CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Le voci di Monte Rinaldo

Il tempio ellenistico-romano è imponente. La collina dolce. Cuma ha un fascino d’altri tempi in questi tempi.

Di mattino, il luogo è solitario. Sei chilometri a piedi da Montelparo si coprono bene senza afa. La terra è piena d’acqua,  i vigneti sempre più presenti.

Da poco più sopra si scorge il mare: la pianura d’acqua tra due monti, direbbe Braudel.

A poca distanza, in linea d’aria, esisteva un altro santuario pagano: Cuprae Fanum, a Cupra, anch’esso guardava il Mare nostrum. Punti di riferimento per i marinai, così come lo saranno più tardi il Duomo di Fermo, il santuario di Santa Maria a Mare o San Ciriaco ad Ancona.

Monte R. Ovadia

Moni Ovadia in uno spettacolo tra le colonne del Tempio di Monte Rinaldo

Sotto le nuove coperture e tra le colonne imponenti del santuario di Cuma, quattro estati fa, Moni Ovadia recitò l’Odissea. Non fu un evento. Fu un’evocazione. Sarebbero potuti materializzarsi Ulisse, Telemaco, Eumeo, Euriclea… Un mondo scomparso che riprendeva vita nelle parole profonde, nelle pause cariche d’attesa.

Aspettai il buio per andarmene. Portavo Il Notturno di Alcmane, lo lessi a me stesso, sottovoce: «Dormono le cime dei monti e le gole, i picchi e i dirupi, e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra, e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api e i mostri negli abissi del mare purpureo; dormono le schiere degli uccelli dalle ali distese».

Stavolta nel mio zaino ho messo Il Profeta di Khalil Gibran. «E un poeta disse: Parlaci della Bellezza. Ed egli rispose: Dove cercherete la bellezza, e come la troverete a meno che non sia  essa stessa la vostra via e la vostra guida? E come parlerete di lei ad eccezione che sia essa la tessitrice della vostra favella?… Essa non è l’immagine che voi vorreste vedere né il canto che voi vorreste sentire, ma piuttosto  un’immagine che voi vedete anche se chiudete i vostri occhi e un canto che voi sentite anche se tappate le vostre orecchie».

Monterinaldo tempio

Ho suggerito a qualche amico attore e letterato di camminare, la sera, i nostri borghi, i centri storici, i dedali di viuzze. Così, senza organizzazione alcuna. E di raccontare al turista incontrato fortuitamente gli uomini, le donne, i fatti di una concatenazione di storie giunte fino ai giorni nostri. I legami, cioè. Nessuno finanzierà pazzie del genere. Ma non importa. Eppure, sarebbe come proteggere e conservare «il genius loci – per dirla con Norberg-Schulz -, concretizzarne l’essenza in contesti storici sempre nuovi». Come dire: a saper bene indagare, ogni luogo reca in sé i segni di ciò che esso vuole essere o divenire.

Riprendo l’auto a Montelparo – che fu centro della ribellione insorgente antifrancese (altra pagina stupenda e dimenticata).

monte r tempio 2

Arrivo sotto Fermo, e il campanile della Chiesa Cattedrale spicca e richiama gli occhi. Lo si vede da 59 comuni. Lo ricordava sempre il compianto arcivescovo mons. Gennaro Franceschetti.

Il Duomo, il Girfalco, il Colle Sabulo. Nessuna espressione rende meglio delle parole di Ermete Grifoni a commento delle foto di Pepi Merisio: «C’è una sola città che abbia elevato un girone ad empireo, mandando a ruotare insieme verso il cielo i santi e i guerrieri, le beatitudini celesti e le vicende umane, e risolvendo, tutta per l’alto, la mappa millenaria della sua commedia».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 9 luglio 2017

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