GENTE DI CAMPO. L’agricoltura di Pancrazio Tulli: terra e solidarietà

Quando arrivo, in contrada Santa Lucia di Servigliano (Marche, Italia), sta spargendo letame in una porzione quadrata di terreno. Il giorno prima ha scavato fosse per le patate. Il breve filare di vigna non appoggia a paletti di cemento ma a piante di acero. Margherite ovunque.

Con Pancrazio Tulli si va subito all’essenziale.

Tulli esterno

Non solo agricoltore: Pancrazio Tulli

Il campo che coltiva si stende su dieci ettari, alcuni in affitto. Lui usa la vecchia rotazione quinquennale per cui la terra deve riposare e prepararsi alle nuove semine: erba medica, grano tenero, sorgo e miglio: i prodotti che mette in vendita. Tra i suoi grani c’è l’Abbondanza; della Jervicella s’interessava 20 anni fa, senza che andasse di moda.

Tulli a lavoro

C’è poi l’auto-produzione per la famiglia (moglie  tedesca: Margret, tre figli grandi): vino, olio, uova, pollame, conigli.

Ci sediamo sotto una quercia plurisecolare, dinanzi ad un locale ad un piano che «serve per accogliere in estate ospiti con disabilità». Il sole picchia. C’è una verandina in mattoni con mini-cucina e, fuori, un forno a legna.

La campagna di Pancrazio scende da un lato verso l’Ete Vivo, confinando con Monteleone di Fermo, e si estende, dall’altro, verso Belmonte Piceno.

Tulli casa bassa

La collina, nonostante neve, piogge e scosse di terremoto, è rimasta salda. Qui si è agricoltori e paesaggisti. Si custodisce e si difende il creato.

Verso l’Ete si scorge una costruzione antica. Non è sua. È un molino ad acqua, come tanti ce n’erano in questa zona. Facendo due passi in più s’incontrerebbero i vulcanelli di Monteleone e quello di Servigliano.

Tulli Meridiana

La meridiana incastonata sulla parete della casa di Pancrazio

Si respira aria buona e aria di libertà. Pancrazio, sorridendo, tra il serio e il faceto, spiega che «siamo nello Stato libero di Santa Lucia bassa». La cosa intriga. La ricollego idealmente alla Contea del sindaco Pirozzi di Amatrice e al Libero stato della Sibilla che, goliardicamente ma mica tanto, lanciammo anni fa.

Pancrazio è agricoltore da sempre, da quando, rimasto orfano a sette anni del padre Giuseppe minatore, aiutava mamma Adilce Piersanti, a coltivare in contrada Sette Camini di Piane di Montegiorgio i pomodori, accudire la vigna, potare gli alberi da frutto. C’era povertà.

Diplomato all’ITI Montani di Fermo, Pancrazio che oggi ha 59 anni, si iscrisse alla facoltà di Medicina di Roma sostenendosi agli studi come gelataio.

Tulli quercia

Tra i primi obiettori di coscienza, svolse il servizio civile presso la Comunità di Capodarco di don Franco Monterubbianesi che aveva dato il via ad una forte esperienza agricola a Grottaferrata in una proprietà delle suore Francescane missionarie dov’era vissuta la beata Assunta Pallotta da Force.

Pancrazio ha avuto incontri significativi: il gruppo Abele, don Ciotti, l’Università della strada, Achille Ascari.

Tulli ombra

Passeggiata tra le margherite

Agricoltura biologica e sociale. Terra e solidarietà. I suoi punti fermi.

A Servigliano è sbarcato per lavorare in campagna e assistere un giovane schizofrenico.

I problemi dei contadini? L’asfissia dei burocrati. «Prima occorreva saper coltivare, oggi occorre una laurea in economia o giurisprudenza per compilare i modelli».

