“Il Natale di Tommaso”. Il racconto che dedico a tutti gli amici

Tommaso non amava lasciare la bottega e il borgo di collina.

C’erano state però giornate talmente strambe, a fine ottobre e ai primi di novembre (neve, forti venti, mareggiate e sole quasi estivo), che la curiosità l’aveva spinto lungo la costa.

Aveva passeggiato a lungo tra Pedaso e Porto San Giorgio, in riva al mare, evitando i detriti portati dalle acque.

Passeggiato, pensato e sognato.

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Lui era così: introverso, riflessivo, malinconico, tradizionale, conservatore. E molto anarchico. Molto. Possedeva un fiocco nero: una specie di cravatta, che indossava quando sapeva di incrociare le processioni religiose.

Anche se, c’è da dire, che ormai se ne facevano ben poche, di processioni.

Difficile mettergli la museruola.

Non alto, tarchiato, non troppi capelli, viso largo, aveva le mani d’oro e l’intelligenza acuta.

Avrebbe potuto fare ogni tipo di mestiere, di professione. Ogni tipo di carriera. Quindi soldi. Quindi successo.

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Invece, aveva scelto l’arte del falegname, meglio: del restauratore. E proprio in un momento in cui gli oggetti si producevano in serie, industriali, tutti eguali, da consumare in fretta e buttare con altrettanta fretta.

Economicamente una pessima scelta…

Poco male: lui era per la concretezza, per la fatica fisica, per la parsimonia.

E per il lavoro: quello vero, quello che esce dalle mani delle persone, ripeteva.

Forse anche per questo non aveva formato una famiglia.

Viveva con l’anzianissima madre.

Un giorno, da giovane studente – non che ora fosse vecchio -, s’era visto riflesso in una vetrina del corso: passo rapido, quasi fuggente, una mezza corsa.

Guardandosi, s’era chiesto dove cavolo – non disse esattamente “cavolo” – stesse andando con quella furia, dove stesse dirigendo la sua vita, cosa potesse realizzare di sé.

E proprio in quell’attimo la scelta fu conseguente: Artigiano.

La sua bottega profumava di colla, olio ed essenze varie.

Quel giorno al mare, rifletteva sui significati.

Natale si stava avvicinando con tutti i suoi orpelli: luci false, acquisti falsi, vendite false, messaggi a iosa su WhatsApp. Falsi anch’essi, perché deteriorati e al netto di calore umano. Senza fisicità, cioè, e senza più alcun abbraccio.

Auguri di che? Buon Natale di che? Maiuscole di che?

Gesù, Betlemme, la Chiesa, i pastori… ma va là. Storie da mocciosi cui neppure i mocciosi credevano più.

Poi c’erano certi preti… i soldi, il potere… Lasciamo perdere… Meglio tenerli alla larga.

Diffidare, per proteggersi.

D’altronde i preti ebrei, pur sempre preti, avevano messo in croce Cristo.

bambino

Questo, Tommaso lo ricordava bene dalle sue letture: i preti avevano fomentato la folla chiedendo libero Barabba: perché Gesù li aveva messi in un angolo, li aveva sputtanati.

Sputtanati quasi quasi come Francesco (primo) e Francesco (secondo), l’attuale.

Quel tronchetto era strano. Sembrava un gomito.

Un grosso gomito di un grosso braccio umano.

Si fermò a rimirarlo.

Il “gomito” era spiaggiato chissà da dove.

Chissà da quale terra, da quale pianta, da quali storie.

Tommaso si abbassò e lo prese in mano.

Tolse la prima patina biancastra: quella specie di lanuggine un po’ vischiosa.

Il mare era azzurro.

Il legno asciutto: né secco né marcio. Era giusto.

Giusto per cosa, Tommaso non lo sapeva.

Ma lo sentiva giusto.

Lo rivoltò più volte.

Lo staccò più lontano dalla vista, lo riportò più vicino agli occhi.

Lo soppesò a ripetizione, neppure fosse oro.

Alla fine lo mise nello zainetto e se ne andò di corsa.

Gli urgeva tornare al laboratorio.

