CAMMINO LA TERRA DI MARCA. I sentieri della meditazione

«Rimettersi in moto». Ognuno di noi. Da subito. Per non cedere alla barbarie.

Mi echeggiano le parole dell’editoriale stilato dopo la strage degli innocenti di Manchester dall’amico scrittore Luca Doninelli. Riprendere coscienza della nostra civiltà, comunicarla ai ragazzi: alla generazione di quei poco più che bambini straziati dai chiodi di un esplosivo ancor più cattivo. Non è solo compito della scuola, delle università, delle famiglie. Non basterebbe. È responsabilità personale. Dove «la prima mossa riguarda la memoria. Perché è dalla profondità della memoria che può sorgere una vera capacità di progettare il futuro».

Belm viottolo

Il viottolo bianco

Sono i pensieri che mi accompagnano nel cammino di questa settimana. A volte ci si immerge nella natura per sfuggire agli obbrobri. Ogni passo, invece oggi, è andare più a fondo di quella civiltà e cultura che qualcuno ci ha lasciato in dono. È guardare con altri occhi palazzi, chiese, piazze, borghi, campagne e viottoli che ancora trattengono, come catena ininterrotta, generazioni e generazioni di persone.

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Doveva essere una pista ciclabile

Dopo il ponte sul Tenna, direzione Belmonte Piceno, c’è una strada chiusa, una sbarra a impedire passaggi d’auto. Scendo a piedi. Vorrei percorrere il viale dei cipressi calvi. Il viottolo sembra di neve, quant’è bianco per i ciuffi ondeggianti dei «piumini» di pioppo. Cambio direzione. Vado verso monte. Rasento il fiume. Tentarono una pista ciclabile anni fa. Forse la Provincia. Mi dicono che fu speso tanto. Si vedono ancora due termini. Poi l’abbandono.

Belm termine

Belmonte è più sopra, spunta il campanile d’una chiesa e qualche casa. Il viale di lecci, che intravvedo guardando oltre il fiume, è quello che porta a Villa di Fontebella, già Villa Passari. Il marchese Andrea la lasciò, si legge nel testamento del 1917, «a Ricciardo Ganucci Cancellieri in rappresentanza della defunta sua madre e mia figlia Caterina, quando avrà raggiunto l’età maggiore…». Quel viale ospitava una grande fiera il secondo lunedì di ottobre. Lo aveva stabilito l’arcivescovo Borgia nel 1751.

Più in là c’è Monteverde, raccolto, aggrumato. Sembra un borgo di montagna. Si scorge bene da questo sentiero che sale rasentando il bosco per raggiungere il crinale.

«Bellissima Italia – scrive Franco Arminio – annidata sull’Appennino. È la mia Italia… Bisogna ripartire da qui, qui c’è il sacro che ci rimane: può essere una chiesa, una capra, un soffio di vento, qualcosa che non sa di questo mondo Né di questo tempo».

Non so perché ma penso ai camposanti. Sono belli quelli che conosco: Rapagnano, Cerreto, Santa Vittoria in Matenano. Gabriel Garcia Marquez scriveva che «Si appartiene a una terra quando sotto quella terra è sepolto qualcuno che abbiamo amato».

Belm - Tenna

Le acque limacciose del Tenna

Ridisceso, sono quasi a Servigliano. Sulla mia testa c’è il ponte della ferrovia, vecchio, non antico. Comunque suggestivo. Scomposto invece il groviglio di case alle periferie.

«Riabitare i paesi non è questione di soldi. I soldi servono a farli più brutti, a disanimarli». È Arminio, traente spunto da Pasolini.

Un amico da Roma m’invia per whatsApp una frase di Julian Carron: «Non è nella grandi cose che si gioca la partita del vivere, ma nella fatica del quotidiano».

A noi la responsabilità.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino di domenica 28 maggio 2017

#destinazioneMarche #BelmontePiceno #chebellocamminare #mondopiccolo

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. Professione grafologo. L’arte di Carlo Bastarelli

Un poster, che è una parete intera. È New York di notte, con il grande ponte sul fiume Hudson e le mille luci colorate. Carlo Bastarelli siede dando le spalle alla metropoli disegnata. Dice che gli serve a riprendere fiato.