Eppure lui ci crede: «L’agricoltura non è solo produrre. È uno stile, una qualità alta della vita».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 31 marzo 2017

#Servigliano #Agricoltura #ComunitàdiCapodarco #Disabilità #Grottaferrata #destinazioneMarche

 

L’incontro con l’altro: genio della Repubblica. Dal 1946 ad oggi. La mostra a Fermo nelle Marche

Il titolo è già un programma: Da dove ripartire? L’incontro con l’altro: genio della Repubblica. Dal 1946 ad oggi.

Stiamo parlando di una mostra che terrà banco a Fermo, presso le Piccole Cisterne, dal 9 al 25 aprile prossimi.

L’iniziativa è stata proposta al comune di Fermo, che l’ha sposata, dall’Associazione Il Raggio e dal Centro culturale Il Portico.

Mostra

La presentazione della mostra a Rimini con il Presidente della Repubblica Mattarella

La mostra – spiegano gli organizzatori – racconta i settant’anni di vita italiana da quel 2 giugno 1946 in cui fu scelta la Repubblica e abbandonata la Monarchia. È un momento storico in cui per la prima volta è il popolo che decide del suo futuro. Non era mai stato chiamato a decidere, ma sempre portato  combattere e dividersi.

La proposta arriva in un momento delicato per il nostro Paese: l’acuirsi delle tensioni politiche, la crisi economica che ancora incombe sull’Italia, le divisioni tra e negli stessi partiti, la nascita di risposte emozionali dettate dall’antipolitica spinta.

Oggi – spiegherà la mostra – nel contesto storico in cui viviamo, siamo ormai abituati a una vita politica e sociale come scontro e delegittimazione, ma non sempre è stato così.

Ed ecco l’esempio, concreto, calzante, una strada che si può ancora percorrere: il nostro Paese si è costruito grazie al compromesso virtuoso tra culture diverse: la cattolica, la socialista, la liberale, la comunista. È possibile ancora oggi una unità d’intenti a favore del comune bene? La domanda è più legittima. Ed anche la risposta. L’Italia di allora: quella uscita dalla guerra e dalla guerra civile, ricca solo di povertà e di macerie ce la fece. Perché non farcela oggi seppur in condizioni molto diverse, come, ad esempio anche i lutti, i danni, l’abbandono dei borghi e l’esodo delle popolazioni dopo il terremoto?

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L’on. Luciano Violante

Il percorso espositivo è stato realizzato grazie al contributo di Rai Teche e della Camera dei Deputati.

Il giorno precedente l’inaugurazione ufficiale (8 aprile, alle ore 17:30), il teatro dell’Aquila di Fermo ospiterà un significativo incontro con il prof. Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, l’on. Luciano Violante (Presidente emerito della Camera dei Deputati) e il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro.

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Il prof, Giorgio Vittadini

Vittadini e Violante (ma anche Calcinaro) vengono da esperienze culturali diverse. Il tema del bene comune, pur se a livelli differenti e in situazioni differenti (come, per il sindaco, quella del terremoto che ha creato danni e lutti alla nostra terra), li interroga chiedendo ragioni e risposte.

«Abbiamo pensato a questa mostra – scrivono i promotori – come punto in cui è possibile il dialogo su cosa consente di ripartire, adesso che viviamo la situazione del terremoto, guardando come di fronte a una situazione difficile sia stato possibile un punto di costruzione comune».

La mostra è stata inaugurata al Meeting di Rimini nell’estate del 2016 dal Presidente della Repubblica Mattarella che nel suo discorso disse: «Vi è bisogno di recuperare interamente il senso del vivere insieme…»

di Adolfo Leoni

#Repubblica #Italia #LucianoViolante #GiorgioVittadini #SergioMattarella

 

La Fessa di Smerillo. Tra storia e leggenda di un borgo incantato

Lo smeriglio volava alto nel cielo, come un punto di nero nell’azzurro immenso. Eppure, ad occhio nudo, non si coglievano colpi d’ala. Il piccolo falconide sapeva solcare ogni tipo di corrente e lasciarsi trasportare dondolandosi come in una culla.

La giornata era tersa. E il sole splendeva vincitore su di una vegetazione resa ancora più inorgoglita dall’abbondante pioggia dei giorni precedenti.

