CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Il Castello scomparso di Collina Vecchia

Collina Vecchia. Un borgo medievale in basso, che contraddice il nome. Un borgo fantasma. Nessuno più in giro. Nessun’anima vivente. Mille e mille anime invece passate nei secoli. Cammino un luogo deserto. Calpesto viottoli e strade di fondovalle un tempo molto transitate.

Collina Torre

Occorre avere altri occhi per cogliere volti scomparsi. Scriveva Hildegarda di Bingen nell’anno Mille: «I luoghi hanno i loro ricordi, filtrano nell’aria come profumi segreti e possono essere percepiti solo dai pochi che hanno la mente aperta». Tento di averla e di cogliere ciò che fu e ciò che è.

Collina chiesa

La campagna è quella tra Monte Vidon Combatte e Montottone. Lo stradello pulito dall’ultimo abitante scende dalla Montottonese.

Si può arrivare, a piedi, anche da San Procolo, sfiorando i calanchi.

Collina lavatoio

Fonte della Carità di Collina Vecchia

Due rivi s’incrociano: il Retruso e il Collina. Una breve torre campanaria spunta, superstite, tra rovi ed edere prepotenti. La chiesa o, meglio, i suoi resti, i suoi ruderi, ha impressi i simboli dei Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme. Se c’erano loro: gli Ospitalieri, c’erano pellegrini e mercanti, e gente di transito. Come c’era, e ancora c’è, la Fonte della Carità. Prova ulteriore di passaggi e accoglienza.

Collina mura

I resti delle mura del Castello

Un alto muro tradisce l’antica fortezza, il castello al cui interno vivevano donne uomini vecchi bambini. Storia di millenni, anche precedente Roma (un camminamento romano di valle lambiva i luoghi).

La vegetazione ha coperto quel che sopravvisse alla decisione di abbattere Collina Vecchia per edificare più sopra Collina Nuova. Erano i primi decenni del Millenovecento. Una campagna di scavi e pulizie potrebbe riservare sorprese. Intanto, guardo le pietre restanti. La poetessa spagnola Maria Zambrano si domandava e rispondeva: «Perché ci attraggono quelle pietre? Perché sono vive». È il caso di recitare qui, proprio qui, i versi di Davide Maria Turoldo: «E l’abside dice: io sono il confine della tenebra. E la facciata dice: io sono la muraglia del cielo. E la navata maggiore dice: io sono la Via Lattea del Signore. E le colonne dicono: noi siamo la selva immobile…». Tutto questo non c’è quasi più, ma c’è stato e ha parlato. E parla ancora, se solo sapessimo ascoltare.

Collina staampa

Collina Vecchia com’era, in una stampa dell’epoca

Tenta di tener pulito e far memoria, Domenico Screpanti, ora pensionato che ha ripreso in mano libri di storia e codici in latino. Sa tutto del sito e di quelli circostanti. Abbraccia micro e macrostoria. Resterei volentieri a sentirlo.

Collina chiesa 2

Lascio a malincuore Collina Vecchia per traversare la nuova Collina, dalle mille case diverse, e raggiungere il capoluogo. S’accede al Castello di Monte Vidon Combatte per un doppio arco (doppia porta di quercia, un tempo). Minuscolo il centro storico, oblungo, e rettangolare dinanzi alla chiesa, abitato da un’unica famiglia. Il due di luglio ospiterà Valdaso in Fiore dell’amico Roberto Ferretti. Un modo per riportare vita in un borgo.

Belle le case fuori dalle mura, la Villa Pelagallo su tutte (e la sua macchia). Il Parco dei bambini ha al centro una colonna spezzata: la vita che se ne andò di quei giovani costretti al fronte nelle due guerre mondiali. La scalinata che vi conduce richiama Redipuglia e quegli scalini con la scritta: Presente Presente Presente.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino di domenica 25 giugno 2017

#destinazioneMarche #borghiecastelli #MonteVidonCombatte #TerradiMarca

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. I cinque moschettieri da Belmonte Piceno

I cinque moschettieri (quelli di Dumas erano tre, e francesi). I nostri sono italianissimi: cinque giovani che stanno lavorando per altri giovani. Si chiamano Giada, Silvia, Virginia, Alessandro e Loris. Hanno fatto studi diversi e vengono da comuni diversi.

