CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Da Santa Vittoria all’Aquila di Montefalcone

L’aquila amata da Zeus. Prediletta da Alèxandre. Identificante san Giovanni Evangelista. L’aquila (aquila piccola o falco grande) emblema di Montefalcone Appennino. Uccello di montagna. Libero e astuto.

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Riemergono letture mentre salgo la ripida scala che porta alla Rocca. Giornata tersa. Solo due auto parcheggiate più sotto rimandano alla modernità. Altrimenti, si sarebbe proiettati a secoli fa. Quando il sangue scorse forse anche su questi gradini. 40 giorni di assedio per stanare il «secondo Nerone», Rinaldo da Monteverde. Fermani all’attacco, guarnigione ghibellina asserragliata e irridente. Poi, il tradimento dei luogotenenti (sempre i 30 denari!) e la cattura di Rinaldo (e della famiglia). Finirà decapitato a Fermo.

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La Domus Appennino

Due secoli dopo, nei pressi del cimitero, dove oggi sorge la Domus Appennino, Matteo da Bascio abbandona gli Osservanti per fondare i Cappuccini. Secoli di ferro, sangue e pietà.

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Chiesa di san Pietro in Penne

Arrivo da Santa Vittoria in Matenano. Dieci chilometri circa: due ore di cammino. L’associazione Antichi sentieri Nuovi cammini cerca da tempo un viottolo che eviti l’asfalto. Non ce n’è. O, meglio, occorrerebbe scendere nei fossi e risalire i calanchi. Improponibile. Incrocio in tutto tre vetture: due della Polizia, una della Protezione civile. Nei campi niente neve. A Montefalcone ancora un po’.

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La Parrocchiale di San Michele arcangelo

La chiesa di San Michele Arcangelo è la parrocchiale. Ci sono quadri del dimenticato don Giuseppe Toscani. Nella via ci si parla da finestra a finestra. A tema c’è un pollo da rosolare. L’ora di pranzo s’avvicina. Palazzo Felici è del 1600, e accoglie il museo dei fossili, un quadro dell’Alamanno, il Centro di Educazione Ambientale.

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Palazzo Felici

Lo scrittore Pierluigi Bartolozzi definisce uno dei proprietari: Antonio Felici, «il giacobino». Si arruolò nella Grande Armata di Napoleone.

Il palazzetto comunale è un tutt’uno con la sottostante farmacia. Un’impiegata, biondina, saluta gentilmente il richiedente depliant turistici. Quasi di fronte c’è il forno. Gustosa la pizza bianca con cipolle. Meglio ancora gli spumini e quella specie di biscotti allungati (verrebbe da scrivere savoiardi ma dopo l’invasione sabauda del 1860 non ce la faccio) un tempo prerogativa delle monache. C’è un fabbricato antico con loggetta del ‘500. Fu casa natale (1908) della venerabile Paola Renata Carboni trasferitasi poi a Fermo. Dal balcone con a destra la Rupe e a sinistra Comunanza si ammira oggi un impettito Gran Sasso.

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L’ex Osteria da Quintilia

La chiesa di San Pietro in Penne è del 1300. Ha un abside che guarda non l’Oriente, come nell’architettura tradizionale, ma l’Ovest: la Sibilla… Siamo – fummo – terra di quasi eresie… o forse di grandi libertà.

Della storica Osteria da Quintilia restano imposte chiuse, terrazzo con fiori avvizziti e malinconica scritta su legno.

In decadenza il palazzo dell’Opera Pia Cesare ed Elvira Marziali.

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L’Opera pia Marziali

Più sotto si vede l’edificio che accoglie le scuole: una quarantina di bambini e ragazzi che arrivano anche da Smerillo.

Il grande buco nel ventre della montagna (il traforo) resta sempre opera affascinante così come la più sopra posta chiesa di Santa Maria in capite scalarum.

Raggiungo i mille metri: Punto trigonometrico. Un ciclista arranca. Un anziano guarda il bosco. Da qui si coglie il mondo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 26 febbraio 2017

#Montefalconeappennino #SantaVittoriainMatenano #Sibillini

MINORI… PER MODO DI DIRE: Simona Cintio. Ovvero una pedalata per Santiago de Compostela.

900 chilometri. Dai Pirenei francesi a Santiago de Compostela in Spagna. In 14 giorni. Due settimane di pedalata.

È l’impresa ciclistica che Simona Cintio compirà a luglio prossimo. Un sogno che sta per essere coronato. Un progetto accarezzato sin da ragazzina. Che va raccontato dall’inizio.