Gli adulti e i giovani del paese potevano finalmente tornarsene nel bosco e riprendere il lavoro. C’era ancora molto da tagliare, sfrondare, accatastare, e trasportare con cavalli e muli dinanzi ad ogni casa. Ci si preparava alla provvista dell’inverno… appena usciti dall’inverno.

smeriglio

Le asce percuotevano con vigore  gli alti fusti. E i colpi risuonavano nel silenzio dell’altopiano. Ogni tanto, una voce avvertiva del pericolo i compagni. L’albero colpito a morte, travolgendo i rami sottostanti, si schiantava a terra con un ultimo sussulto d’orgoglio. Dalle piante più vicine fuggivano migliaia di uccelletti impressionati da quel fragore grande.

Imperterrito, lo smeriglio continuava i suoi ricami, dedito ad altro. Da un buco d’azzurro nell’intrico delle foglie, il ragazzo fissava l’uccello librarsi silenzioso. In cuor suo lo invidiava: così libero di spaziare nell’immenso. Un altro volto, un altro viso, nello stesso istante, guardava lo smeriglio. Ad un centinaio di passi dal bosco, nei pressi della Rocca che s’ergeva sull’invalicabile sperone di roccia, una quindicenne era stata attratta da quel volo.

La stessa sera le acrobazie dello smeriglio furono commentate dai due giovani.

Nascosti dietro la rupe, stretti l’una accanto all’altro, avevano entrambi invidiato quella libertà. Da tempo si amavano e, amandosi, si rispettavano. Il loro innocente discorrere era ricco di piccoli ma felici progetti: il matrimonio, una casa, bambini. Lui, che avrebbe insegnato ai maschi il taglio del bosco e i cicli della natura; e lei, con le sue piccole, intenta a badare l’orto e tener dietro alla casa. Poi, la sera, tutti insieme intorno al focolare, a raccontare storie d’avventura, a ricordare chi non c’era più eppure c’era ancora.

Erano sogni destinati a rimaner tali. Mai avrebbero formato una famiglia, mai avrebbero potuto aver bambini al loro fianco da crescere ed educare. I rispettivi genitori si odiavano di un odio atroce. Un odio antico, risalente, dicevano alcuni, alla nascita del Borgo stesso. Un fatto di sangue ne era stata l’origine. Mai più le due discendenze avrebbero dovuto incontrarsi o stringere rapporti. Soltanto una sorda ira poteva covare, pronta a manifestarsi in atti di violenza.

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La Fessa di Smerillo

Invece, i due ragazzi avevano vinto il rancore giurandosi eterna fedeltà.

La rupe stavolta non fu benevola. Mentre parlavano sommessamente immersi nella tenebra e si scambiavano sguardi carichi d’affetto, qualcuno vide i due ragazzi. Immediata, la voce corse nel castello. Entrambe le famiglie scesero in armi, per far quel che credevano fosse giustizia e vendicare l’offesa ad un presunto onore non rispettato.

Le torce brillarono dappertutto. Da due distinte vie vennero gli uomini. Urlavano come pazzi.

I giovani s’avvidero del pericolo. S’alzarono in tutta fretta. Dinnanzi ai loro padri e fratelli che stavano per incrociare le spade, dichiararono apertamente il loro amore, e chiesero pace e serenità.

I volti dei più grandi divennero paonazzi. A nulla valsero le preghiere e le implorazioni. Le armi  ormai si facevano sempre più vicine. Quasi lambivano i corpi degli innamorati. La strage era nelle menti contorte dall’odio.

Fu allora che la terra tremò. Rovinosamente. Un boato come un urlo strozzato salito dal centro della terra. Quasi un’imprecazione. E un baratro s’aprì. Una fenditura sulla roccia si spalancò enorme e profondissima. Non accettò, quella fessa sul terreno, coloro che nell’animo serbavano l’odio antico;  accolse invece i due ragazzi. Inghiottì i due innamorati. Ma non fu come un precipitar di sassi in quelle viscere. Fu un discendere delicato, come il volo leggero dello smeriglio di quel mattino. La fessa li stava attirando e proteggendo.

