GENTE DI CAMPO. Agronomi e allevatori. L’azienda di Enzo Codoni ed Eleonora Capitani. Accade a Ponzano di Fermo

Ponzano di Fermo. Bivio per Torchiaro. Di fronte, un viottolo tra due colline che porta a una valletta incantata. Una scritta su legno indica: azienda biologica Taurus. Il toro c’è sul serio. Si chiama Narciso. È enorme, bianco, non degna di uno sguardo i visitatori; è  signore incontrastato di questa grande stalla senza pareti (solo balle di fieno a protezione delle correnti), dove si muovono liberi, e mai ammalati, 30 capi bovini di razza marchigiana certificata, di cui 16 fattrici. Le vacche, dal pelo lungo, si chiamano La Cornuta, Marietta, Fede, Letizia… C’è anche Giorgino, un vitello nato da poco. I nomi vengono scelti da chi aiuta al parto.

Codoni coppia

Eleonora ed Enzo Codoni

Mi trovo nell’azienda di Enzo Codoni e di sua moglie Eleonora Capitani. Una coppia che ha scelto nel 2009 di vivere la terra e allevare bovini. Laureati agronomi presso la Politecnica delle Marche, si sono conosciuti nelle aule universitarie. Enzo, al terzo anno di dottorato con studi in materia di suini, ha decisione di lasciare la via accademica per dedicarsi alla campagna e al bestiame. Lavoro già sperimentato nella piccola azienda dei genitori Angela Maria Regolo e Silvano Codoni, a Fermo. Eleonora è originaria di Arcevia e, oltre alla cura del bestiame, continua la sua attività di consulente e certificatrice in agricoltura.

Codoni Narciso

L’imperterrito toro Narciso

Creata la società agricola, hanno acquistato 16 ettari di terra, di cui 13 coltivabili dove troviamo erba medica, favino, orzo, mais (con semina tardiva a giugno). È il cibo dei bovini che, una volta cresciuti, vengono macellati e le cui carni confezionate e vendute in pacchi famiglia o a rivenditori.

Non manca il grano tenero per farine, macinato a pietra. A proposito di grano, hanno impiantato il Solina, un grano abruzzese dei comuni dell’Aquilano, molto simile alla Jervicella.

Codoni valletta

Due lunghi rettangoli sulla collina sono riservati alle erbe officinali. A curarli sono Andrea Sonaglioni, studente universitario di Economia bancaria, finanziaria e assicurativa, e Gioele Maria Iacopini, operatore socio-sanitario. Tre anni fa si sono presentati ad Enzo ed Eleonora per consigli (pensavano anche alle lumache), mostrando grande passione per la campagna ma poca esperienza. I Codoni hanno capito, hanno concesso loro un pezzetto di terra, dispensando consigli e raccomandazioni. In tre anni i ragazzi hanno studiato, frequentato corsi a Roma ed ora nei due fazzoletti crescono 15 specie diverse. Ci sono calendula, partenio, erisimo, santoreggia, escolzia, echinacea. Rivalutate anche le erbe considerate infestanti come la gramigna o la fumaria officinalis.

Codoni Giovani

Da sx Gioele Maria Iacopini e Andrea Sonaglioni

Nei pressi c’è una serra, orgoglio di tutti. Più sopra, uno stazzo di pecore.

Sulla collina opposta sorge un bosco di querce, ciliegi, fichi, pioppi e betulle. I Codoni lo stanno recintando per il futuro allevamento di maiali. Sempre parlando di futuro prossimo, Enzo pensa ad un piccolo servizio di ospitalità: qualche camera, qualche degustazione.

Codoni Enzo

Il dr Enzo Codoni

Risalgo la valletta incantata. Mi accompagnano due cani: la maremmana Voglia e il bastardino Leo.