Giada risiede a Monteleone di Fermo, Silvia e Virginia sono di Belmonte Piceno, Alessandro sta a Servigliano, Loris abita a Grottazzolina. Il loro quartiere generale è presso il Centro di aggregazione giovanile, in via Borgo Italia, 16, sulle mura medievali di Belmonte. Tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, nove/quattordici, si ritrovano per stilare un progetto che è stato loro affidato dalla Regione Marche. In termini burocratici si chiama NEXT, LAb Accoglienza, ed «è rivolto alle giovani generazioni (18/35 anni), attraverso lo svolgimento di attività comuni e condivise favorendo la diffusione di iniziative culturali, incentivando la creazione di nuove opportunità civiche ed economiche».

Oltre la burocrazia c’è invece il loro sorriso, la voglia di scherzare, ma anche quella di fare sul serio, dare una mano ai coetanei e trovare anche uno sbocco lavorativo per sé. Parola d’ordine: non perdere tempo e far qualcosa di utile.

Da diverse settimane si stanno scambiando opinioni, raggranellando spunti, confrontando esperienze, scrivendo obiettivi e titoli.

mosch

Ed ora il progetto è definito (giusta qualche limatura) e pronto ad essere attuato..

I cinque moschettieri hanno pensato ad altrettanti appuntamenti (Aperitivi culturali): ognuno con una specificità, tenendo conto della stagione (levità), del gusto (musica, cibo), dell’interesse (prospettive di lavoro). Il tutto con un occhio ai propri comuni: Belmonte, Monteleone e Servigliano, ed uno alla loro conoscenza. «Tanti ragazzi – dicono – non conoscono la propria terra, le sue caratteristiche, e questo può impedire anche una risposta in termini lavorativi, lo scatto di una intuizione».

Per il primo incontro, Giada, Silvia, Virginia, Alessandro e Loris hanno pensato ad un tema che va per la maggiore: «Il bello e il buono della Dieta Mediterranea: conoscere il passato, vivere il presente, e progettare il futuro del nostro territorio e della nostra alimentazione». Luogo scelto: la stupenda terrazza di Monteleone di Fermo. Non sarà un convegno, ma una chiacchierata amichevole con i vertici del Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea (i medici Lando Siliquini e Paolo Foglini) e la nutrizionista Monia Lattanzi, calici di vino in mano, Sibillini sullo sfondo, abbracciati dal centro storico paesano.

Per gli altri eventi (a Belmonte e Servigliano), i nostri cinque amici hanno pensato di invitare coetanei che hanno scelto di fare i contadini, proporre una camminata in notturna, fare musica e discutere di arte, start up e finanziamenti.

La Scheda:

Giada Fiori si è diplomata a Fermo come Tecnico abbigliamento e moda. È stilista/modelista di calzature. Abita a Monteleone di Fermo.

Silvia Liberini si è laureata a Macerata in Scienze e Conservazione dei Beni Storico-artistici. Ama i Farfensi. Abita a Belmonte Piceno.

Virginia Luchetti è laureata (magistrale) in Ingegneria Edile presso la Politecnica delle Marche. Abita a Belmonte Piceno.

Alessandro Achilli si è diplomato al Liceo scientifico di Montegiorgio. Abita a Servigliano.

Loris Germani si è laureato in Giurisprudenza a Macerata. Abita a Grottazzolina.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino di sabato 24 giugno 2017

#BelmontePiceno #dietamediterranea #mediterraneandiet #progettonext #terradimarca

#destinazioneMarche

 

 

GENTE DI CAMPO. La scelta di Emanuele Bertazzo

Una sorella: Chiara, psicologa; l’altra: Noemi, architetto; il fratello: Francesco, iscritto a Lettere. Lui: Emanuele, ha seguito in parte le orme del babbo Paolino (e della mamma Luisa), e si occupa di agricoltura (il padre è perito agrario, e tecnico presso l’Istituto Agrario di Macerata). Paolino e Luisa vennero qui anni fa dal Veneto per un  progetto di agricoltura solidale.