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Ora, il sogno d’amore, impossibile sulla terra, poteva concretizzarsi nel suo ventre dove i giovani trovarono la felicità desiderata. Un altrove senza odio.

Chi oggi guarda le conchiglie impresse nella roccia di Smerillo, ne troverà due vicine, quasi abbracciate.

Sono gli innamorati del Castello,

Che il Castello rifiutò

Adolfo Leoni, da “Alla mia Terra” Albero Niro editore, 2012

#Smerillo #Falco #Rocca #Amore #DestinazioneMarche

 

EVENTI. Il segreto de Montejorgio Cacionà

Montejorgio Cacionà ha spento 50 candeline. Mezzo secolo di vita da quel primo gennaio 1967 quando quattro poeti montegiorgesi, che scrivevano in dialetto, dettero vita ad un evento culturale d’eccezione. Un evento sempre amato. E che, di anno in anno, ha mantenuto freschezza, allegria, compostezza e riflessione. Esempio raro di un tradere, una tradizione che evolve restando salda alle radici.

Venerdì, sabato e domenica scorsi il teatro Alaleona ne ha ospitato, ancora una volta, il compleanno.

Cacionà

Il primo dato da riportare è l’affluenza di pubblico: teatro pieno ogni serata. Il secondo dato è l’amalgama. L’amalgama tra registri diversi che non stonano, non si sovrappongono ma si intersecano.

C’è il registro poetico, quello per cui Motejiorgio Cacionà nacque, dove si respira l’alta poesia di Agostino Scaloni (tra l’altro morto di recente… come avrebbe voluto partecipare a questa festa!), di Antonio Angelelli (‘Ntunì de Tavarrò), Sesto Vita (Sesto de Rabbio’), Giovanni Capecci (Nannì de Capiccittu). Poesia d’amore, di nostalgia, di scena quotidiana di fatiche, anche di ironia sottile ma mai irriverente. Pregna sempre di un  realismo fatto dall’osservazione delle piccole cose: quelle che alla fine sono grandi e vere.

C’è il registro della scenetta comica, simpatica, che mai se la prende con la persona ma mette il dito in situazioni contraddittorie, e sempre trattata con levità. Da sbellicarsi la satira riguardante i sindaci locali – ridevano anche loro dal palco delle autorità – (quello di Montepiducchio alias Montegiorgio, dove tutto va bene madama la marchesa, quello di Sgrafagnano alias Rapagnano, dove ci si prepara alle Olimpiadi «se no spacco tutto!», quello di Sverdiagliano alias Servigliano, pronto ad ospitare nel borgo più bello d’Italia il concerto dei Beatles, quello di Monzampaolo alias Monsampietro Morico, dove il trattore è la propaggine della sindaca, quello di Smuovo alias Fermo in attesa che atterri in piazza del Popolo l’astronave spaziale).

Il terzo registro è quello del canto popolare con un impareggiabile Coro Folk capace di interpretazioni di altissimo livello su testi di Scaloni e musiche di Luigi Azzurro e Manlio Massini.

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Al centro il poeta Agostino Scaloni in una delle sue ultime apparizioni al teatro Alaleona di Montegiorgio

Infine, un quarto livello, quello della tradizione più vera, quello del passaggio del testimone dai fondatori ai più giovani senza cesure e cadute, in una sorta di catena intergenerazionale che non fa fatica a dialogare. Come dimostrano i grandi: Fabiola Del Bello e Bruno Marziali. Dove gli uomini – per dirla con Mauro Corona l’alpinista – non sono mai disgiunti gli uni dagli altri e «hanno trovato qualcosa di pronto, tracciato, agevolato da altri vissuti prima». Come Massini, Boncori, Crisi. Come Agostino Scaloni la cui presenza aleggiava tra il palcoscenico, i palchi e la platea… «… E passa le stagiò, passa l’immerno e ppo’ la primavera, e ppo’ l’istate e passa quello che paria l’eterno; passa cuscì l’amore e le risate».