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Simona oggi è insegnante nelle scuole medie inferiori di Grottazzolina, Montegiorgio e Capodarco. È sposata con Ferdinando Sabbatini, è madre di Vittorio e Maddalena. Risiede a Ponzano di Fermo dopo aver abitato per ventisei anni a Grottazzolina.

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Proprio a Grottazzolina nasce la sua passione per le biciclette. La sua casa si trovava in via Fonte Carrà. Dalla finestra di casa scorgeva il sig. Mario Traini a quel tempo presidente della società ciclistica “Mario Pupilli”, la più vecchia (era stata costituita nel 1947) aggregazione sportiva delle due ruote nell’allora provincia di Ascoli Piceno. In verità fu nonno Guerriero, già bersagliere nella Seconda guerra mondiale, a determinare la scelta sportiva della nipotina. Alla festa di Comunione le regalò una fiammante bicicletta “Graziella”. E così Simona, che è stata sempre amante della libertà («ciclismo è libertà»), iniziò a scorrazzare verso Tenna, in lungo e in largo, inforcando la sua due ruote.

«Partivo in bicicletta dopo pranzo, portavo la merenda e sparivo nella campagna» dice oggi la simpatica e decisa prof. Qualche anno dopo, a 17 anni, con i risparmi, che erano le elargizione del solito nonno bersagliere, Simona acquista una bici da passeggio che «pesava quanto un uomo morto» scherza. Iniziano le uscite per Fermo, Monte Giberto, Porto San Giorgio. Sempre in solitaria. Nel frattempo, Simona ogni luglio seguiva in tv il Tour de France. A 25 anni, la svolta: l’acquisto di una bici da ciclo-turismo con borse laterali. Quelle borse che pensava già di riempire con le “patenti” e i ricordi di Santiago.

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Poi arriva il matrimonio, la gravidanza, il primo figlio.

Ma la svolta sportiva vera e propria giunge a 28 anni quando, accusando dolori alla schiena, il fisiatra le consiglia di andare… in bici. Magari una bici da corsa. Detto e fatto. E pedalato.

E siamo all’oggi. 40 giorni fa, tornata a casa da una escursione ciclistica sulla neve, riceve una telefonata. È di una collega di Petritoli: Raffaela Basili. «Sono Raffaela, non mi conosci, io sì. So che vai in bici. Perché non tentiamo la strada per Santiago?».

Le borse tornano in mente, con le “patenti” e gli oggetti del Cammino compostelliano. «Certo che sì» è la risposta. Ed iniziano gli allenamenti: ogni giovedì su e giù per la Terra di Marca. Pensando ai suoi studenti, alle canzoni che le piacciono, alla chitarra che suona, a Caravaggio che ama. E un po’ anche alla cucina… ma non tanto.

La Scheda:

Simona Cintio è nata a Petritoli il 7 dicembre del 1968: «Sagittario pieno di libertà». Diplomata all’ITI Montani di Fermo, ha conseguito il diploma di magistero (laurea) all’Istituto di Scienze Religiose a Fermo. Insegna religione.

Ama la musica sinfonica, le Romanze delle opere liriche, suona chitarra e tastiera da autodidatta. Ha cantato nelle Corali di Ponzano di Fermo, Montegiberto e Ortezzano. È appassionata di Storia dell’Arte, in modo speciale del Caravaggio («quante cose dicono i suoi chiaro-scuri, la sua luce!») da cui prende spunto per le lezioni. Seconda ai campionati italiani 2016 di mountain bike, è campionessa regionale di ciclocross.

di  Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 25 febbraio 2017

#destinazionemarche #PonzanodiFermo #SantiagodeCompostela

GENTE DI CAMPO. Gente che lavora e preserva la montagna. L’azienda Iezzi

Due querce secolari. Possenti. Quasi due secoli di vita. Come una quinta di teatro sui Sibillini innevati.

Mi trovo in Contrada Valle Cupa. Un saliscendi – più scendi che sali – dopo la deviazione a destra da San Martino al Faggio verso Ceresola. Frazioni di Smerillo.

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Un mini – escavatore giallo è all’opera più in basso. Alzo la mano, scende Giovanni Iezzi dell’omonima azienda agricola. Sta sistemando un letamaio. La neve ha fatto danni. Con il primo sole si riparano i guasti.