Emanuele Bertazzo fa «il contadino». L’azienda agricola prende il suo nome. Il terreno è piccolo ma è un’oasi. Un incavo: quasi un uovo a metà, con un microclima e la protezione dai venti. La contrada Santa Lucia a Servigliano, confinante con Monteleone di Fermo e Curetta, sembra benedetta dal Padreterno.

Bertazzo con trattore

Emanuele Bertazzo attraversa l’Ete vivo

Non che non si debba sgobbare duro, ma il posto è incantevole, a partire dalla «strada delle querce» che, attraversando il campo di Emanuele, un tempo collegava Curetta al fiume Ete e al Molino ora diventato abitazione privata di una signora inglese. Senza dire del bosco dalle mille essenze.

Bertazzo Emanuele

Emanuele, 31 anni, che quando l’incontro mi sembra un mix tra un marine (capelli cortissimi) e un frate francescano (barba lunga), ha la parte dell’occhio destro annerita da «recente cornata di striscio di una delle  mucche» di razza pezzata italiana. Me le fa vedere. Le tiene in un recinto in basso, sul piano, a pochi metri dal fiume che qui ha argini ben custoditi. Si chiamano «Ruspa, Trincia, Bubba, Coccao». Ce n’è un’altra, nata da pochissimo, ma ancora innominata. Attende il nome dal gran consiglio di famiglia.

Bertazzo mucche 2

7,5 ettari di terreno da lavorare. La metà è un oliveto. Dalle 250 piante del padre, ora Emanuele ne cura 700: i tipi sono quelli del Piantone di Mogliano, e del Leccino.

Poi ci sono gli ortaggi. Due appezzamenti: quello sotto l’abitazione, è dedicato ai fagioli, fagiolini, pomodori bassi («quelli da sugo»), zucchine; e quello appena sopra il recinto delle mucche, con pomodori alti, zucchine, patate… Tutto rigorosamente biologico. Biologicamente vero perché anche i terreni confinanti sono trattati senza pesticidi. Non mancano le piante da frutta: soprattutto pesche, ciliegie, susine.

Bertazzo querce

La strada delle querce

La vigna è minuscola. L’azienda non produce vino per vendere, solo per uso domestico. «Quei due filari sono la grande passione di mio padre». Anche il grano coltivato in un  rettangolo di terra è per le farine di casa.

La carne bovina invece, così come l’olio, gli ortaggi e la frutta, è venduta ai gruppi di acquisto solidale o direttamente ai clienti.

Bertazzo vigna

La vigna di Paolino

«La campagna è bella quanto dura» avverte Emanuele, «i guadagni, quando ci stanno, sono minimi e rimessi in azienda, il rischio è alto, gli investimenti vanno fatti passo dopo passo».

E, allora, chi te lo fa fare? «La libertà, lo stare all’aria aperta, un altro stile di vita».

I problemi si chiamano «cinghiali, caprioli e, a volte, il non essere presi sul serio, come se la mia scelta fosse stata dettata dalla moda o dalla poesia». E, invece, decidere per sé, veder crescere l’orto e figliare una fattrice, ricevere le feste del cane Bell, lavorando da mattina a sera, sono la soddisfazione di un giovane che ha scelto di vivere diversamente.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 23 giugno 2017,

#mediterraneandiet #destinazionemarche #Servigliano #TerradiMarca #Agricolturabiologica

 

 

 

Una Prato sui Sibillini. Un torneo di calcio tra bambini per amicizia e solidarietà

Terremoto, solidarietà, amicizia. Nasce da qui il piccolo/grande evento che si terrà ad Amandola sabato (24) e domenica (25) prossimi. Una squadra di calcio della Toscana, esattamente di bambini di Prato, arriverà nella cittadina dei Sibillini per un mini torneo con i coetanei amandolesi e petritolesi. Due mattinate di gioco all’insegna del puro divertimento e della condivisione. Bambini toscani e bambini marchigiani insieme.

La comitiva pratese sarà composta anche dai genitori che resteranno due giorni sul nostro territorio, dormendo nei B&B, mangiando nei locali, visitandolo e partecipando ad alcune iniziative. Una piccola mano, concreta, alle terre colpite dal sisma.

calcio

L’iniziativa è nata dal dialogo tra il prof. Alessio Cavicchi dell’Università di Macerata, pratese con figli dediti al calcio, e un gruppo di genitori della stessa squadra. «Cosa possiamo fare per dare una mano ai marchigiani?» è stata la domanda.

