La Notte

Non vorrei violare la notte.

Vorrei lasciarla intatta.

Intatta nel silenzio,

nell’abbraccio delle cose,

nel mistero che le ammanta,

nell’enigma della vita.

Vorrei che altro ci parlasse:

quello spirito intriso nella terra,

quella brezza che la mano non carpisce,

quel timore dell’ignoto che restituisce povertà.

Creato, Creatura, Creatore.

luccio

Di giorno annoto le distanze.

Di notte entro nell’abbraccio universale.

Non vorrei violare la notte,

né darle un nome io.

Vorrei che fosse lei a parlarmi.

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CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La selva di Massa Fermana e la chiesa di San Liberato

Napoleone disse: «I morti? Seppelliteli fuori dai centri». Nacquero così i cimiteri. Occorrerebbe visitarli più spesso, non solo il due di novembre. Le lapidi, le foto, le scritte racconterebbero le tante storie di chi ha trovato pace. Noi la morte vorremmo invece ignorarla o possederla.

La cura dei camposanti rivela il grado di rispetto, civiltà e cultura di una comunità locale.

Il cimitero di Massa Fermana è piccolo. Piccolo ma ordinato. Svetta sul Monte Stalio, collina alta di fronte al paese. Sino all’Ottocento se ne prendevano cura i frati francescani, che avevano il convento un po’ più sotto.

Massa cimitero

Due viali di cipressi ne fanno arredo. Uno, in salita, prima dell’ingresso. Un altro, appena varcata la cancellata.

Un giro dentro rivela i nuclei più numerosi: Tirabasso, Persechini, Tesei… Probabilmente famiglie patriarcali come anni luce fa, dove ognuno aveva il suo compito: il down provvedeva a dare acqua ai fiori; dove l’asilo infantile era la mamma, la nonna vergara, le zie, le cugine già grandi. Un microcosmo attivo. Un piccolo mondo.

Massa selva

La Selva

Sono arrivato a Massa Fermana di buon’ora. Ho spento la radio: dava la notizia crudele della bimba in un forno d’auto. Non la reggo. Ho messo un cd, mi accompagna una canzone di Giorgio Gaber. «Lo so, del mondo e anche del resto lo so, che tutto va in rovina, ma di mattina, quando la gente dorme col suo normale malumore, mi può bastare un niente, forse un piccolo bagliore, un’aria già vissuta, un paesaggio o che ne so. E sto bene…».

Massa campanile da selva

Lascio la macchina in uno spazio del trivio (chissà se le streghe vi si davano convegn…) per Loro Piceno, Mogliano, e al centro l’erta di Monte Stalio. Salgo a piedi sino al convento recintato. Una parte è cadente. Ho conosciuto più sindaci impegnati a salvarlo. Ci vogliono quattrini. Nessun intervento è stato radicale.

L’aria profuma di camomilla, ce n’è un tappeto di fiori. Di lontano arriva il raglio di un asino. Mi attrae la selva. È più intricata che mai. Qualche albero è venuto giù, il viottolo è appena accennato.

Massa convento chiostro

Il chiostro del convento

Entro e si fa quasi buio dal fogliame. A terra noto grandi buche, sono tane probabilmente di tassi.

Interrogo la terra, chiedo agli alberi, scuoto il genius loci e mi sembra di veder apparire frati in meditazione, pellegrini alla ricerca della vicina fonte, boscaioli affannati, e poi briganti, uomini d’arme, cercatori d’asparagi e di funghi, amanti clandestini. Mille esistenze diverse. In questi luoghi stonerebbero anche i migliori cantanti, rock o non rock. Non sono luoghi da concerti. Qui a suonare è il silenzio, quel silenzio che, per dirla con Franco Arminio, «prende appunti sul nostro corpo». Non risorge, questa o un’altra terra, perché un giorno consumatori di note arriveranno con birra e plaid.

Massa chiesa 2

L’interno della chiesa del convento

Scatto foto a ripetizione ma mi dico che così facendo perdo la petrarchesca «aura serena che fra verdi fronde mormorando a ferir nel volto viemme, fammi risovenir quand’Amor diemme le prime piaghe, sí dolci profonde».

Tornando, voglio controllare la chiesina di San Liberato. Il minuscolo sagrato è in ordine. Davanti un mare di grano, di lato un letto di papaveri.

San Liberato

La piccola chiesa di San Liberato, tra Monte Vidon Corrado e Montegiorgio

Gaber canta «Io sto bene proprio ora, proprio qui, non è mica colpa mia se mi capita così».

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