Sulla scrivania, due computer e tante penne a disposizione. Non potrebbe esser diversamente: Carlo esercita una professione originale. È grafologo. Studia la scrittura. Dai tratti del nostro scrivere risale al quadro comportamentale della persona. «Interpretare la scrittura – spiega – ci avvicina alla comprensione dell’animo umano».

Bastarelli Carlo

Carlo Bastarelli

«L’uomo che scrive disegna inconsapevolmente la sua natura interiore», ricordava nel 1931 Max Pulver ne La simbologia della scrittura..

Nei giorni precedenti la nostra chiacchierata è stato molto impegnato presso il Tribunale di Fermo. Lo chiamano per perizie calligrafiche su lettere autografe e anonime, sui testamenti, assicurazioni, contratti. Anche i privati chiedono i suoi interventi. In aumento sono anche i giovani  che lo interpellano per la scelta della facoltà universitaria, e i genitori di ragazzi che andranno alle Superiori.

Qualche mese fa ha promosso il convegno nazionale per l’istituzione dell’Albo Professionale, diretta conseguenza del Cesiog (il Centro Studi per l’Istituzione dell’Ordine professionale dei Grafologi) che Carlo ha fondato per tutelare la professione. Una professione che ha avuto solo un riconoscimento giuridico con una legge del 2013, che disciplina le professioni di natura intellettuale non organizzate in ordini o collegi.

C’è ancora chi scambia la grafologia con qualcosa di attinente  al para-normale. Nelle librerie, i volumi sullo studio della scrittura si appaiano a quelli su esoterismo e magia. «Niente invece a che vedere». Scienza e solo scienza.

Il fondatore della grafologia italiana è stato un sacerdote: padre Girolamo Moretti, francescano e nativo di Recanati.

Carlo mi racconta di una iniziativa all’UNESCO per il riconoscimento della mano-scrittura come patrimonio dell’umanità. «Scrivere a mano – si legge in un documento del Garante dell’Infanzia – non costa nulla e non dipende dalla tecnologia. Secondo diverse ricerche scientifiche, usare il computer senza aver prima imparato a scrivere a mano è una grave perdita per la crescita armonica delle future generazioni, in quanto scrivere a mano accende il cervello e lo stimola a migliorare la capacità di leggere e contare, potenziare le capacità di attenzione e di apprendimento, imparare l’autodisciplina e la concentrazione…».

Il dr Bastarelli è d’accordo. Non solo: gli piacerebbe che venisse approvata la proposta di legge per la presenza di esperti grafologi in ospedale, nei disturbi dell’apprendimento: come la disgrafia.

La Scheda:

Carlo Bastarelli è nato a Fermo il 6 ottobre del 1973.

Diplomato presso quello che oggi è l’ITET (Istituto Tecnico Carducci-Galilei di Fermo), al momento della scelta universitaria, dopo aver pensato a Psicologia a Urbino, ha optato per la Laurea in Tecniche Grafologiche sempre nella stessa città. Ha frequentato poi corsi di ulteriore specializzazione, e master.

Da ragazzo, ricorda, di essere sempre stato attratto dal mondo dell’investigazione. Senza però lasciare indietro la musica: per cinque anni ha seguito le lezioni di chitarra presso il Conservatorio Pergolesi di Fermo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 27 maggio 2017

 

 

I Grandi a Taormina a decidere le sorti del mondo. I Piccoli a tirarlo avanti, il mondo

Ci salveranno le piccole cose. Ci salveranno i Minori… per modo di dire: le mamme dai mille impegni, i fornai del buon pane perché buona farina, gli agricoltori minimi delle buone pratiche, le maestre che amano la lettura, i docenti che pensano agli studenti, i restauratori che sentono l’onore del bello, i sindaci che salgono sul trattore per liberare la strada senza farsi fotografare, i giornalisti che non hanno bisogno della velina per scrivere il pezzo, gli architetti che non arzigogolano la mente ma riscoprono il genius loci, i babbi che rubano tempo al lavoro per destinarlo ai figli, gli impiegati pubblici che prima di loro c’è il cittadino, i muratori che dopo aver sporcato, e prima di andarsene, ripuliscono le stanze per rispetto.