La campagna è dura. Ma bella.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 28 aprile 2017

#BellaCampagna #RazzaMarchigiana #ToroNarciso #DestinazioneMarche

#DietaMediterranea #Borghitaliani

 

 

 

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CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Il racconto e la spontaneità. La ricchezza di casa nostra

Fa effetto sentire 35 senesi affacciati al balcone di Monte Vidon Corrado esprimersi stupiti: «Mamma mia, che bello!».

È Lunedì di Pasquetta. Il tempo va migliorando nel corso della mattinata. Il gruppo è arrivato a Porto San Giorgio per le feste pasquali. Il titolare dell’albergo ha proposto anche un tour nell’entroterra. Esemplare!

Museo Belmonte

Il museo dei Piceni a Belmonte Piceno

Quel «Mamma mia, che bello!» è all’indirizzo della montagna, che si scopre e si copre con un passaggio rapido di nuvole, è la vista di tanti paesini aggrumati sui colli, è il verde intenso, dopo la pioggia, fatto di grano, ulivi, querce e ciliegi. Ma è anche la presenza di un sindaco. Giuseppe Forti ha accolto i turisti salutandoli uno ad uno.

«Il paesino è grazioso e super-pulito», dicono i turisti, colpiti da quella mano stesa ad ognuno dal primo cittadino. «Non capita da noi…».

Anche al bar c’è gentilezza. Ottimo biglietto da visita.

La successiva visita alla casa di Osvaldo Licini fa il resto. Le foto alle pareti; la storia d’amore con la pittrice svedese Nanny Hellström, conosciuta a Parigi, e condotta nell’isolamento su quel «cocuzzolo, da dove ogni sera vediamo calare il sole», come scriveva il pittore; la vicenda del figlio riconosciuto nel 1943; le immagini del pittore; gli affreschi al soffitto; la sua camera; il suo studio; la scala che porta al terrazzino; la cantina dove Licini s’incontrava con gli amici.

La signora Vania introduce i visitatori alla vita dell’artista, legge quella commovente frase d’amore riprodotta sul muro, li porta al Centro studi, mostra gli schizzi. Spiega le Amallasunte e gli Angeli Ribelli. I Senesi ascoltano, rapiti da quel genio agnostico ma attratto dall’infinito e dai suoi segreti.

Servigliano

Il sindaco di Servigliano Rotoni dà il benvenuto ai turisti

A San Paolino di Falerone, il giorno dopo Pasqua si fa festa. C’è gente arrivata nonostante la pioggia. La comitiva dei toscani si ferma presso un’azienda produttrice d’olio. Sono pronte bruschette, erbe amare e olio. Soprattutto la simpatia dei titolari.

Due giorni prima: sabato santo, la visita è stata altrove, ma sempre in Terra di Marca. Il sindaco Ivano Bascioni ha atteso il gruppo nella piazzetta di Belmonte Piceno. Obiettivo: il nuovissimo museo. Anche in questo caso il benvenuto è stato una stretta di mano cordiale.

Il giovane Tommaso ha indicato i torques, gli amuleti, i gioielli, l’ambra, l’elmo dei guerrieri piceni. Un patrimonio che stupisce anche chi è immerso nella bellezza di Siena, Arezzo, Cortona. Ma ogni luogo ha il suo genius loci.

Tra poco arriveranno a Belmonte i tedeschi. Una università potrebbe riprendere gli scavi dell’ampia necropoli.

I turisti toscani si affacciano alla terrazza del museo. Hanno davanti il fiume Tenna e la villa dei Marchesi Passari. Peccato quel «lago di silicio» a due passi dal viale.

Servigliano è città ideale e ospitale. Marco Rotoni, primo cittadino, accoglie il bus con un sorriso. Michela conduce la comitiva a visitare l’ex convento dei Frati Minori Osservanti, la piazza fatta di piazzette, la Casa della memoria e il Parco della Pace.

Si rientra. In pulman passano le storie di Rinaldo da Monteverde e di Giuseppe De La Hoz.

