Terra di Marca. Questo scrivevamo due anni fa per un convegno delle Pro Loco regionali. Da qui si riparte

Amici miei, come raccontarvi questa terra?

Come, usando poche parole, cogliere l’anima della Terra di Marca, quello che gli antichi chiamavano il genius loci? Il folletto impenitente, il grande impasto.

Come?

Ci vorrebbe un volo d’aquila, no: forse meglio sarebbe un volo di Smeriglio… capace d’alzarsi e di planare, con rapidità, acutezza, ed eleganza.

smeriglio

 

Capace di raggiungere le vette dei Sibillini e librarsi sino alla costa dell’antico golfo di Venezia, prima che fosse mare Adriatico, il mare dei nazionalismi.

Vi chiedo solo una cosa, amici cari: di chiudere gli occhi e lasciarvi accompagnare.

Lo sentite questo vento impetuoso?

S’infrange sui Sibillini che sono diga allo scontro tra due mari: Adriatico e Tirreno.

Vento impetuoso carico di parole.

Sibillini, Sibilla, corona, antro di strega, antro di maga, di storie e leggende.

sib

Qui, a due passi da Montemonaco e Montefortino, dinanzi a sant’Angelo in Montespino, giungevano i cavalieri della cerca, il Guerin Meschino come esempio, lasciandosi alle spalle gli occhi del serpente e la disperazione di Pilato.

Quid est veritas?

Ancora oggi centinaia di amanti raggiungono la cima guardando le altre cime, la religiosa Priora, l’enigmatico Vettore.

Arrivano con negli occhi i dipinti stupendi della pinacoteca di Montefortino o l’incanto dell’eremo di san Leonardo, dove le acque curavano i pellegrini, o la gola conquistata dai tartufi di Amandola, o le spianate dove scendevano le fate per il ballo notturno. O il santuario della Madonna dell’Ambro, dove riebbe voce la pastorella muta.

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Vola veloce, lo smeriglio, e tocca l’area benedettina-farfense che da Santa Vittoria in Matenano si estendeva sino a Fermo a Campofilone. Ed oltre ancora.

“Custodire e coltivare”, si leggeva sui muri dei monasteri. Il Creato al centro. La sua cura e non il suo saccheggio.

“Con le nostre mani, ma con la tua forza”, ripetevano novizi e monaci guardando il sole sorgere e tramontare.

Tempo a spirale, ascendente, e non cronos, orizzontale, che mangia i suoi figli.

Nulla da inventare, tutto da cogliere e svelare, dice oggi papa Francesco, sulla stessa scia.

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Questa Terra parla di agricoltura e di piccola e media impresa. Parla di buon vivere. Di buoni borghi.

Finché il costume non  sarà dimenticato.

Arte e storia, il Ritmo di sant’Alessio a Santa Vittoria e le prime scuole di medicina a Montefalcone.

La grande quercia che protegge il superbo teatro romano di Falerio Picenus addiziona i legionari di Augusto alle driadi di Grecia sino ai Druidi dei Celti che adoravano l’albero solare.

Yggdrasil – l’albero della morte e della vita -, cercato da Elena madre dell’imperatore, perché inchiodò e schiodò Gesù, il potente indifeso,  è affrescato sulle volte della Cappella farfense di Montegiorgio.

Il Salino è stranamente torrente salato. Così volle la maga dei monti per impedire ai troiani di Enea, vestiti di bronzo, di rubare le terre ai piceni.

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Leggende, sicuramente, che planano ancora dolci sui colli nostrani.  

La civitas perfecta è il quasi quadrato di Servigliano. Ai tempi di Castel Clementino vide strage d’insorgenti e  resistenza insorgente.

Ancora bellezza, ancora terra madre e sorella, sull’altro versante, che da Montelparo si spinge a valle, toccando paesi minuscoli e splendenti. Merlature guelfe e ghibelline, torri eptagonali e templi romani, piazze solitarie e affacci all’infinito.

Come parlarvi, amici miei, di questa terra, se non coniugando le mura storiche di Monterubbiano ai dipinti del Pagani, la superba porta del castello dei Brunforte a Massa Fermana alle opere dei Crivelli?

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Come dirvi di Fermo, la capitale, città dagli stili più diversi: piceni, romani, medievali, rinascimentali. Il Duomo ne è la sintesi, e i gironi che l’avvolgono a spire la sua carta geografica?

La Casula di Thomas Becket racconta il respiro europeo già nel 1100. Il Missale de Firmonibus, l’autorevolezza di una chiesa particolare.

I pastori del Rubens pregano colpiti e illuminati dalla luce di un pargolo divino; le tavolette di Jacobello del Fiore sono storia di una indomabile santa Lucia; le cisterne romane documentano scienza e arte dei Romani. Duemila anni di costruzioni che resistono al tempo e ai nuovi barbari.

E come non volare su Torre di Palme, che domina il mare; come non raggiungere la Grotta dei tristi amanti o passeggiare la vivace Pedaso, o il lungomare infinito di P.S.Elpidio, o lo stile inconfondibile e nobile di questa Porto San Giorgio?

Mentre lo smeriglio rasenta la Terra di Marca, arrivano gli aromi dei piatti della tradizione, il rullo dei tamburini delle storiche rappresentazioni, il sorriso dei bambini che corrono ancora liberi in campagna e nei centri storici di paese.

Giunge la voce delle campane, che tanti inutilmente vollero mute, e il suono delle sirene di fabbriche i cui imprenditori hanno resistito – loro hanno resistito – all’assedio globalizzante.

Passato presente futuro che si amalgamano e si fondono: Genius loci, appunto.

Che rendono la terra di marca, una vera Terra di Marca. Da difendere, perché Qualcuno l’ha creata, e a qualcuno dovremo consegnarla.

Dante Alighieri pianse dinanzi alle rovine di Urbs Salvia.

Rovine forse voluta dal fato, per vendicare la strage di Masada.

Lucio Flavio Silva, condusse l’attacco della Decima legio.

Lucio Flavio Silva era nato ad Urbs Salvia.

Dante attraversò il Salino con queste immagini e raggiunse Ausculum.

E, forse, si bagnò nel fiume verde…

Ol’ga Sedakova, la più grande poetessa russa oggi vivente ha detto: “Dante è il poeta della speranza. L’uomo moderno non sa più dove recuperarla. Dante crede nel progetto divino dell’universo. E l’universo è buono e bello. L’universo è fatto per l’uomo”.

Verrebbe in mente di concludere con “Laudato si’”.

 

di Adolfo Leoni, Terra di Marca, convegno (Porto San Giorgio, 16 luglio 2015)

#terradimarca #destinazionemarche

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