Pantaloni mimetici, scarponi infangati, maglione crema, berretto nero da sciatore, due spalle da gladiatore e due mani forti, di quelle abituate da sempre a lavorare. Giovanni ha 45 anni.

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Nell’azienda, che fu del padre, alleva bovini di razza marchigiana. «50 capi di vitelli e di fattrici» mi spiega inorgoglito dal fatto che la razza marchigiana sta riprendendo quota dopo un lungo abbandono nelle nostre campagne.

Nei mesi buoni, il suo bestiame pascola libero sui dieci ettari di proprietà. Di terra ne ha di più: 100 ettari, più un’ottantina in affitto. Sembra un’enormità. Ma Valle Cupa è alta collina, di piano c’è veramente poco: molta e ripida invece la parte restante dei terreni. Impegno duro.

Giovanni, con sua moglie Ramona-Valentina che viene dalla Romania, produce e coltiva con sistemi biologici l’alimentazione per i bovini che, arrivati al momento giusto «e non un minuto di meno», vengono macellati e la carne posta in vendita in uno spaccio locale.

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San Martino al Faggio,, Smerillo, Marche, Italia

Anche il bosco è una risorsa. D’estate, dopo il taglio, la legna viene venduta a quanti amano il caminetto in casa o mantengono la stufa tradizionale. Insieme al fratello Giuseppe, laureato in scienze forestali, Giovanni ha anche una piccola compravendita di veicoli.

Il capannone accanto alle querce è disastrato. Prima il terremoto, poi la neve e le piogge. Serviva come ricovero di trattori e come magazzino di granelle. In un angolo c’era pure un piccolo molino per gli «sfarinati» dei bovini. Gli uni e l’altro sono stati spostati altrove.

I danni arrivano anche dai cinghiali che «stufano», sconvolgono il terreno. Da qualche anno ci si sono messi pure i caprioli che «scortecciano le piante», seccandole e portandole alla morte.

I rimborsi promessi da tre anni non sono mai arrivati. C’era una mezza idea, insieme ad altri agricoltori, di inscenare una manifestazione di protesta. Chissà.

Giovanni non è un assistenzialista. «Non vogliamo contributi». Chiede solo alle istituzioni di sostenere le piccole aziende con infrastrutture idonee.

La vita agricola in alta collina è dura. Le rese minime. Le quantità impossibili.

«La gente dovrebbe capire che quello che conta è la qualità: qualità è salute. Occorrerebbe un’educazione». Compito anche delle istituzioni: sostenere la qualità e promuoverla.

La famiglia Iezzi (ci sono anche Aurora di 6 anni e mezzo e Manuel di 4 e mezzo) sta pensando anche al turismo. Magari un B&B o un agriturismo.

«Sicuramente è una carta da giocare», me lo dice indicando un sentiero che scende. «Porta al fosso Castiglioni. Procedendo, si arriva ad una sorgente di acqua sulfurea. Da valorizzare».

Sindaci, Laboratorio, Filo-fest, Antichi sentieri, Villa in Villa per la Terra di Marca

La chiamano San Simone. Il nome giusto è Santa Maria in Muris. È una chiesa torre che guarda il Tenna e l’Ete vivo. La costruirono i monaci Farfensi. Porta, specie nella facciata, pietre di epoca romana e longobarda. Simboli e segni di un linguaggio quasi perduto. Se ne sta su un colle dinanzi a Belmonte Piceno.

Giovedì mattina c’era sole in abbondanza. Primavera piena. Dinanzi al piccolo tempio si sono seduti in cerchio 9 sindaci (Belmonte, Massa Fermana, Montegiorgio, Monte Leone, Montelparo, Monte Vidon Corrado, Santa Vittoria in Matenano, Servigliano, Smerillo), in rappresentanza dei 17 (quelli del cratere fermano, della montagna e delle colline) che si sono federati per un nuovo sviluppo della Terra di Marca. Accanto a loro, rappresentanti di associazioni e gruppi, come il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea, Filo-Fest. Di Villa in Villa, Antichi sentieri Nuovi cammini. Chiamasi sussidiarietà orizzontale. negli ultimi tempi molto dimenticata.

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Santa Maria in Muris

La conferenza stampa doveva tenersi all’interno: tavolo degli oratori pronto e sedie schierate. S’è deciso altrimenti: rompere le forme. Ognuno: sindaci, giornalisti e invitati hanno preso la propria seggiola e se la sono posizionata all’esterno. Come amalgamati dal paesaggio: i Sibillini imbiancati e feriti, le querce che sono la tradizione di queste terre, la chiesa che parla della rivoluzione religiosa-culturale-ambientale dei monaci, i terreni ben arati, le fabbriche lungo il Tenna, le ville dei marchesi, i colli della presenza dei Domini Contadini, il teatro romano, i dipinti di grandi e medi artisti, e decine di altre eredità venute da lontano.