Lo chiamano turismo di relazione. Esige schiettezza. Da noi si trova tra la gente. Meno negli uffici e nei manuali.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 23 aprile 2017

#TerradiMarca #destinazioneMarche #bellaServigliano #Piceni #BelmontePiceno

MINORI… PER MODO DI DIRE. Un tenore con la musica nel sangue: Roberto Jachini Virgili

Lunedì 10 aprile. Settimana Santa. Ravenna. Basilica di San Francesco. In scena il Requiem di Mozart. Tra le voci, quella di Roberto Jachini Virgili. Il silenzio è assoluto. In prima fila, all’improvviso, si materalizza il maestro Riccardo Muti con la signora Cristina. Al termine, la celebre coppia fa i complimenti al giovane tenore cui, sicuramente, hanno tremato le gambe.

Roberto non sapeva di quegli invitati. E oggi dice: «Inutile spiegare l’emozione, è come palleggiare di fronte a Maradona».

Roberto Jachini

L’ultima volta che l’ho ascoltato, si esibiva al Teatro dell’Aquila di Fermo in alcune romanze di Rossini.

Incontrarlo per strada, con i suoi capelli al vento, lo farebbero somigliare ad uno scapigliato del secondo Ottocento. Quasi un bohemien.

Poi ci si accorge del sorriso largo, della simpatia, della capacità di battuta, del portamento rossiniano. E si scopre anche un artista con la musica nel sangue.

Ha studiato canto, violino e composizione al Conservatorio Pergolesi di Fermo, poi si è perfezionato all’Accademia Santa Cecilia di Roma e in quella Rossiniana di Pesaro. Gavetta, sacrificio e soddisfazioni.

«Nei Balcani ho avute le mie prime esperienze da protagonista interpretando il Conte d’Almaviva nel Barbiere di Siviglia di Rossini a Skopje, e Lindoro ne L’Italiana in Algeri a Belgrado».

Il nostro tenore, che ha iniziato la sua carriera come baritono, è legato all’Est.

Tornerà in Serbia, dove in precedenza ha passato tra l’altro un anno intero, per Orfeo di Monteverdi. La prossima estate canterà nel prestigioso Festival di Musica Antica di Innsbruck.

«Al di là di Trieste – spiega – si vive ancora immersi nelle tradizioni. Economicamente non hanno i nostri standard (eccetto la Polonia che davvero li ha raggiunti e in qualche caso superati) ma sono ricchi di cultura popolare, e ne vanno orgogliosi».

Orgoglio o, meglio, amor di patria che l’Europa occidentale sembra aver dimenticato.

E quando non canta, Roberto che fa? Di cose ne fa parecchie: legge, adora i saggi di storia e di attualità, ascolta le canzoni di Elio, dei Queen e la tradizionale musica balcanica. Gioca anche a pallone con gli amici (ne ha tanti, specie ex compagni di scuola) e tifa Fiorentina. Non potrebbe essere diverso: è diplomato in… Viola.

Roberto ha anche la passione per le escursioni in montagna. Si considera un fortunato a vivere nelle Marche «una regione splendida che offre davvero tutto». Però un neo lo trova: «Abbiamo anche il record di Teatri storici presenti sul territorio, ma usandoli poco o nulla è come non averli».

Roberto ha avuto il privilegio di lavorare con il direttore d’orchestra Alberto Zedda (morto di recente), che lo ha introdotto a 19 anni in Accademia a Pesaro e lo ha tenuto a battesimo nel rossiniano Il viaggio a Reims.

Speranze? «Magari una chiamata da Muti…».

La Scheda:

Roberto Jachini Virgili è nato a Fermo nel 1984. Risiede con la famiglia a Montegiorgio.

Dopo essersi diplomato al liceo scientifico, si è iscritto al Conservatorio di Fermo. Oltre all’Accademia di Santa Cecilia di Roma e a quella di Pesaro, ha frequentato l’Accademia di Jesi e il Maggio Fiorentino, dove s’è esibito più volte. I palcoscenici più importanti dove ha cantato sono: Arcimboldi di Milano, Petruzzelli di Bari, Massimo di Palermo, Teatro Regio di Parma, Rudolfino di Praga.