Non passa Montejorgio Cacionà fintantoché gente di cuore ne raccoglie l’eredità.

Prossimo appuntamento il primo aprile. Sempre con gli impareggiabili presentatori Michela Vita e Fabio Santilli.

di Adolfo Leoni

#Poesia #AgostinoScaloni #Montegiorgio #MontejorgioCacionà

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La fonte abbandonata e quella tragica storia

Più cammino la Terra di Marca più mi rendo conto di conoscerla poco.

Ci rifletto mentre imbocco il bivio che da Servigliano porta a Belmonte Piceno. Sul crinale, c’è l’indicazione per Monte Leone. Due cucuzzoli più in là, si nota la chiesa campestre di Santa Lucia. Mi attrae. Ci arrivo. È piccola. L’usura dal tempo ha graffiato le mura esterne. Un Comitato di residenti ha riproposto la festa del 13 dicembre; a maggio, il vicinato vi recita il rosario. C’è un altro luogo che mi incuriosisce: Contrada Fontemaggio. Amo le fonti e le loro storie. Vado.

Santa Lucia

La chiesetta di Santa Lucia

Alcuni agricoltori mi indicano uno stradellino bianco che è la vecchia strada vicinale. È quasi tutta in pianura sino alla fonte che, dicono, sia antica. Dimenticata lo è certamente, e quasi completamente sommersa dalla vegetazione. Resta la toponomastica a futura memoria.

Il sentiero si fa più stretto e più intricato. Non si va avanti. Risalgo, un poco sfiorando le belle vigne geometriche dell’azienda Dezi.

campagna

Il sentiero lo sistemarono anni fa quando ancora c’era vita in campagna. Ora, a dominare sono solo i rovi e le piante cadute. Mi accompagnano Luigi, che fa l’ingegnere, e Giorgio, che è in pensione anche se un agricoltore non è mai pensionato. Stava potando gli ulivi. Lui è un artista. La sua potatura è particolare: quasi un ventaglio. Maestro fu suo padre, niente a che vedere con i corsi professionali.

È lui a indicarmi un casale sulla collina verso Curetta. «Lo abitavano quindici persone. Non c’è più nessuno». Luigi invece guarda le querce. Sta combattendo una dura battaglia: contro le edere che stanno soffocando gli alberi, «restano fuori i rami più alti, come a voler sfuggire in qualche modo alla stretta mortale».

ciliegio

Mentre parliamo, cinque caprioli scorrazzano per il verde intenso. Si fermano a guardarci: hanno annusato l’aria. Poi riprendono la corsa.

Dritti, ben distanziati, i ciliegi coprono un bella porzione di terreno. Li piantarono per il legno e non per i frutti. Per i mobili. Ma ora è tutto Ikea.

La parte opposta è occupata invece da decine di piccioni a terra. Sembrano chiazze nere che punteggiano la terra chiara.

Siamo quasi arrivati. Si sentono le rane gracidare. È un pezzo che non mi capitava.

edera

«Qui c’erano le vasche. I bambini e gli anziani vi portavano gli animali ad abbeverarsi. Era un gioco ed un impegno».

Giorgio si gira un po’ e indica più a monte. «E lì c’era la fonte». In effetti qualcosa ancora c’è: un cubo di mattoni e uno sportellino in ferro arrugginito. «Non era così 70 anni fa. La fonte…».

fonte

Avverto una incertezza nel suo dire. «Era una fonte ricca. Le donne arrivavano con la brocca in testa acquistata da lu coccià di Piane di Falerone e con il secchio pieno di erbe da lavare». Però qui accadde anche altro.

Stava in alto, il giovane. Più in alto delle donne intente al lavatoio. Estrasse la pistola. Sparò. Colpì a morte la sua ragazza. Poi rivolse l’arma contro se stesso. L’esplosione dei colpi richiamò i contadini. Le urla si levarono tragiche. Non c’erano barelle né eliambulanze a quel tempo. Presero i corpi, li posero su delle sedie, corsero a casa per prestare… Fu tutto vano. Non era più tempo.