«Visitare quei luoghi, magari improvvisando un mini torneo tra bambini» è stata la risposta del docente che già s’è distinto per aver promosso insieme al Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea le due edizioni dell’Internationl Student Competition che ha portato sui Sibillini un consistente gruppo di laureandi e dottorandi da tutta Europa e anche dagli USA.

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Uno stupendo scorcio di Amandola

La proposta di Cavicchi è stata condivisa. Si è messa in moto così la macchina organizzativa diretta da Michela Gionni, amandolese che, insieme ad altre realtà locali, ha stilato un programma interessante dal titolo: «Un Prato sui Sibillini. “Piccoli amici” s’incontrano. Festa dell’amicizia e della solidarietà».

 

Oltre alle partite di calcio, prevista, sabato, la scampagnata per grandi e piccini presso gli Orti sociali del paese, con pranzo all’aperto, la visita guidata, a Montemonaco, del Museo Sibilla con Laboratorio Teatrale, la Passeggiata Naturalistica lungo il Sentiero Natura presso il Parco Monti Guarnieri, una puntata a Servigliano, in uno dei Borghi più belli d’Italia.

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I Torrioni di Montemonaco

Per la domenica, dopo la partita conclusiva, la comitiva si sposterà presso il Madonna di Piana, che ha riaperto da poco dopo aver demolito la torretta colpita dal sisma, che rendeva inagibile anche il ristorante.

«Una solidarietà, quella degli amici di Prato, – ha detto Michela Gionni –  non solo immediata, che aiuta le realtà economiche che hanno subito danni, ma una solidarietà, che porta con sé volti e sorrisi nuovi, volti e sorrisi che, insieme al sole di questi giorni, portano la speranza».

#destinazioneMarche #Amandola #calcio #Prato #MonteMonaco #mediterraneandiet

 

Alla ricerca della felicità nella Giornata Mondiale dello Yoga

Al Multiplex Super 8 di Fermo, la Giornata Internazionale dello Yoga, fissata per il 21 giugno (un tempo festa del Solstizio d’estate e della Massoneria), sarà vissuta e anticipata al giorno precedente (oggi, 20 giugno), con la proiezione del film I sentieri della felicità.

Una scelta non casuale.

Il logorio della vita moderna non è solo un vecchio slogan. È un dato di fatto. Che porta conseguenze inattese e non volute.

sentiero locandina

Cresce il numero di chi, nella corsa quotidiana per tenere il ritmo richiesto dal mercato, dalla concorrenza, dalla civiltà industriale e post industriale, liquida e super liquida, cerca momenti di riconcentrazione e di ricostruzione della propria integralità. Si torna a guardare alle società tradizionali. Specie all’Oriente, con una riscoperta di questi ultimi anni, dopo le attenzioni rivolte all’India, al Nepal e al Tibet degli anni Settanta-Ottanta.

Crescono le scuole di yoga e di meditazione. Su questo binario si inserisce un recente docu-film dal titolo Il sentiero della felicità. Awake the life of Yogananda, realizzato dalle registe Paola di Florio e Lisa Leeman.

Il lavoro è ispirato alla vita e agli insegnamenti di Paramahansa Yogananda, il grande yogi e mistico indiano del secolo scorso, considerato il padre dello yoga in Occidente, fondatore della Self-Realization Fellowship (organizzazione internazionale senza scopi di lucro che ha gruppi di meditazione in tutto il mondo). Girato in tre anni con la partecipazione di 30 paesi, Il Sentiero della Felicità esplora il mondo dello yoga, antico e moderno, orientale e occidentale. Se è vero che il materiale d’archivio sulla vita di Yogananda costituisce l’ossatura della narrazione, il film va però oltre i confini di una tradizionale biografia. Le sequenze includono stralci di interviste e immagini metaforiche che ci conducono dai luoghi di pellegrinaggio dell’India alla Divinity School dell’Università di Harvard, come pure ai suoi sofisticati laboratori di fisica, dal Centro di Scienza e Spiritualità dell’Università della Pennsylvania al Chopra Center di Carlsbad, in California. Evocando il viaggio dell’anima che cerca di farsi strada tra le illusioni del mondo materiale, il film fa vivere un’esperienza di immersione nel regno dell’invisibile.

