CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La suggestione delle Morrecini

A Belmonte Piceno, Santa Maria in Muris o San Simone. Stupenda piccola chiesa farfense sul cucuzzolo di un colle, a guardia, un tempo, dei fiumi Tenna ed Ete. Peccato la modernità delle case poco più in basso. Sabato 8 luglio un incontro con giovani agricoltori proposto dal gruppo NEXT. Portano il loro contributo Margherita, Andrea, Emanuele e il diversamente giovane Roberto. Luogo migliore non poteva essere scelto: la rivoluzione agricolo la fecero loro, i costruttori della chiesa/torre. I servi della gleba iniziavano ad affrancarsi, sorgevano le prime comunanze per poi farsi comuni.

Al ritorno, la luna splende enorme. A pochi chilometri c’è una collina con grandi pietre squadrate, cemento arenaria sabbia, una sull’altra, non più composte come le si volle duemila anni fa. Era un luogo di sepoltura romano. Sono le Morrecini.

Non mi trattengo. Lascio l’auto in uno spazio più sotto. Salgo. Non c’è stradello. Attraverso un campo di grano appena mietuto. I cani dei vicini abbaiano.

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Santa Maria in Muris, Belmonte Piceno

Mi siedo a terra che è spaccata dall’arsura. Il cielo dovrebbe essere nero. È latteo invece. Completamente latteo. La luna predomina. Il profilo dei Sibillini fa da quinta. Intorno a me un intrico di querce. Penso che potrebbero materializzarsi le Driadi, le fate della terra, le ninfe delle querce: Dryas è quercia. L’atmosfera è particolare. I Romani veneravano i Dii Manes, le anime dei defunti, che erano benevolenti nei confronti degli umani. Sono tranquillo.

Non resto molto. Eppure il tempo s’è dilatato. Il tempo! Quando è χαιρος è buono, «un avvenimento – scriveva lo scienziato don Alberto Cintio – o un periodo propizio, il tempo come realtà favorevole da gestire per la crescita e la maturazione». Quando è χρονοσ divora i suoi figli come il Dio Crono.

Morrecini

Le Morrecini

Tendo l’orecchio. Vento e ancora vento tra le foglie. Nessun battere di telai d’oro. Raccontano di una grotta abitata da vecchie intente a filare. Chissà che De André non abbia conosciuto questa leggenda. E raccontano anche di pulcini d’oro. Qualcuno ha scavato con intenti non certo probi: il cunicolo esiste, lo usavano i partigiani. Ridiscendo la proprietà privata, rasentando un’abitazione che fu probabilmente scuola di campagna. Che peccato aver sprangato tutto!

Decido che parlerò delle Morrecini, delle querce, delle driadi al gruppo di giornaliste della moda sedute intorno al vertice di Monte Milone, tra Rapagnano e Montegiorgio. È il plus valore della nostra Terra Felix, non felice ma fervida.

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Mentre il sole scenderà oltre il San Vicino – ho sempre associato questo monte al Lysa Hora, in Ucraina, che ispirò Musorgskj ne La notte di San Giovanni sul Monte Calvo – reciterò loro il Siracide per allontanare il Sabba dell’opera sinfonica: «Orgoglio dei cieli è il limpido firmamento, spettacolo celeste in una visione di gloria! Il Sole mentre appare nel suo sorgere proclama: che meraviglia è l’opera dell’Altissimo… Anche la luna sempre puntuale nelle sue fasi regola i mesi e determina il tempo… Bellezza del cielo è la gloria degli astri, ornamento splendente nelle altezze del Signore».

E mi dico e ripeto: «Parco usa quel ch’io di me ti dono».

Brindisi al sole che tramonta e sorgerà di nuovo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 16 luglio 2017

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