Buon Anno! E Te Deum! Quel che si vorrebbe e quel che si può

Quanta aspettativa per il Nuovo Anno!

Il bello è proprio questo: mettersi nella posizione di attendere qualcosa, di protendersi verso una novità. Di aver voglia di cambiare. L’occasione c’è stata a Natale, la premessa pure, sempre se avvistata e compresa.

Può essere grande o minuscola, l’aspettativa. Non importa. È sempre qualcosa che entra nella vita e con cui fare i conti.

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Mi piacerebbe che i bambini delle elementari – scrivo coscientemente «elementari» – possano, nel centro storico di Fermo così come negli altri piccoli comuni, andare a scuola da soli, camminare lungo i marciapiede sgombri di auto, salutare gli altri bambini, aspettare chi è in ritardo o si stia allacciando le scarpe, mostrare per strada l’ultimo libretto illustrato.

Mi piacerebbe che i vecchi sedessero alle panchine del Girfalco senza essere insufflati di gas di scarico delle auto, che le vie del centro – Lattanzio Firmiano su tutte – non fossero piste da corsa ma luoghi di passeggio tranquillo.

Mi piacerebbe che il direttore di banca valutasse ben bene il progetto del piccolo imprenditore agricolo o manufatturiero, o artigiano, e dicesse sì al finanziamento della buona idea senza ricorrere ai parametri computeristici di Basilea 1 2 3 4, sempre che Basilea ancora esista.

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Mi piacerebbe che il Gal guardasse con attenzione a quanti operano con efficacia nella Terra di Marca, e li avvicinasse per primo senza tema di contraddire i nuovi schieramenti feudali.

Mi piacerebbe che venisse premiata la gente comune: il fornaio che si alza alle quattro, lo spazzino che grosso modo inizia alla stessa ora, la mamma che non dorme per la tosse del figlio nato da poco, il babbo che lavora nel campo, o il laureato sbarcato all’estero in cerca di fortune migliori. Quella gente che tira il Paese senza listini di borsa e ha ancora un sorriso per figli e nipoti.

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Mi piacerebbero meno conferenze stampa, meno foto schierate, meno politici e avvocati sorridenti anche in momenti di dramma. Meno réclame di atti filantropici e vetrine di effimeri successi.

Mi piacerebbe che quei sindaci senza clamore abbiano per primi le maggiori attenzioni del dopo sisma.

Mi piacerebbe che le crepe di San Leonardo fossero sanate come emblema della ricostruzione e del rispetto della montagna; che l’Infernaccio torni ad aprirsi pur nella sua ormai irreversibile trasformazione.

Mi piacerebbe l’umiltà dell’humus, la concretezza della terra, quando il seme è germogliato e inizia a fiorire, con la pazienza conseguente che è l’opposto del fertilizzante chimico.

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Soprattutto, mi piacerebbe ricordare sempre quel che scriveva dalla prigione Antonio Gramsci, mandando il suo buon anno: «Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno».

Mi piacerebbe, come per i Magi venuti dall’Africa, dall’India e dalla Persia, che la vita mutasse. Loro videro a Betlemme una vita e una morte. La vita del piccolo Gesù, la morte del vecchio sistema.

Scriveva Gilbert Keith Chesterton: «L’obiettivo di un nuovo anno non è avere un nuovo anno. È che dovremmo avere una nuova anima e un nuovo naso; piedi nuovi, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi».

Te Deum, e grazie per quel che di bello Qualcuno mi ha fatto scorgere nelle cose piccole.

Buon anno!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino di venerdì 30 dicembre 2016

#sibillini #Chesterton #Fermo #Antonio Grasci #annonuovo

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