Dino aveva ucciso Paola. E si era ucciso. Era il 14 marzo 1947.

 

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 26 marzo 2017

#Servigliano #campagna #olivi

MINORI… PER MODO DI DIRE. Il coraggio di Anita

In effetti si chiamerebbe Franca per l’anagrafe. Lei preferisce Anita. Forse per richiami alla moglie dell’Eroe dei Due mondi o per parentele in famiglia. Non so.

La incontro ai tavoli di un caffè di Servigliano. È lunedì 20 marzo ed è presto. C’è un pallido ma promettente sole. Alle 11:30, dicono gli esperti, entrerà la primavera.

Anita è una donna esile: sguardo vivacissimo, occhi verdi che scintillano. Mi viene in mente uno scricciolo. Ma che forza!

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Franca Anita Poli

È nata a Montegallo. Vive a Comunanza dai genitori dopo il terremoto. Poteva restarsene in Ancona dove ha studiato. Ha preferito tornare nel sud delle Marche. La sua attrazione è per la campagna e l’accoglienza.

Un compito gravoso se l’è preso nel 2014 diventando presidente della Cooperativa Ritorno alla Terra. Della Cooperativa fanno parte 16 piccole aziende che praticano agricoltura biologica e sociale. La Cooperativa agricola nasce dall’associazione omonima costituita nel 1982.

«Il biologico parla marchigiano» spiega Anita riferendosi all’intuizione di quegli anni quasi gli stessi di Girolomoni-Alce nero.

La sede sociale e a Servigliano, a palazzo Monti di proprietà della Comunità di Capodarco. Un edificio storico che nasce dalla carità e vorrebbe essere carità, ma nel senso di nuova economia e nuova cultura d’accoglienza.

Anita ha ereditato una forte idealità ma anche non pochi problemi. Il 2014 era l’anniversario della fondazione della Cooperativa: 25 anni di attività. Nata in un  periodo in cui produrre sano e avere attenzione al biologico non era modalità molto ben compresa, la Cooperativa ha rischiato la chiusura. Anita e i fedelissimi hanno invece rilanciato.

A febbraio del 2016 ha dato il via libera, insieme al Gruppo Umana Solidarietà, ad un Forno in pieno centro di Ancona con un’attenzione particolare ai grani teneri per la produzione di pane e dolci. Cinque le persone impegnate di cui alcuni stranieri. Sempre con il GUS, la Coop. gestisce una fattoria sociale a Urbisaglia, che impiega quattro rifugiati.

Anita è tutta protesa a nuovi aspetti di Ritorno alla Terra.

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Con don Franco Monterubbianesi

«Oggi, rispetto ai tempi della fondazione, molte cose sono cambiate: c’è stata crescita culturale e nuova consapevolezza. Su questo bisogna giocarsi fino in fondo». Ha capito che le Marche sud hanno bisogno oltre ad un brand forte anche di una rete effettiva. C’è poi il mercato. A Servigliano, al piano terra di Palazzo Monti, opera il punto vendita dove «dobbiamo essere capaci di vendere tutto il prodotto dei nostri soci».

Palazzo Monti è un luogo simbolo. L’impegno di Anita è di evitare la sua alienazione e di acquistarlo ricorrendo al fund raising. Alla Comunità di Capodarco fu donato da Adele Conti che lo aveva ricevuto da una signora della nobile famiglia dei Montibene che accudiva come domestica.

La Scheda

Franca Anita Poli è nata a Montegallo il 23 settembre 1976.

Ha studiato alla Politecnica di Ancona laureandosi in ingegneria meccanica (settore energetica). Dal 2004 al 2012 è stata responsabile dell’Ufficio Scientifico/Prevenzione rifiuti di Legambiente Marche. Nel 2012 ha scelto di tornare nel sud Marche e di esercitare la libera professione. Ha lavorato nello studio civitanovese di Andrea Lelli.