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È il Genius loci che fornirà il riscatto della Terra di Marca, il suo riemergere dopo le disgrazie del terremoto.

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Ci prepariamo alla conferenza stampa (atipica)

Qualcosa di nuovo è accaduto. 17 municipi si sono messi insieme, hanno redatto un progetto partendo da un lavoro svolto e seminato per anni dal Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea. Lo hanno presentato in Regione. Il presidente Ceriscioli ha annuito: è il primo che ci arriva dopo il sisma, organico e puntuale. C’è scritta una cifra: 400 mila euro. Serviranno per sviluppare l’agricoltura, per promozionare all’estero i prodotti della campagna, per il turismo, per formare guide e accompagnatori, per la salute e la buona vita. Lo hanno rimarcato i sindaci Marco Rotoni di Servigliano, Ivano Bascioni di Belmonte e Armando Benedetti di Montegiorgio.

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Dal canto suo il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea metterà a disposizione quanto già attivo e in costruzione: le Fiere della Qualità con i piccoli/grandi produttori della Terra di Marca, i cammini storico-culturali-ambientali con visite alle aziende, le Case del Gusto e dell’artigianato dove esporre e commercializzare i prodotti locali, i laboratori di cucina per turisti e scuole; il Museo della Dieta Mediterranea; la costituzione dell’Accademia Internazionale di Studi sulla Dieta mediterranea e territorio, l’attivazione di una Scuola della tradizione; la valorizzazione della cultura antropologica Picena; l’inquadramento delle sagre nella cornice della Dieta; la riscoperta della cucina monastica, la realizzazione di un Centro contro l’Obesità. Infine, la grande battaglia per la proposta all’Unesco dei Sibillini come Patrimonio immateriale e materiale dell’umanità.

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Nel programma rientra anche Marche in valigia, un progetto già attivo grazie al dr Roberto Ferretti, in queste ore a Bruges in Belgio per promozionare i prodotti delle Marche.

L’incontro non poteva che terminare con una degustazione: squisite tartine e ottimo vino di aziende del luogo.

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. I borghi, il Pil, e Montottone

Foschia azzurrina lungo la valle dell’Ete vivo. È presto perché il sole s’impadronisca del mattino. Timido accenno di primavera. Il fiume ha fatto danni. L’erosione è ben visibile. Coprire a piedi un tratto sino alla «Madonna delle Cataste» di Ponzano di Fermo è impresa ardua. Le auto volano. Sentieri non ce n’è. Di che turismo parliamo?

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Quel che doveva essere la chiesa della Madonna delle cataste

Mi tamburella in mente Francesco Gabbani: «Intellettuali nei caffè. Internettologi. Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. L’intelligenza è démodé». Non solo l’intelligenza, anche la libertà: «Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo… Coca dei popoli. Oppio dei poveri. AAA cercasi. Umanità virtuale. Sex appeal». Al virtuale preferisco l’erba bagnata di cristalli.

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Veduta di Montottone dal convento di San Francesco

Doveva essere una piccola chiesa. È un giro di archi rimasto incompiuto. Si dice che negli anni venti dell’altro secolo apparve la Madonna su una catasta di legna. A un contadino o una pastorella… se n’è persa la traccia. S’iniziò un piccolo tempio, mai terminato. Strani fatti successivi: di cappucci e incappucciati.

Occorre l’auto. Destinazione Montottone. In un campo decine di rotoballe. Prima la campagna pullulava di pagliai a punta. Altro paesaggio. Altra gente.

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Cavalli negli stazzi. Qualcuno pensa a ippovie. Magari le realizzeranno prima delle pedovie.

Si sale. Alla periferia, il santuario della Madonna delle Grazie a croce greca.

«Storia. Arte. Colli ameni» recita la scritta anni cinquanta che m’accoglie. Sulla torretta che fungeva da controllo della porta medievale, una più recente pubblicità: Bar Rosita.

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Montottone, Palazzo Amici

Gli anziani godono del sole. Ora fa quasi caldo. Una lapide ricorda il canonico Vincenzo Lucarelli: nel 1847 istituì l’Opera Pia di Beneficenza e Assistenza. Era vera carità o sussidiarietà.