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Ci salverà: chi va ancora nel bosco, chi ascolta il silenzio, chi di notte guarda le stelle, chi si commuove per le lucciole, chi apprezza la compostezza dei cimitero, chi scopre un borgo e vuol saperne la storia, chi ha deciso di tornare in montagna nonostante tutto, chi ha il cuore ripieno dal sorriso di un bimbo.

A Taormina i «Grandi» decidono le sorti del mondo, si dice.

Nella quotidianità, i Minori… per modo di dire tirano avanti il mondo. Lo chiamavano popolo, semplice popolo.

Nelle stanze dei potenti resta solo un sostantivo sfocato; in quelle delle Multinazionali solo un consumatore da imbonire; in quelle della Finanza un peso, nullità, uno scarto, perché povero; in quelle televisive un idiota da distrarre.

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Però esiste, questo popolo. Magari neppure lo sa più. Ma c’è. Perché il mondo vive ormai solo di questa fatica quotidiana.

Qualcuno dovrà prima o poi farci i conti.

 

GENTE DI CAMPO. Monache in campo e l’orticoltura. Accade a Santa Vittoria in Matenano (Italia)

Più che Gente di Campo stavolta sarebbe meglio titolare Monache in Campo. Perché di esse parlerò.

Si chiamano suor Ida (che è la Madre badessa), suor Benedetta, suor Maria Grazia, suor Gertrude, suor Benedicta (che viene dalla Nigeria), suor Maura e suor Caterina (che fa la vivandiera, e porta il nome della Santa cui è intitolato il monastero). Perché le cito per nome e ne parlo in questa rubrica? Perché sono le monache che quotidianamente lavorano quel doppio grande rettangolo di terra sottostante il monastero benedettino di Santa Vittoria in Matenano. Edificio imponente e campo ragguardevole.

Le «Sorelle» sono molte di più (tredici in tutto), ma non tutte possono impegnarsi in agricoltura, vuoi per l’età, vuoi perché impegnate in altre occupazioni.

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I laureandi europeo dell’International Student Competition visitano l’orto del monastero

Vestite con grembiuli bianchi o a scacchi rossi, in testa una veletta anch’essa bianca, dopo l’Ora e il Lege, la preghiera e la lettura, scendono per il Labora armate di zappa, falcetti, roncole, guanti, cesti in vimine.

Nel grande orto c’è – e qui si può dire senza tema di smentita – ogni ben di Dio. Hanno piantato patate, pomodori, zucchine, melanzane, peperoni.

In questi giorni le fragole sono già mature. Ci sono poi cipolle, sedano ed aglio e, in una parte di campo, cresce il mais. Non tantissimo, «sufficiente – spiega ridendo la Badessa – per essere mangiato arrosto dalla nostra comunità».

Le suore potano e curano le piante di noci, pesche, prugne e mandorle. Al momento del raccolto, la frutta viene portata in cucina per diventare anche squisita marmellata.

Sempre in cucina viene preparato e cotto il pane. La farina è acquistata da un mugnaio di fiducia che tira avanti un mulino ad acqua.

In un angolo del terreno, le monache allevano galline, papere, conigli e tacchini.

Quando sono a lavoro, c’è il caso che cantino pure. «Canzoni religiose – assicura la Madre – ma a volte anche altro». Su «questo altro» non si intrattiene molto.

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Momento ricreativo, dopo le lezioni, con la Badessa suor Ida e il diabetologo dr Paolo Foglini

E poi c’è la festa… «Eh sì. Quando siamo impegnate nei lavori più grossi, come il tirar fuori le patate, l’intera comunità ci raggiunge a pranzo, e mangiamo insieme all’ombra degli alberi. È quasi una scampagnata».

Qualche decennio fa il Monastero possedeva anche due appezzamenti in periferia. Sono stati venduti per poter ristrutturare la chiesa e alcuni edifici annessi.