«Il film è, in ultima analisi, – dicono gli esperti del settore – la storia del genere umano: la lotta universale di ogni creatura per liberarsi dalla sofferenza e per trovare la felicità durevole».

La proiezione al Super 8 sarà introdotta dai responsabili del circolo  della Self  Realization  Felloswhip di Macerata, promotori dell’iniziativa nelle Marche Sud.

da Il Resto del Carlino, martedì 20 giugno 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. Il nutrirsi secondo Jennifer

Giovane, intelligente, preparata. È Jennifer Bastianelli. Il nome americano (suo fratello si chiama Brian) piaceva a suo padre Mauro, e sua madre Arianna ha acconsentito.

Jennifer ha studiato per diventare nutrizionista. Prima la laurea triennale in Biologia della Nutrizione presso la sede staccata dell’Università di Camerino a San Benedetto del Tronto, poi la magistrale proprio a Camerino in Biological and Functional Food, «e tutto in inglese», precisa lei.

La laurea arriva il 25 ottobre del 2012. La Lode è dedicata a Riccardo, il bambino che ha in pancia e nascerà 17 giorni dopo. «È come se lui avesse studiato con me».

Oggi la trovi che svolge il suo lavoro presso le farmacie del fermano, i poliambulatori e le palestre.

Bastianelli J.

La dott. ssa Jennifer Bastianelli

Queste ultime sono sempre state la sua passione. Non solo perché suo marito Pierluigi Pallottini ne gestisce una a Porto San Giorgio. Anche perché l’attività sportiva è stata fondamentale nella vita della Bastianelli. Al momento della

scelta universitaria aveva pensato di frequentare l’ISEF. Poi, i consigli non sono stati unanimi, e lei ha deciso altrimenti, ma sempre per qualcosa che avesse a che fare con la vita più  sana e felice possibile, e un corretto stile alimentare. Ed eccola allora frequentare quel tipo di università, prendere l’abilitazione all’Albo dei Nutrizionisti nel 2013, partecipare ad un numero consistente di corsi tra i quali la Scuola di Nutrizione e Sport di Rimini.

Dalla dottoressa Jennifer vanno persone con problemi di obesità («il numero dei bambini in sovrappeso è in aumento») ed anche con il suo contrario: la magrezza, «che è più difficile da risolvere». Vanno anche parecchie signore per un piano di alimentazione equilibrato, e mamme con neonati.

Jennifer assiste i suoi pazienti anche inviando tramite mail ricette particolari con cui cucinare, che so, il merluzzo lesso oppure i legumi: «non la solita zuppa».

A proposito di cucina, lei è una tipa cui piace inventare, provare cose nuove. Ad esempio? «I totani con ceci e patate». Nel giorno del nostro incontro ha preparato per Riccardo (ora ha quattro anni e mezzo) piselli ai gamberi e zucchine. Ama anche la buona cucina altrui, cercando i cuochi migliori, «la qualità soprattutto: sarebbe un controsenso che io la predichi e non la pratichi».

Progetti per il futuro? «A fine 2017 dovrei farcela ad aprire un ambulatorio privato. Poi il mio sogno è quello di un Centro dimagrimento con palestra e cucina, un tutt’uno».

E l’azienda di famiglia Country Pig di Rapagnano? «Per i loro clienti ho preparato un menù bilanciato, ma a dicembre, quando il mio lavoro un po’ diminuisce do una mano dove serve». Mentre a casa, con Riccardo, vede i cartoni animati e conosce tutte le loro colonne sonore.

La Scheda:

Jennifer Bastianelli, anno 1987, è nata e risiede a Fermo. Si è diplomata presso l’ITET Carducci – Galilei di Fermo, frequentando il corso turistico, per laurearsi poi a Camerino. Sportiva da sempre, a quattro anni ha iniziato a nuotare, in modo agonistico, con la IDOOR e l’Onda Azzurra.

A undici anni ha smesso per dedicarsi alla pallavolo, prima con la società Rapagnanese, quindi con la Volley Angels di Porto San Giorgio.