Montottone resta celebre per gli artigiani di ceramica. Due immagini lo raccontano su di un muro.

È pieno Risorgimento: Corso Vittorio Emanuele II, via Cavour, via Regina Margherita… Una minuscola stanza, dalla porta in basso corrosa, ospita l’associazione Combattenti e Reduci: due tricolori un po’ sbiaditi e un elmetto dei fanti di Vittorio Veneto: l’immane massacro, «l’inutile strage».

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Nessuno nel rettangolo più alto del paese. Piazza Leopardi. Un muretto dinanzi alla catena dei Sibillini bianchissimi. «Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura». Paesaggio, poesia e ancora le parole di Gabbani: «Piovono gocce di Chanel. Su corpi asettici. Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili. Tutti tuttologi col web».

Palazzo Amici è fasciato all’ultimo piano, il passaggio alla collegiata di san Pietro, dirimpetto, è impedito.

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Sulla collina opposta, il convento di san Francesco, sbarrato al pubblico. Nel retro ospitava la comunità L’Aurora sgombrata per terremoto.

70 ragazzi frequentano asilo, elementari e medie. Stesso edificio.

C’è profumo di terra. Aria buona. Silenzio. Pace. Dicono non sia ricchezza. Sarà la più grande.

È l’anno dei borghi. Ne parlano i convegni. A me piace raccontarli. Qui non è «panta rei», né il «Budda in fila indiana».

Qui c’è la ricchezza del futuro. Il vero PIL. Basterebbe solo capirlo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 19 febbraio 2017

#Marche #Montottone #Sibillini #Silenzio #GrandeGuerra

MINORI… PER MODO DI DIRE. Chiara Scirè. Passione “sociale”

Mentre mangia i vincisgrassi all’Osteria del Lago di Monte San Martino, usando solo – com’è giusto – la forchetta, guarda l’orologio che tiene al polso destro con un cinturino nero che sembra un cinturone, e sbircia il cellulare. Attende che arrivino due grossi furgoni da San Marino. Ci sono generi di prima necessità da consegnare agli sfollati. Chiara Scirè è assessore al comune di Amandola. E si occupa di immigrazione-integrazione, tributi, personale e scuola. Scaricati gli aiuti, deve recarsi all’asilo comunale per verificare alcune infiltrazioni d’acqua.

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Il sociale Chiara ce l’ha nel cuore. Vuoi perché mamma Franca, insegnante di matematica e lettrice della Bibbia in greco, gliel’ha inculcato ripetendole che occorre sempre avere attenzione per il prossimo, vuoi per l’esperienza solidarista vissuta nel Rotaract prima e nel Rotary Club Fermano Alto Sibillini, vuoi, infine, per la frequentazione della Caritas e del Centro di solidarietà insieme ad Adriano Mecozzi .

Quando il sindaco Adolfo Marinangeli le chiese di prendere il posto dell’assessore Maria Ripani dimissionario, Chiara ci ha pensato un attimo: «Non avevo mai fatto politica». Poi ha detto sì. Sarebbe stata una nuova esperienza. Ed ora questa esperienza l’ appassiona tanto. L’appassiona molto la realtà dei richiedenti asilo: «Amandola li ha accolti e li ha integrati per quel che si può. I residenti li coinvolgono in piccoli lavori». E anche quella della scuola. «Mercoledì prossimo faremo partire un corso alle elementari riguardante gli antichi mestieri». Se ne occuperà Legambiente. D’altronde, Chiara con i bambini ci sa fare. Quand’era studentessa universitaria, tornando ad Amandola allenava proprio i bambini della 5 Fonti Basket. Basket ma anche tennis: i suoi sport. Non li pratica più, ma li ama ancora.

Così come ama la musica. Ascolta Laura Pausini e ha riscoperto Francesco Renga che ha potuto avvicinare tempo fa a Porto San Giorgio dopo il concerto al Palasavelli. Gli è piaciuto per «la semplicità e la gentilezza». D’altronde, lei la musica l’ha pratica avendo studiato chitarra classica per dieci anni e aver suonato con gli amici in un gruppo locale.

Ora che è libera professionista e si occupa di lavoro, la sua Bibbia è Il Sole 24 Ore. Però sul comodino c’è Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Chissà se il passo sottolineato è quel “L’essenziale è invisibile agli occhi”, oppure,
È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. “Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”.