Di quello strano gomito si ricordò durante il pranzo della Vigilia di Natale.

Sedeva da solo, sua madre aveva già mangiato.

In tavola c’erano spaghetti al tonno e pesce per secondo. Nel bicchiere un ottimo bianco passerina.

Il gomito gli venne in mente – strana associazione di idee – perché, tornando a casa, aveva visto un presepe ancora in fieri.

Lo stavano allestendo i chierichetti guidati dal parroco. Ancora un prete…

Aveva sbirciato passando oltre senza salutare alcuno.

Tommaso non aveva messo addobbi, forse più tardi avrebbe attaccato la presa dell’alberello cinese acquistato per la madre.

Tanto c’era la televisione con le sue feste indotte e garantite.

Il pomeriggio del 24 staccò il cellulare ma non fece la consueta pennichella pomeridiana.

Sentiva un’ansia. Un rimescolio dentro. Un rovello, quasi una macinare.

Eppure, non aveva mangiato troppo, e il pesce è leggero…. Quel pezzo di legno buttato chissà dove nella sua bottega era come se lo stesse chiamando.

E involontariamente rispose. Prese le chiavi ed uscì.

Colto come da un fremito incontrollato buttò all’aria seghe, tavole, pialle, spalliere di letti, cornici dorate. Alla fine: eccolo.

Lo ritrovò in un incavo del muro, quasi dritto.

Gli venne da sorridere.

Tutto ‘sto casino per un… pezzaccio di legno inutile. Inutile?

Lo trasse via, lo spolverò, lo capovolse e ricapovolse, come a cercare una posizione. Quella giusta.

Lo mise nella morsa… e lo fece dolcemente.

Non lo strinse troppo.

Anche lo scalpello non fece male.

Anche la pialla non irritò, anche il coltellino non incise a fondo.

Più lavorava e più voleva farlo.

La materia si plasmava quasi da sola.

Più incideva e più scaturiva una forma.

Una forma umana. Un bambino. Nudo. Gaio. Felice.

Un neonato.

Quando guardò fuori era notte piena.

Avvertì le campane. Suonavano la notte santa.

Si scrollò di dosso la polvere, indossò il vecchio loden verde marcio.

Era un cappotto largo, tanto largo da ospitare un bambino, come a proteggerlo, riscaldarlo, tenerlo… vicino al cuore. Ripassò davanti al presepe che prima era in costruzione.

Lo avevano terminato.

Si fermò. C’erano tutti i protagonisti: il bue, l’asinello, Maria, Giuseppe, i pastori.

Mancava il neonato.

L’avrebbero messo in gran pompa dopo la mezzanotte.

Si poteva far un dispetto al prete.

Cautamente, tolse da dentro il loden il Bambino del gomito. Si guardò in giro: nessuno.

Lo depose nella mangiatoia.

Lo sistemò cercandogli la posizione più comoda, spostando un po’ più a destra un po’ più a sinistra, come fosse un bambino… vero.

Lo coprì pure con un panno che s’era portato appresso… per ripararlo dal freddo.

Lo fece con rispetto. E con due lacrime che, porca miseria – non disse miseria -, non riusciva a trattenere.

Gliel’aveva fatta ai preti, ancora una volta.

Ma stavolta era felice. Felice sul serio.

Non tornò alla solitudine di casa.

Dalla chiesa del monastero giunsero echi di angeli.

Le monache cantavano: voci di giovani.

Il profumo d’incenso gli ricordò l’infanzia.

Gli ricordò… l’attesa.

Salì le scalette, aprì il portone: una folla.

Entrò.

Sull’altare qualcuno gli sorrise.

Assomigliava a un bambino. Il Bambino del gomito.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino di venerdì 23 e sabato 24 dicembre 2016

#Natale #destinazionemarche #tradizione #artigiano #GesùBambino

#AdolfoLeoni


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One thought on ““Il Natale di Tommaso”. Il racconto che dedico a tutti gli amici

  1. Cappero, Direttore (Non stavo pensando proprio “Cappero”…) … momenti mi fai commuovere….. Bravo, e auguri ( a te e a tutti).

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