Nei giorni scorsi, la Carovana dell’International Student Competion ha fatto tappa da loro. Prima la lezione sull’origine della presenza benedettina, poi quella sul nuovo turismo, quindi una passeggiata nel grande orto, mentre le monache, che non erano state avvertite dalla Badessa, erano impegnate nelle faccende agricole. Stupore da parte degli universitari e dei docenti, simpatia da parte delle religiose. Molte foto sono girate in rete. E quel tipo di economia è stata presa in considerazione da laureandi e dottorandi europei.

Ultima notazione: i dolci. Nel Monastero di Santa Caterina le antiche ricette non sono andate perdute. I biscottini di oggi hanno gli stessi ingredienti dei secoli scorsi.

Un perdurare di bontà. E non solo nel cibo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 26 maggio 2017

#iscFermo #DestinazioneMarche #benedettini #amoSantaVittoriainMatenano

#orti

Il Cantastorie. Verso Cerreto

Domani: sabato 27 maggio 2017, guiderò, insieme a Emanuele Luciani, un gruppo di amici lungo la Camminata che, dall’imbocco di Rapagnano, raggiunge il Borgo di Cerreto. Con la consapevolezza di un Cantastorie:

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L’edizione 2016

Nell’altra vita sono stato un cantastorie.

Un bardo, in quella precedente.

Raccoglievo l’eco dei millenni.

E ne facevo leggenda.

Fummo Umbri e Piceni.

Capaci agricoltori e allevatori.

Di cavalli, di bovini, di maiali.

Fummo l’ultimo popolo italico che difese la sua libertà.

Contro le aquile romane.

Poi le Aquile ci perdonarono e volammo con esse.

Secoli più tardi arrivarono i monaci.

E il lavoro non fu più maledizione.

E la preghiera scandì la giornata di ognuno.

E le campane parlarono il nostro linguaggio.

“Ciò che fu, ciò che è stato”, canta Lindo Ferretti,

un “canto eroico dei canti, canto sempre cantato”.

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La chiesa senza tetto di Cerreto

Qualcuno lo cantò insieme a me.

Risuonò per secoli, sempre uguale,

lungo le valli e le colline,

risuonò nelle gole dei monti.

Nei boschi e nelle foreste.

Nei campi che iniziavano ad esser coltivati,

tra gli armenti della transumanza.

Poi, improvvisamente, “il canto s’inceppò”.

E tacque. E scomparve. 

Non più bardi o cantastorie, non più leggende e miti.

Né volti, né racconti. 

Il ghiaccio nel cuore. La mano al portafogli. 

Ma “dai monti, nel vento” torna oggi l’eco di un canto.

Torna. Sta tornando. Ora. Qui.

Perché qualcuno s’è fatto bardo,

e qualcuno torna cantastorie.

E la linfa riprende a circolare…

E le facce ripigliano colore.

E i sorrisi riaffiorano gentili. 

Raccogliere quel canto, riannodare le radici.

La Terra, la Festa, la Comunità…il Cammino.

Nell’altra vita sono stato un cantastorie.

Un bardo, in quella precedente.

Oggi, solo un povero cantore povero.

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Raccontandoci su balle di paglia

A piedi. Attraversando la campagna. Con il profumo dell’erba.

Nel fresco di un bosco, al sole in un campo di grano appena mietuto. Seguendo tracciati ormai cancellati dal tempo. Lontani da auto. Atmosfere diverse. Udendo racconti che furono storie di nostri antenati. Udendo eco lontane, come un canto – appunto – che torna. E che attende risposte. E riprese.
A piedi. Per ritrovarci insieme, come gruppo, come comunità.
La Cappella farfense (Montegiorgio), che narra il ritrovamento della Croce, a Gerusalemme, sul Golgota scomparso; la “Rocca maledetta” di Rinaldo, a Monteverde, che la leggenda vuole inghiottita dal demone, e la storia vuole bruciata da mercenari; il teatro di Falerone dove, ancora la leggenda, narra di una città da costruire simile a Roma, anzi, Roma stessa…. Ma il Tignum non aveva acque sufficienti…

Genus Antiquissimi Tigni. Radici.

Quell’eco da raccogliere.