«Mettersi in gioco – aggiunge Chiara – prende tanto tempo, ma dà tanta soddisfazione». Siamo responsabili delle nostre rose.

La Scheda

Chiara Scirè è nata a Fermo il 26 febbraio del 1980. Risiede con la sua famiglia ad Amandola. Ha frequentato il liceo scientifico di Sarnano. Si è laureata in Giurisprudenza a Macerata, ha svolto un master a Roma in Gestione e Organizzazione aziendale.

Si considera una «montanara che ama il mare». La passione per la montagna le viene dalla mamma, quella del mare dal padre Emanuele, originario di Pachino in Sicilia.

Dopo il master, poteva restare nella Capitale dove c’era lavoro. Ha preferito tornare ad Amandola per la famiglia («punto di riferimento»), la qualità della vita («siamo privilegiati»), i rapporti umani.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 18 febbraio 2017

#Amandola #Sibillini #profughi #Sicilia

GENTE DI CAMPO. Sole e Vita a Cerreto. La famiglia Bitti

La strada scende da Rapagnano quasi parallela a quella di Cerreto. All’incrocio, un’insegna in legno: Sole e Vita. È il nome dell’azienda di Luigi Bitti.

Luigi ha ereditato il lavoro che fu già del nonno omonimo, negli anni Venti. Lo aiuta sua moglie Stefania. Siamo in Contrada Querciari. Di querce oggi ne restano poche. Negli anni Quaranta coprivano un’area molto estesa. L’azienda è biologica dal 2004: 50 ettari. Luigi e Stefania allevano bovini: razza marchigiana e incroci. La carne viene trasformata in un nuovissimo laboratorio dai colori sgargianti. I bovini pascolano nei campi, sono tranquilli: «nessun stress, la carne è più buona». Il loro cibo è bio certificato: favino, piselli proteici, orzo, avena, triticale, ceci.

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C’è anche un frutteto: 8 tavole (come si diceva un tempo in campagna) di meleto. L’oliveto invece serve per l’olio «di casa». Da un anno Luigi ha impiantato anche la canapa da fibra e da seme. La prima è più alta (3,5 metri), la seconda meno (sino a 2,5). La vendita di carne è diretta. I clienti arrivano in azienda ma ci si può organizzare con pacchi famiglia che vengono recapitati a domicilio. La carne è venduta anche in alcuni esercizi commerciali «che sanno apprezzare e valorizzare il nostro prodotto».

Sole e Vita è anche allevamento di polli cresciuti in «non meno di quattro mesi». L’azienda è fattoria didattica.

Nel corso dell’anno arrivano in visita scolaresche di Fermo, Porto San Giorgio, Grottazzolina. «Elementari, soprattutto. Bambini che non conoscono gli animali se non per averli visti in televisione». D’estate, invece, la fattoria si trasforma in Centro estivo per ragazzi. Quattro educatrici tengono gli ospiti per mezza, oppure intera giornata. È l’occasione per conoscere i cibi, manipolarli, lavorare nell’orto, passeggiare nel bosco, e dar da mangiare agli animali (cavallo, pony, asino, pecore e la maialina musetta).

Mentre Luigi racconta, dai fornelli di cucina, dov’è intenta mamma Iole, si spande un odore che conquista: forse coniglio in porchetta.

Appena torna il bel tempo, Luigi sistemerà il piazzale a fianco casa sua. Vuole trasformarlo in un’area di sosta camper. Inviterà i turisti a conoscere e vivere l’azienda, a cucinare sul barbecue i prodotti locali, a passeggiare le campagne e i borghi vicini.

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Sta anche studiando la possibilità di spedire lontano porzioni di carni usando un contenitore di ultima generazione con «ghiaccio secco», garantito 48 ore. Luigi e Stefania non si fermano. C’è sempre bisogno di nuove idee. La sfida è dura. La burocrazia è asfissiante e le spese fisse crescono. Ma in campagna sono abituati a lottare. E Luigi a dieci anni guidava già il trattore sfidandone un altro condotto dalla cugina Fiorella. Non solo abilità e velocità. Il sig. Bitti, che il 27 prossimo compirà 55 anni, ricorda il lavoro nei campi. Era il giorno dell’esame di quinta elementare. «Prima di avviarmi a scuola, ho riempito una botte che sarebbe servita per innaffiare. Ognuno di noi aveva un compito». E una responsabilità.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 17 febbraio 2017

#Cerreto #biologico #campagna #Montegiorgio   #dietamediterranea