Ama il mare, ma non disdegna le vacanze in tenda presso i laghi, accompagnando con la famiglia suo fratello Brian che è un provetto pescatore.

Tra i cantautori italiani che predilige c’è Paola Turci.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 17 giugno 2017

 

 

 

 

GENTE DI CAMPO. La Spigaverde, realtà del fermano

Spigaverde. Pensavo fosse un’etichetta romagnola. Avevo assaggiate pasta e zuppa in un agriturismo sopra Porto San Giorgio. Notevoli! Ho scoperto che l’azienda è localissima: Contrada Girola, 2, Fermo. Sono andato.

La prima cosa che colpisce è la grande casa, già monastero, (parte vecchia, parte antica con ancora i soffitti affrescati e una scala all’ingresso est) che si staglia dai campi di grano. Oggi nessuno più la abita. Era il buon rifugio estivo (il Casino come si diceva e come raccontava «nonna Maria») del prof. Augusto Murri. È stata poi l’abitazione delle famiglie Ferracuti. Tutti agricoltori.

Quella di cui parlo oggi è la famiglia di Gabriele, di sua moglie Iginia Catalini, di suo figlio Andrea.

Ferracuti Andrea

Andrea Ferracuti, il cuore della Spigaverde

Andrea, iscritto a Scienze bancarie, già giocatore di pallavolo, ha spinto perché l’attività agricola paterna, che fu già di suo nonno Giuseppe allevatore di tori, si sviluppasse come produzione tipica di filiera corta, km 0: dalla terra la materia prima, trasformata in prodotti vari, confezionata e venduta nel punto Campagna amica di casa.

Otto ettari in pianura e in collina sino al crinale di San Girolamo.

Cinque ettari a seminativo, con grani come il Solina, l’Abbondanza, la Jervicella. Una parte di quest’ultima lasciata ai cappellai di Montappone.

Ferracuti Casino

Il cascinale abbandonato, un tempo Casino estivo del prof. Augusto Murri

Lo slogan che Andrea ripete, mentre mi fa visitare i campi, il casino e le nuove strutture, è «dalla spiga alla tavola il mulino a casa tua». Essì, perché l’Azienda agricola Spigaverde s’è dotata di un mulino a pietra interno dove macinare tutti i cereali puliti e decorticati da macchinari in proprio, ottenendo così farine di altissima qualità. Non sono parole quelle di Andrea. Visito il mulino (che lavora tre volte la settimana), vedo la decorticatrice e la svecciatrice che pulisce i cereali. Dalla terra al prodotto finito. Un bell’impegno cui partecipano, dando una mano, gli zii Sandro Ferracuti, sua moglie Rossana Rongoni, sua figlia Elena, e la zia Gabriella Ferracuti.

Ferracuti affreschi

Ancora visibili gli affreschi del soffitto del Casino Murri

Nel punto vendita, una originale scaffalatura realizzata dal futuro suocero di Andrea, Mauro Levantesi, contiene i prodotti Spigaverde: le farina di mais ottofile, l’integrale di farro, quella della Jervicella, la pasta di semola di grano duro, di farro, quella all’uovo ottenuta da un  mix di grano duro/jervicella e farro/grano duro, le zuppe di farro, lenticchie, miglio, orzo fagioli, ceci, ecc..

Ferracuti jervicella

Il grano Jervicella

L’etichetta Spigaverde è nata nel 2015. Andrea ha deciso di dedicare ancora più tempo all’azienda. Oltre alla produzione, sta pensando anche ad un efficace sito internet per la promozione (la pagina Fb è già attiva). Glielo sta costruendo la sua ragazza, Elisa Levantesi, laureanda in Scienze della Comunicazione. Tutto in famiglia, dunque. Come nella tradizione.

Ferracuti mamma e Elena

La signora Iginia, mamma di Andrea, con la nipote Elena

Tre ettari sono invece destinati a olivi (115 piante), frutta: soprattutto fichi e albicocche, e poi tanti ortaggi: dall’insalata alle zucchine ai pomodori.

Scendendo, mi trovo di fronte, sull’altra collina la villa Galletti, da dove la moglie inglese dell’ufficiale Arturo, Margareth Collier, descriveva come benedetta questa valle e queste colline. E i loro prodotti.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 16 giugno 2017