Dell’Italia dice: «È come una splendida donna che fa di tutto per truccarsi male. Nonostante questo, l’arte di arrangiarsi ci salva in qualsiasi situazione».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 22 aprile 2017

#amolamusica #rossini #conservatoriopergolesi #musicantica #giocoapallone

 

 

 

 

 

 

GENTE DI CAMPO. L’azienda Abbruzzetti: olio e agri-campeggio

Via San Pietro Vecchio, a Fermo, è la strada che s’inerpica per la collina dando le spalle al Santuario di Santa Maria a Mare e Sant’Anna, e passando sotto il ponte dell’autostrada.

Quando arrivo presso l’Azienda agricola Abbruzzetti di Maria Pia Rossetti alcuni operai stanno sistemando due terrazzamenti. Saranno pronti per inizio estate. È qui dove nascerà l’agri-campeggio: 20 piazzole per camper, tende e roulotte, servizi e mini piscina. Il tutto tra gli olivi con vista incantevole sull’Adriatico e sui Monti Sibillini.

abbruzzetti 2

La titolare Maria Pia Rosssetti

«Quel che vogliamo proporre è una vacanza nel verde a due passi dal mare». A spiegarcelo è Maria Pia Rossetti, amministratrice, originaria di Vasto, da anni nel Fermano, sposata con l’ing. Silvio Abbruzzetti. Lei ha in tasca una laurea in Economia e Commercio e una storia familiare da frantoiani. Silvio è il figlio di Ennio (venuto a mancare da pochi giorni) storico produttore d’olio a Monterubbiano, e nipote di Demetrio che brevettò le quattro ruote motrici per le mietitrebbie, il cui brevetto fu acquistato dalla Laverda. Gente di campo da sempre.

Abbruzzetti locale

L’interno del punto degustazione

Maria Pia e Silvio, dunque, s’intesero sotto ogni profilo.

Qualche anno fa la signora ha deciso di lasciare lo studio da commercialista per un ritorno alla terra. 30 ettari in affitto a Monterubbiano dal suocero Ennio e dal fratello di lui Demetrio; 10 ettari di proprietà a Fermo.

A Monterubbiano, in periferia, laddove gira una pala a vento, c’è il frantoio (con estrazione centrifuga oltre che a pressa tradizionale, a disposizione anche di terzi) e l’oleificio, gli olivi sono più sotto. Non manca la produzione di grano, girasoli, ceci, fagioli, farro e una specie di mais (rosso) dal nome algebrico: otto file.

Abbruzzetti prodotti

A Fermo invece il terreno, come dicevamo, è di proprietà, e qui è nato il punto vendita, quello per degustazione e prossimamente l’agri-campeggio.

Il marchio dell’olio ottenuto dal leccino, frantoio e sargano è PinzimOlio.

Il locale delle degustazioni è un ambiente confortevole e arredato in modo semplice. D’estate, c’è la possibilità di mangiare in veranda, guardando il mare, godendo della brezza e del canto delle cicale.

Abbruzzetti locale esterno

Esterno del punto degustazione

Dai bilanci e dalle dichiarazioni dei redditi Maria Pia è passata ai fornelli dove se la cava egregiamente.

Mentre stiamo parlando, arriva una telefonata: si parla di crostini con erbe trovate, tagliatelle di farro, polentina con mais, trifolata di carciofi, pollo allevato a terra, vellutate di ceci.

Abbruzzetti

Ogni pietanza è rigorosamente preparata con prodotti di casa, stagionali, e serviti su piatti monouso e compostabili. Dopo la degustazione è possibile acquistarli: sono tutti esposti sulla vecchia «mattera».

A dare una mano, oltre che il marito Silvio anche lui ormai riconquistato alla terra, arrivano i figli: Lucia (16 anni) e Ennio (14 anni), entrambi studenti al liceo classico Annibal Caro di Fermo.

