Racconti della Marca. Le ombre di Querciabella

Il bambino alzò il braccio, la mano aperta verso l’alto. Pian piano chiuse il palmo, lo riaprì. Ritmicamente. Come salutando persone conosciute.

Il padre girò il volto là dove il piccolo guardava. Vide nessuno. Solo la grande quercia si stagliava dinanzi a loro, un tempo imponente ora scheletrica. Da anni, era un albero senza vita che protendeva al cielo braccia esangui. I giovani del luogo non s’erano però rassegnati. Così, la quercia era stata avviluppata con nastri colorati che spiccavano sul grigio spento della corteccia vecchia. Una testimonianza d’amore per quell’albero secolare.

querciabella

Nei mesi del caldo, quando Querciabella era ancora florida, i ragazzi di Belmonte, Montegiorgio, Falerone, Piane la raggiungevano a gruppi. Sotto l’ampia chioma verde sostavano per le loro merende, oppure vi riparavano dopo un bagno nel Tenna. E ogni volta, prima di lasciarla, l’abbracciavano prendendosi per mano, catena umana. Riuscivano a cingerla solo  in sette, a volte in otto. In meno no.

Da secoli, Querciabella vigilava il quadrivio. Se avesse avuto un viso umano, avrebbe sorriso ai falciatori e alle loro donne che, d’estate, montati sui grandi carri agricoli, risalivano il fiume per la mietitura di montagna. Ascoltava le loro canzoni cantate con serenità sul fare del mattino.

Nelle altre stagioni, la quercia guardava i bambini di campagna che le passavano davanti per recarsi a scuola, e i drappelli di persone che di buon’ora si dirigevano per la messa a Fontebella.

Nella chiesetta adiacente alla maestosa villa dei marchesi, nel giorno di festa si ritrovavano fianco a fianco nobili e popolani.

Spesso, carovane di zingari sostavano in quei luoghi. Era allora che le nenie dei figli del vento si spandevano per la valle.

Di tanti matrimoni, di tante feste popolari, di tanti balli tradizionali l’albero era stato testimone. Anche della morte, però, l’immensa quercia restava muta spettatrice. Come quando la quercia sorella era stata abbattuta.

Su quella piana, poi, secoli prima era stata combattuta una battaglia sanguinosa, una delle più feroci del Rinascimento. Le milizie dell’Euffreducci s’erano scontrate con quelle del vescovo Bonafede. A centinaia erano caduti gli uomini con la testa fracassata dai colpi di bombarda, con il petto squarciato dalle pesanti spade, calpestati dagli zoccoli dei cavalli al galoppo. E Querciabella domandava il perché di tanto strazio.

La sua altezza le aveva dato la possibilità di vedere il Tenna. In quelle acque cercate per refrigerio, in tanti erano scomparsi. Buche sconosciute, mulinelli improvvisi avevano ghermito corpi di giovani e di adulti. Non solo le guerre e le acque avevano preteso le loro vittime. Anche la strada aveva avuto le sue. E in numero sempre maggiore. Prima, uomini stritolati dalle ruote dei carri; poi, con la modernità, l’inferno delle lamiere d’auto contorte nello scontro a velocità pazzesche.

Il bambino non sapeva tutto ciò. La vita gli regalava ancora qualche anno di spensieratezza.

Ora salutava con la mano quella quercia maestosa. Ma non solo essa. Ai piedi dell’albero, seduti uno accanto all’altro e sorridenti, erano in molti a rispondere al suo saluto. Paolo e Luigi, Aurelio e Mario, Antonia, Maria, Duilio…

Le Ombre guardavano in silenzio la strada e i passanti. Nessuno notava quelle presenze. Solo i bambini, dal cuore stupito, potevano vedere. E salutare. Non per un addio. Per un a… Dio.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 12 luglio 2017

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