RACCONTI DELLA MARCA. Il lago di Pilato, quella luger e il tocco di campana

Una volta l’anno. Solo una. E sempre nello stesso
luogo.

Anche stavolta, nonostante l’età, gli acciacchi, le quattro
ore di salita, i massi precipitati dal terremoto, l’impaccio del nuovo abito, i sandali scassati, il sudore. La fatica.

Un occhio al Gran Gendarme, e s’accovaccia
sul bordo del Lago di Pilato, i piedi a bagno, non si potrebbe. Ma non c’è nessuno. Sceglie quel luogo proprio perché «non c’è più nessuno».

Gran Gendarme

Il Gran Gendarme sopra ai laghi di Pilato

Due chiazze d’acqua appena accennate. Ricordava quell’otto di azzurro molto grande. Era un ricordo da bambino.

Guarda gli Occhi del serpente, ed è come se l’abisso gli venisse incontro, se il male riaffiorasse riesplodendo dalle viscere del mondo. O di sé.

Era stata l’ultima sprangata a farlo decidere. Volevano farne poltiglia. C’aveva rimesso una spalla. Il colpo l’aveva quasi aperta in due. S’era salvato per un pelo. Per una pattuglia di carabinieri passati casualmente di lì. In quella periferia che stava crescendo. Territorio di fango e di nessuno.

Gli aggressori erano fuggiti. Il regolamento di conti solo rimandato. La prossima volta forse un colpo di coltello o di fucile.

Sanguinante, s’era trascinato via.

Il medico era stato suo compagno di università, fin quando s’era potuto studiare. Se ne ricordava la casa. Sperava fosse anche ambulatorio. Compiacente, l’aveva soccorso e nascosto. Giusto qualche giorno perché non poteva restare. Era chiaro: era nella lista. Era l’uomo da far fuori. Bisognava fuggire, abbandonare… ma non c’era più nulla da abbandonare o difendere. Giusto la pelle. Per quel che valeva. Meno di zero.

Così era scappato in Africa, via Marsiglia e comprenderete perché. Fuggiva dopo la scelta «sbagliata».

I nemici di prima e quelli di dopo – sempre gli stessi – gliel’avevano giurata. E, allora, il Congo, da mercenario, da marcia o crepa, i saccheggi, le morti, gli stupri.

Il suo corpo non aveva più anima, né pietà la sua ragione. Era un involucro scheletrito, staccato dal mondo, già putrefatto.

Inferno dentro e inferno fuori. 15 anni per dimenticarsi e lasciarsi dimenticare. Un pugno di diamanti: la liquidazione. E mani lorde di sangue.

Tornato, servirono gli uni e le altre. Per corrompere, arricchirsi, sbranare.

Si chiamava Rita… Gli disse che era incinta di lui.

«Buttalo nel water», fu la risposta. Agghiacciante.

Rita sparì, dopo l’aborto.

E lui rimase solo. Vide Riccardo sotto i portici. Il fisico era quello, ancora gagliardo, ma non lo sguardo. E inconsueto il sorriso. Più tardi l’avrebbe definito: «pieno di pace…».

Sì, era lui: il compagno-camerata d’un tempo, che se n’infischiava di ogni cosa.

Si guardarono, si riconobbero. S’abbracciarono. E nel tremito passò una vita.

Riccardo…tre figli, una moglie…, proprio lui, il più dissoluto
della compagnia.

Quel volto, quel sorriso, quelle scelte, lo morsero per una notte intera. Il brandello di cuore che gli restava s’era fatto ancor più pesante. Insopportabile.

All’alba, scese in garage. La luger era ancora ben
oliata. L’appoggiò alla tempia. Un niente. Ci sarebbe voluto un niente, per spegnere tutto.

Invece, un rintocco di campana, come una «voce» – confessò –
che lo chiamasse. Lo richiamasse.

L’abito bianco dei Cisterciensi s’è bagnato
sull’orlo. Il monaco dalle mille rughe si alza. L’abisso è solo un vecchio fotogramma.

C’è una giaculatoria che ora ripete spesso: Libera nos a malo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 16 luglio 2017

#DestinazioneMarche #LagodiPilato #Luger  #GuerraCivile #Cistercensi

 

 

 

 

 

 

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