Passeggiando tra il verde e il profumo di lavanda, Maria Pia mi spiega che sulla collina più alta dei terrazzamenti è stata trovata una «bella vena d’acqua che ora va drenata».

Proprio un’oasi da Paradiso.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 21 aprile 2017

#gustareolio #passioneagriturismo #maremonti #Monterubbiano

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La Pasqua e l’ulivo

L’erba è bagnata. È piovuto stanotte. Cammino tra gli ulivi dell’amico Bruno Sponza, nelle campagne di Falerone, a due passi dall’incredibile – e ancora non del tutto decifrata – chiesa di San Paolino. I simboli incastonati alle pareti del piccolo e solitario tempio invitano a «esoteriche» interpretazioni quando forse sono il portato di un pensiero e di un’arte inclusivi.

È mercoledì santo, come ricorda il calendario cristiano. Dalle olive di queste piante si ricava il famoso Piantone.

olivo

Reminiscenze scolastiche materializzano la dea Atena in competizione con Poseidone per dar nome e protezione ad una città greca. Lo scontro era sul dono da offrire alla popolazione. Poseidone conficcò il tridente in terra facendone scaturire acqua… ma salmastra. Inutile, quindi. Atena offrì invece «il primo albero di ulivo adatto ad essere coltivato. Gli Ateniesi scelsero l’ulivo e Atena come patrona della città, perché l’ulivo avrebbe procurato loro legname, olio e cibo».

L’ulivo ha molto a che fare anche con il Cristianesimo. La volta stupenda della Cappella farfense di Montegiorgio, oggi impraticabile causa terremoto, oltre che di Elena alla ricerca della vera croce dove si compì lo strazio di Gesù, racconta di Adamo sulla cui tomba era germogliato un ulivo. Da quella pianta era stato staccato il ramoscello che la bianca colomba, nel becco, aveva consegnato a Noè. Segno che le acque s’erano ritirate e la vita poteva riprendere dopo il diluvio. Patto tra cielo e terra. Macro e micro che s’abbracciano.

A Monterubbiano, il pomeriggio del venerdì santo, la bara con il Crocefisso attraversa il centro storico. A Montegiorgio, uomini invisibili, nascosti da un drappo nero, strusciando la terra, trasportano una pesante bara con il dio annientato ma pronto a risorgere.

Tre croci, sulla collina dinanzi al Santuario di Santa Maria a mare e Sant’Anna, rievocano passione e morte. «La lancia e i chiodi attendevano. –scriveva Peguy – Il miracolo e la natura attendevano ugualmente».

Ancora ulivi in quelle campagne.  E sempre dall’ulivo sarebbe stato tagliato il legno per la croce di Cristo. «Ma la croce – scriveva Alfredo Cattabiani – è simbolicamente il Cristo stesso, sicché l’olivo trasformato nella Croce allude al Salvatore come Albero Cosmico, Asse del Mondo che collega cielo, terra e inferi».

Alcuni nostri grandi pittori: Simone Martini o Taddeo di Bartolo – come ricordava il grande studioso di tradizioni – nelle loro Annunciazioni raffiguravano l’angelo con un ramo d’ulivo invece che con il consueto giglio: «quel rametto era l’annuncio della nascita del Cristo-Olivo».

In un suo libro, lo storico montegiorgese Mario Liberati riportava che, nei giorni del giovedì, venerdì e sabato santo, al termine delle Lodi, avveniva lu vattesté, il battere. I sacerdoti, finita la preghiera, cominciavano a battere sui leggii con un rametto di ulivo, seguiti dai ragazzini che usavano invece bastoni con cui picchiavano, e con forza, sui banchi e sulle predelle. Immaginabile il rumore.

È Pasqua: Resurrezione del Cristo, per chi ci crede; occasione di  riflessione, per gli altri.

Auguri di vita buona a tutti. Perché ce n’è proprio bisogno.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 16 aprile 2017

#Pasqua #Ulivo #Olio #Gesù

MINORI… PER MODO DI DIRE. Parole e poesia di Nino Marino

Un paroliere, un poeta, un compositore. E anche un talent scout.

