I RACCONTI DELLA MARCA. La muta dell’Ambro e il santuario che torna a parlare

Tempi rudi, quelli intorno all’anno Mille. Di presagi e fosche profezie, di drammi e di tragedie. Il domani difficile da immaginare, l’oggi straziato da troppe nefandezze.

Decine e decine di penitenti vagavano per le nostre contrade, lungo le coste e in cima alle montagne. Vestiti di sacco, cinti di arbusti spinati, dicevano di espiare colpe antiche e nuove, in attesa del giorno ultimo, quello del giudizio. Il mondo avrebbe avuto fine. La creazione sarebbe stata annullata. Così voleva Iddio, ripetevano in tanti.

Ma un Dio buono, pensava Santina, poteva veramente annientare ciò che di bello aveva creato?

Santuario

La pastorella non lo credeva affatto. Ogni giorno portava il suo gregge a pascolare in uno dei luoghi più incantevoli dei Sibillini. A primavera, il verde intenso dei prati, l’immensa varietà di colori della natura le ricordavano la gran bontà del Creatore nel fare universo e mondi tutti.

Santina sceglieva di abbeverare il suo gregge nelle acque limpide del fiume Amaro, sotto Montefortino. Lo risaliva sino ad una valletta incastonata tra i monti della Priora e di Castel Manardo.

E, mentre i suoi animali si dissetavano, la piccola raccoglieva i fiori più belli di quel paradiso terrestre.  Li deponeva ai piedi del vecchio faggio dove qualcuno, tempo prima, aveva ricavato una nicchia. Nell’incavo era stata posta, in legno, una piccola Madonna con il figlio in braccio. Santina guardava incantata quelle figure, e pregava. Pregava in silenzio, mentalmente. La sua bocca era incapace di pronunciar parole. Al momento della nascita nessun vagito era uscito dal suo corpo. Muta da sempre, parlava però alla Vergine con un grande cuore. Nulla chiedeva per sé. Implorava invece Maria e Gesù perché proteggessero i suoi genitori, i fratelli; perché il gregge non si disperdesse; perché le piogge non fossero troppo torrenziali o la terra troppo arida. Nella Signora del tronco, con sulle ginocchia il bambino regale, Santina riponeva la protezione di quelle contrade. Più sopra, era il regno della maga Sibilla e della sua corte di voluttuose fanciulle e di guerrieri ammaliati. Lì vicino scendevano le streghe a rapire i pastorelli dopo averli sedotti in banchetti notturni.

Santuario 2

La bambina non capiva tutto ciò ma sempre più fervente si faceva la sua mendicanza.

Un giorno di maggio, di quell’inizio di nuovo millennio, Santina aveva come sempre deposto i fiori di campo sotto la piccola statuetta. Faceva caldo, neppure una brezza tra i rami. All’improvviso, qualcosa si alzò da dietro il bosco. Santina seguì con gli occhi quel volteggiare improvviso e strano. Sembrava una nuvola bianca, unica sull’orizzonte. Avanzava sopra di lei, poco più in alto. Quando le fu molto vicina, dalla nuvola uscì o si compose – chissà – un’immagine, la stessa più volte vista nel faggio scavato. Ma stavolta quell’immagine era viva, si muoveva.

La Madonna sorrideva ed anche il bambino guardava la pastorella. Pianse lacrime di gioia, la ragazzina muta. Tese la mano verso la sua Signora dal manto azzurro. E fu allora che Santina si sentì lambire il volto e toccare la bocca. «Madonnina mia…» esclamò.

Le parole uscirono dalle labbra non più spente, e per la prima volta udì la sua  stessa voce.

Per mille anni ancora il Santuario, lì nato, ha parlato e riunito il popolo. Il sisma lo ha zittito. Ma, come cattedrale di luce, tornerà a vivere sicuramente. E a parlare.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 2 luglio 2017

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