Bardi, cantastorie, viandanti, pellegrini. Una convocazione. Per gli Antichi Sentieri-Nuovi Cammini. Per un intrecciarsi di gesta.
Per quell’eco dai millenni…

La storia di Cerreto

Un piccolo anfiteatro per gli spettacoli con balle di fieno come sedili, una nuova palizzata per gli incontri, lo sfalcio dell’erba che ricresce inclemente, la pulizia del sottobosco… I componenti e gli amici dell’associazione Rivivi Cerreto sono all’opera in vista del nuovo appuntamento con Cerreto Medievale fissato al 27 e 28 maggio.

Tra le novità ci sarà anche la presentazione del libro Cerreto. Ieri, oggi e… scritto per l’occasione dallo storico montegiorgese Mario Liberati. Il volume, che fa parte dell’intelligentissima iniziativa Quaderni montegiorgesi, sarà presentato sabato 27 maggio, alle ore 21,30, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie.

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Con la pazienza certosina e con la passione di ricerca che lo contraddistinguono, Liberati ha ricostruito la vicenda storica, civile, religiosa ed economica di Ripa Cerreto o Ripacerreto, nome ufficiale del borgo medievale, un po’ luogo di ammasso dei prodotti agricoli, un po’ «avamposto fortificato dello Stato fermano sulla strada che conduceva dalla valle del Tenna verso Francavillla d’Ete, Macerata».

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L’originalità del borgo è data soprattutto dalla sua ubicazione. «Si tratta – scrive Liberati – di una costruzione situata sopra un terreno rialzato dalle pareti scoscese, all’altezza di 204 metri sul mare, una Ripa appunto, che è posta in una zona ricca di piante di cerro, da cui Cerreto. Pochissimo distante, su una collina più alta sorge Alteta, pronta quasi a slanciarsi su Cerreto, da cui è stato coniato il detto popolare “Cerreto dentro lu fossu e Ardeta je zompa addosso!” che evidenzia anche una differenza di vedute piuttosto marcata tra gli abitanti delle due località».

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«Il territorio di Ripa Cerreto – continua Liberati – aveva un’estensione di circa 4 kmq, con una popolazione che non superò mai, nel corso dei secoli, i 450 abitanti. Questa sua caratteristica demografica faceva di Cerreto il più piccolo centro abitato dello Stato di Fermo ma, pur avendo una popolazione ed un territorio di poco rilievo statistico, Cerreto ha partecipato, e partecipa ancora a pieno titolo, alla vicenda storica italiana».

L’influenza di Fermo s’è fatta sempre sentire: «Il castello Cerreto era governato da un Vicario, designato dai Priori di Fermo con mandato semestrale, che controllava l’attività amministrativa e di giudicare le cause minori. Era affiancato da un Consiglio o Parlamento, costituito da circa trenta persone, che erano quasi totalmente i maggiori proprietari del luogo».

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Dagli affreschi della chiesa di Santa Maria ai personaggi tipici come la maschera Mengone Torcicolli, dalla bombarda che difendeva il luogo alle iscrizioni sulle campane, dalla presenza degli Ebrei sino al Monte frumentario, lo storico locale ricostruisce un vissuto ricco e degno di essere ricordato. Anche alla luce dell’impegno dei componenti l’associazione Rivivi Cerreto che hanno riproposto all’attenzione pubblica un luogo magico.

PICCOLO MONDO. Il ricordo di Roberto

San Severino Marche è molto bella. Non ci andavo da tempo. Iersera sì. Le Grotte di Feronia sono suggestive. Abbiamo ricordato Roberto Scocco: editore, archeologo, pubblicitario, cantautore controcorrente, animatore del Castello Pallotta di Caldarola. Un uomo interessato ad ogni evento: dalla storia alla politica, alla campagna. Che amava la vita. Che se l’è tolta il 2 gennaio del 2013. Un colpo di fucile al petto e si entra in un’altra dimensione.

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Roberto Scocco

Ho letto un brano di una sua canzone: «Finalmente hai raggiunto la vera libertà in un altro mondo dove c’è armonia dove non c’è odio ma solo amore». Lui ci stava tutto.