Personaggio eclettico, con la musica nel DNA familiare.

È tutto questo – ed ancora di più – Gaetano «Nino» Marino.

Quando parla, lo fa sottovoce come per non andare fuori tono.

E quando parla, sorride. Simpaticamente. Empaticamente.

Una vita tra le sette note.

Nino Marino

Paroliere e poeta: Gaetano Marino

Appena maggiorenne scrive le sue prime composizioni Donna vanità e Per te io dovrei. A produrle sono Teddy Reno e Rita Pavone. Personaggi memorabili. L’etichetta  discografica era la prestigiosa  RCA italiana di Roma,  la voce, invece, era di «un amico con cui ho condiviso i primi passi, le prime “fregature” e i primi guadagni: il sangiorgese Marco Fedeli che per un ventennio ha cantato nei locali di tutta la penisola, per lo più in Emilia Romagna».

Nel 1982 il primo contratto di edizione. «Per iscriversi alla SIAE e vedere riconosciuti i tuoi diritti, dovevi essere professore di musica per la categoria “compositore” o laureato per la categoria “Autore della parte letteraria”. Io non ero nemmeno diplomato e ho dovuto sostenere un paio di esami interni alla società per ottenere l’iscrizione alla sezione musica. All’inizio solo come Autore, poi negli anni anche compositore».

Nino

Importanti per Nino sono stati gli incontri. Come quello con il maestro Gianmaria Berlendis, l’uomo che ha riportato l’orchestra al festival di Sanremo in occasione della quarantesima edizione. «Serio fino a mettere soggezione, era un vero Maestro, anche di vita e nonostante eravamo diventati amici e ci siamo frequentati per anni, dal primo all’ultimo giorno fino all’ultimo, gli ho sempre dato del lei per dimostrargli il mio rispetto».

Altra significativa conoscenza e frequentazione è stata quella di Piero Vivarelli, lo scopritore di Adriano Celentano. Personaggio brillantissimo, annoverava tra gli amici Renato Zero,  Antonello Venditti e Caterina Caselli.

Nino Marino ha avuto un altro maestro, in questo caso una maestra di vita: Nilla Pizzi, la regina della musica italiana con la quale ha condiviso la stesura di una decina di canzoni. «Una di queste ha fatto con lei il giro di una parte di mondo. Aveva una grande carriera alle spalle, ma non parlava mai del passato, era proiettata sempre verso il futuro e sul palco era come per la strada, di una simpatia e  di una umiltà uniche».

Oggi la persona più significativa con cui sta collaborando è Beppe Carletti, il leader storico dei Nomadi. L’artefice della carriera di Francesco Guccini, Luciano Ligabue e Zucchero, ha musicato i testi: Animante, Figli dell’oblio e Lascia il segno di Nino Marino.

L’ultimo lavoro insieme è stata la recente uscita di una giovane artista di Frosinone, Ilaria Cretaro. Per lei Nino ha scritto Angelo della notte, edizione e produzione Nomadi.

La Scheda:

Gaetano Nino Marino è nato a Milano nel 1963. Vive a Fermo d’estate e in Abruzzo d’inverno.

Ha iniziato a lavorare scrivendo spot pubblicitari  per la sua Nuova Radio Centro Italia di Porto San Giorgio e scrivendo articoli per Pegaso 2000 e dintorni.

Come poeta, nel 1984 interpreta al Maurizio Costanzo Show una sua lirica inserita nella raccolta Un’ora da Re. Due sue liriche si trovano anche nella Antologia del premio  letterario Fonopoli: Parole in movimento. Altre poesie vengono pubblicate nel corso del Duemila.

