La Divina Commedia in latino fu pensata a Fermo

Un libro su Dante che guarda il mondo d’oggi. Uscirà probabilmente a Pasqua. Sarà presentato in anteprima a Fermo. Perché gli autori risiedono in città.

Dei due uno è Giovanni Zamponi, medico e dantista. E dantista d’eccezione. Da anni tiene un corso sulla Divina Commedia presso la libreria UBIK. Notevole la partecipazione di un pubblico variegato: studenti, insegnanti, pensionati, amanti dell’Alighieri in genere. E notevoli le sue performance nelle scuole, chiese, locali pubblici. Dante reso vivo e tolto dalla muffa di certi insegnamenti.

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L’uscita del libro nel 2017 non è casuale. Forse questo gli autori però non lo sanno. La coincidenza vuole infatti che cadano, nel 2016 e nel 2017, i seicento anni di una pubblicazione rivoluzionaria. Che ha molto a che fare con la città di Fermo. Ma che è rimasta completamente ignorata.

La Commedia fu scritta in quel volgare che divenne in qualche modo poi lingua nazionale. Raggiunse il popolo, fu recitata nei borghi e nelle piazze. Ma fu anche impedita nelle scuole dei religiosi perché secondo alcuni «censori» si trattava di «veleno mortifero contenuto in una coppa di raffinata fattura».

Ma non tutti la pensavano allo stesso modo. E qui entra in scena la città di Fermo. Innanzitutto, un personaggio chiave: Johannes Bertholdus de Serravalle. Giovanni de Bertoldi nacque a Serravalle, castello di San Marino, nel 1350 o 1360. Studiò dai padri minori conventuali, si laureò prima a Pavia, quindi a Bologna. Divenne francescano. Ma la cosa che ci interessa è che nel 1410 papa Gregorio XII lo nominò vescovo di Fermo. Entrò nel 1413, secondo la cronotassi locale. Che c’entra con Dante? Molto più di quel che si possa pensare.

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Il popolino conosceva la Commedia, le sue rime rimbalzavano da bottega artigiana a bottega artigiana. Ma s’era in Italia. All’estero chi poteva godere dell’opera? Né gli intellettuali, né gli studiosi, né i semplici fedeli. Occorreva provvedere. Si provvide.

Da vescovo di Fermo, Giovanni de Bertoldi partecipò al Concilio di Costanza (1414/1418) per mettere fine allo scisma d’Occidente. Il nostro vescovo stupì. Con l’orazione «Caro mea vere est cibus», la mia carne è vero cibo, «propugnò – è stato scritto – solidi concetti di riforma ecclesiastica». Ma il punto fu che i prelati inglesi Niccolò di Budwich e Roberto Halam insistettero perché Bertholdus traducesse in latino la Divina Commedia. In modo che i valori religiosi e culturali sottesi all’opera dell’Alighieri, e ormai riconosciuti, potessero arrivare a tutti, specie alle classi colte, i maîtres à penser del tempo. Il vescovo ci pensò e disse sì. Con un’energia intellettuale invidiabile, con a disposizione pochissimi libri a Costanza, aiutandosi quasi solo con la ferrea preparazione avuta in gioventù e una memoria incredibile (a quel tempo la si coltivava) riuscì in soli cinque mesi: da gennaio a maggio del 1416. Ma non si fermò qui. Perché già a gennaio del 1417 era pronto anche il commento. Seicento anni giusti.

E la possibilità, oggi, di gemellare Fermo a San Marino. Così come, per altri versi e altri personaggi, a Canterbury (Thomas Becket), Kilkenny (mons. Rinuccini) e Dubrovnik (Saporoso Matteucci).

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 12 febbraio 2017

#Dante #Latino #Fermo

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