ha costretto alla quasi immobilità lui, il gigante, che d’estate si tuffava nelle acque di Pedaso, facendo ondeggiare «lu moscò», per raccogliere cozze e «tilline»; la cui voce baritonale poteva fare a meno del microfono dal palcoscenico del teatro Alaleona; la cui voglia di dare qualcosa al prossimo l’aveva fatto impegnare per anni nel volontariato. E proprio del volontariato mi aveva parlato neppure un mese fa. Disteso nel suo lettino, con il sole che gli arrivava subito dopo il primo nascere in Adriatico.

«Il volontariato è importante, recordete. È stata ‘na parte ‘mportante de la vita mia» mi ha detto nel suo mix di italiano e volgare.

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Su facebook, il giorno precedente la morte ho letto un post asciutto quanto accorato della figlia Patrizia. Si intuiva la fine imminente. Patrizia concludeva così, parlando a Dio o a chi per Esso: «Voglio tanto sperare che “Ciao!, ci vediamo domani”, sia vero. Per tanto altro tempo ancora». Ma non c’è stato domani, non c’è stato un nuovo ciao. C’è stato un adDio o a chi per Esso.

L’ombra nera è arrivata. Agostino la pensava come una donna con la falce o un vento impetuoso. Me lo disse anni fa in un dialogo a Radio Fermo Uno.

Attendeva febbraio. Perché sarebbe stato il cinquantesimo del suo gioiello. Suo e dei suoi amici (Antonio Angelelli, Giovanni Capecci, Sesto Vita): Montejorgio cacionà. Aveva le vecchie locandine appese alla parete. Non era uno spettacolo, quell’evento. Era un modo di vivere. Ci si divertiva, si faceva divertire e si tramandava una cultura.

Agostino è stato un grandissimo poeta, di quelli antichi, profondi, acuti, malinconici, nostalgici. Di quelli che rendono la nostra terra, non una terra di provincia, ma una terra che ha una provincia (o che l’ha avuta).

Mi martella «Un par de tacchi vassi… tac-tac… tac-tac… tac-tac e su le recchie ancora me lu rsento quisto rremò de tacchi. Io li contavo… jeci… venti… cento… vattia lu tempu sopre lu serciatu comme u relogghiu anticu de na torre. Quantu tempu è passatu!». Poesia d’amore, d’adolescenza. Grande poesia, che lui amava molto.

Chiudere un articolo è come mettere la parola fine. Ma non voglio. Non posso.

Caro Gustì, ti lascio allora con gli ultimi versi che dedicasti al tuo amico Ntuni de Tavarrò ad una anno dalla morte. Sono giusti anche per te. Molto giusti.

Parlavi di san Pietro martire, quello delle chiavi, quello che ammette lassù, e scrivevi «Ah. Dije a ss amicu, che quassù se stalu gghià dacenne un gran da fa’, che spetta a loro pe’ poté mbasti lu primu “Paradisu Cacionà”».

Lu primu, con te. E, immagina, quanti spettatori… conosciuti e non.

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