Nel 2016 si è cimentato anche nella scrittura dei testi dell’Album Libero se canto del tenore Marco Berti, coadiuvato anche dal figlio Giulio Maria.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 15 aprile 2017

#INomadi #Musica #Poesia

 

 

 

 

 

 

GENTE DI CAMPO. Azienda agricola, fattoria didattica, agriturismo. I Monaldi da Montegiberto e la storia di Luccirì

Luogo incantevole. Periferia di Montegiberto. Più sotto: il fosso Rio; davanti: i Sibillini chiazzati di bianco. A terra: un tappeto superlativo di margherite. Due abitazioni sapientemente restaurate, una era l’ospitale dei Casanolanti. Mi trovo nell’azienda Monaldi.

Giovanni ha 80 anni, due mani che sembrano badili, un camicia felpata a scacchi bianchi e neri, sorriso cordiale. Abituato ai rapporti. Sino a venti anni fa allevava bovini di razza marchigiana. Negli anni Settanta arrivavano allevatori dall’Argentina per acquistarli e incrociarli con il bestiame della Pampa.

Monaldi famiglia

Da sx: Giovanni, Daniela, Anna

I suoi tori si chiamavano Inatteso, Prussiano, Infelice, Moloc, Meteo, Etrio I e Etrio II. Premiati in tutta Europa. Poi le cose sono cambiate e in azienda è subentrata la figlia Daniela in collaborazione con sua sorella Anna. Mamma Palma e babbo Giovanni restano sempre punti di riferimento.

Oggi la loro impresa agricola è multifunzionale. C’è l’azienda agricola vera e propria, c’è la fattoria didattica, e c’è, infine, l’agriturismo. Un tutt’uno connesso, proposta integrale dove un settore spalleggia l’altro.

Monaldi agri 2

30 ettari di terreno coltivato a farro, foraggio, cereali; un oliveto e una vigna (vitigni pecorino, passerina, merlot, montepulciano). Farro e olio d’oliva hanno la certificazione bio che ora le titolari estenderanno al resto delle produzioni.

I bovini non ci sono più. Restano invece le galline – con un impettito gallo Kun (come lo hanno ribattezzato i fedeli turisti scandinavi) – i conigli e due oche starnazzanti.

Monaldi pollaio

Daniela, che è laureata in lingue (sua sorella Anna invece in Scienze economiche e bancarie) ed è stata insegnante prima di scegliere la campagna, ha una passione per i bambini. Ecco spiegata la fattoria didattica con i suoi laboratori per impastare il pane, i dolci, i percorsi dei semi e cereali, il giro sulle asine Stella e Nella, e il custodirle.

Fatto il lavoro della terra, avuta attenzione per le scolaresche, è scattato il progetto agriturismo. Due anni per restaurare conservando altrettanti, caratteristici, edifici.

Monaldi campagna

Nel 2007 – quest’anno è il decennale – si inaugura Alla Corte di Carolina, dove la Corte è l’aia, e Carolina la nonna di Daniela e Anna. Mini appartamenti per clienti che arrivano soprattutto dal Nord Italia, Belgio, Danimarca, Norvegia.

Per le sorelle Monaldi Agriturismo vuol dire far vivere l’azienda agli ospitati. Renderli partecipi in cucina, preparar loro dolci tipici a colazione, farli sciamare in campagna, far gustare silenzio, cultura e paesaggio.

Monaldi agri

Giovanni non resta sullo sfondo. Lui è il narratore nella festa che caratterizza ogni inizio accoglienza.

Non è una favola quella di Luccirì. È la storia vera di suo nonno materno Raffaele che perse l’orecchino che amava tanto e che portava sempre all’orecchio. Lo perse trasportando legno dalla montagna. Lo ritrovò a fatica, nottetempo, cercando e ricercando lungo il tragitto, munito di acetilene. Lampada che in gergo: allucciava, ‘lucciava. Luccirì.

Monaldi botte

Tre botti arredano uno dei begli ambiente di casa. La più piccola contiene il vino cotto di Luccirì. Elisir di lunga vita.

Alla salute.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 14 aprile 2017

#MonteGiberto #Vino #Agriturismo #RazzaMarchigiana #Argentina