Ama tutti i cantautori italiani: Da Dalla a Battiato. Sta leggendo L’apprendistato della dea tolteca. Si è appassionata al volume

La Sibilla pastora.

È stretta collaboratrice di don Franco Monterubbianesi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 25 marzo 2017

#agricoltura #ospitalità #Servigliano #ComunitàdiCapodarco

 

GENTE DI CAMPO. L’azienda Polozzi di Servigliano

Quando lo incontro è appena tornato da una camminata di circa un’ora: da casa sua, nella campagna di Servigliano che volge verso l’Ete vivo, sino all’imbocco per Belmonte Piceno. Salita dolce all’andata. Un impegno quotidiano.

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«Voi pensate che un agricoltore si muova sempre, io invece sto molte ore sul trattore e ho bisogno di camminare». Andrea Polozzi mi saluta così. Lui tira avanti da solo l’azienda omonima: 60 ettari di cui 40 di proprietà. Prima nei campi c’erano quasi solo le barbabietole. Poi, con la chiusura dello zuccherificio Sadam, Andrea ha trasformato le sue terre. Dal 2000 applica solo il biologico. Biologico praticato e certificato.

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«Forse dico una bestemmia, ma la chiusura dello zuccherificio e l’abbandono della sola coltura della barbabietola non sono stati del tutto negativi: questi campi avevano bisogno di respirare, erano stati troppo sfruttati». Del tempo delle barbabietole restano appesi alle mura del magazzino gli strumenti: rampino, cavabietole a vanga, rastrello con arella.

Oggi Andrea semina erba medica (50% dei suoi terreni) e ne ricava fieno che vende agli allevatori di bovini del centro Italia e soprattutto della zona parmense, quella del famoso parmigiano. Il fieno dev’essere di prima qualità. Lo esige il prodotto finale. Lo esigono gli acquirenti. E Andrea li soddisfa pienamente.

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Il restante 50% è dedicato al grano duro e ai legumi. Questi ultimi li commercializza. Ha rapporti stretti con TerraBio dell’urbinate.

Nei prossimi tempi produrrà anche pasta. Intanto, la tiene per casa: per testarne la qualità. Anche la «vignetta e gli ulivi» sono per il fabbisogno familiare.

Andrea ha 52 anni. È bello piazzato come tanti suoi colleghi agricoltori. Da lui traspare una calma che è la consuetudine a trattare con la natura e i suoi cicli: occorre pazienza in campagna.

Sotto le due tettoie sono parcheggiati i mezzi: rullatrice, seminatrice, falciacondizionatrice, voltafieno, ranghinatore, rotoballa e diversi trattori (piccoli e grandi).

cavalli

Sull’aia scorrazzano cani in abbondanza. Ci sono macchia, telma e luisa, le due grete, ciuffo e zora. I nomi glieli ha dati la signora Barbara, compagna di Andrea. Milanese di nascita, ha lasciato la città per la campagna marchigiana, attratta «dalle stelle, dall’aria pulita e dalle lucciole». E anche dalla possibilità di tenere liberi tanti animali. Dei cani abbiamo detto, dei gatti sarebbe lunga elencazione, dei cavalli ricordiamo i nomi: Ciamarro e Bellabionda.

In casa, la mamma di Andrea: la signora Felia (soprannome Scrucchì) è cuoca d’eccezione. Se ne avvertono i profumi. Mentre

Papà Romolo (più noto come Giovanni) dà una mano specie per le potature.

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La signora Barbara con uno dei tanti suoi gatti

La vita dell’agricoltore è dura, dice Andrea. La sua fortuna è di avere «un’azienda tutta accorpata, sia quella di proprietà sia quella in affitto». Il che rende il lavoro più agile.

Una montagna di bancali si erge dinanzi a noi. «Servono per posizionare le balle evitando che tocchino terra e che facciano muffa».

Al momento del saluto, appare una fiaschetta di vino cotto. È troppo presto. Sarà per la prossima volta.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 24 marzo 2017

#grano #cereali #parmigiano #Servigliano #lucciole #campagna