RACCONTI DELLA MARCA. Secoli di accoglienza ad Alteta. La storia di una “credenza”

Era vino annacquato. Una caraffa grande, con il beccuccio stretto. Poi c’era anche una bottiglia di vino sincero con accanto un’altra d’acqua sempre fresca. Due i bicchieri, poggiati su un vassoio d’argento dai manici grandi.

La credenza era ampia. Di legno. La porticina che l’apriva aveva arabeschi colorati: un pavone, una palma, un calice, un tralcio di vite. Profonda sessanta centimetri, andava a stringersi contro il muro.

Tre i ripiani. Quello centrale conteneva vino acqua bicchieri. Quello più sotto serviva per il ricovero del bastone da passeggio. Il più in alto restava vuoto.

La credenza era stata realizzata ad incasso su uno spigolo del piano terra più vicino alla scala che portava agli appartamenti nobili.

Non che fosse un gran palazzo. Era un “casino” estivo, dove la famiglia da secoli passava i mesi più caldi illudendosi che la campagna fosse più fresca del borgo poco distante.

Intorno crescevano grano, ulivi e viti inframezzate da gelsi. Le pareti odoravano di mughetto, e le poltrone e il divano di vimini erano circondati di lavanda.

casino merli

Un giorno il piccolo Umberto era stato chiamato da suo padre Aristide. Lo studio era pieno di libri, il discorso breve. «Da decenni questa casa è luogo di ristoro e riparo per pellegrini e viandanti. A loro abbiamo sempre offerto da bere. Lo faceva mio nonno, lo ha fatto mio padre, lo faccio io, continuerai anche tu e la tua discendenza. Non dimenticare  il nostro impegno».

Umberto vedeva gente arrivare dinanzi a casa. Bussavano, veniva loro aperto e steso un bicchiere. C’era chi, sorpreso dall’oscurità, restava per la notte accampandosi nel fienile. Andavano a Roma o a Loreto, o, addirittura, a Lucca per procedere verso Santiago de Compostela.

Umberto chiese alla balia. Ricciarda raccontò una storia che riguardava il capostipite della famiglia. Forse, Urialdo il nome. Non ricordava bene. Crociato, s’era perso nel deserto, rischiando di  morire: pelle spaccata, cervello in poltiglia, sete inaudita. Fino a quando un «infedele l’aveva raccolto, fatto bere, curato, aiutato a vivere». Un gesto mai più dimenticato. Tornato, la casa di Urialdo aveva sempre acqua per i passanti.

La spider rossa frenò all’ultimo istante. Polvere. La casa andava giù. La bionda inglese aveva insistito per vedere l’abitazione  di cui si favoleggiava. Gianni l’avrebbe data via per nulla. Non amava la campagna né gli animali. Preferiva sport e  città.

Entrarono: sporco, rovine, passaggi di razziatori. Un disastro.

Ellen aveva sete. Fontane non ce n’era. Quando ci si metteva era veramente pesante. Ora voleva andarsene subito. Forse un Martini ghiacciato… Il bar più vicino era a sei chilometri.

Gianni faceva attenzione sulla scalinata dissestata. Ridiscendendo, lo colpì la credenza. Intatta. Aprì la porticina cigolante, trovò un bastone in basso e un vassoio d’argento a metà, con bottiglie d’acqua e di vino e di vino annacquato, e due bicchieri. Tutto pulito. Si stropicciò gli occhi, stese la mano, la ritirò, la ridistese. Prese la caraffa, se la portò alla guancia sinistra. Freschissima. Guardò il contenuto e bevve. E gli sembrò che la scalinata si ripopolasse. Genti diverse, abiti diversi su per i grandini, e in fondo, su tutti, alto e orgoglioso, un vecchio dagli occhi di fuoco, muscolatura da giovane, che teneva lo sguardo su di lui. Sette secoli di storia.

Non si potevano tradire.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, 30 agosto 2017

#Alteta #Pellegrinaggi #Accoglienza #destinazioneMarche

 

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RACCONTI DELLA MARCA. I discendenti di Noè… a Montemonaco

Carica di animali, l’Arca si incagliò in cima al monte Ararat.

«Terra, terra… finalmente! Sia ringraziato Iddio», esultò il composito equipaggio. Noè, correndo come poteva un vecchio di un’età molto avanzata, raggiunse la finestrella ricavata sulla prua. Dopo quaranta giorni di pioggia ininterrotta, un gran sole splendeva ora su di un unico ed immenso oceano calmo e lucente.

L’anziano lasciò passare ancora qualche giorno. Poi, una candida colomba si librò nel cielo. Il ramo di ulivo che più tardi riportò nel becco rese evidente il nuovo patto tra natura e uomini.

Gli scampati al diluvio scesero a terra, unici sopravvissuti della loro specie. La vita lentamente riprese a pulsare nella normalità. Rinacquero i villaggi; si tornò a coltivare i campi e ad allevar le greggi.

montemonaco

Gli anni passarono veloci ed i figli dei figli di Noè vollero conoscere altri luoghi. A lungo vagarono per quella che in seguito sarà chiamata Europa. In nessun posto, però, ritennero di stabilirsi definitivamente. Altro cercavano per sé. Giunsero anche in Italia. Ma non ebbero soddisfazione fintanto che non raggiunsero i Sibillini. Ai piedi di quei Monti Azzurri ritennero d’aver trovata la terra promessa. Li accolse un luogo ospitale, ricco di acqua e di pascoli, di castagne e di noci. Vi posero le loro tende. Successivamente iniziarono a edificare i borghi di Isola San Biagio e Montemonaco, località, dunque, tra le più antiche del mondo dopo il cataclisma.

I pronipoti di Noè vissero felici e prosperi in quelle terre di montagna. Di quei luoghi incantati molto si favoleggiò, e le voci corsero anche ad Aquisgrana, alla corte di Carlo Magno. L’imperatore cristianissimo ne rimase impressionato. Dopo aver annientato gli Avari, scese a Roma e ne approfittò per visitare Montemonaco. Conobbe così la vita dura ma spensierata dei discendenti di colui che aveva salvata la razza umana. La condivise in cuor suo; gli ricordava i primi anni della sua infanzia, quando all’orizzonte non erano comparse le amarezze legate al governare.

roc

Da quella regale visita passarono circa quattro secoli. Una guerra cruenta stava ora sconvolgendo le felici contrade. Norcia, il gran comune che si stendeva al di là delle montagne, voleva  ampliare i suoi domini. A Montemonaco l’antica stirpe di Noè non volle cedere alle smanie di potere dei signori umbri. E lo scontro fu inevitabile.

Due piccoli eserciti furono messi in campo. Il sangue arrossò quei territori; le greggi rimasero abbandonate; i campi furono dati alle fiamme. Lungo e terribile fu il conflitto. Lutti e miserie colpirono entrambi i contendenti. Sentendosi sfiancati, ambedue i Comuni tentarono un accordo: il confine sarebbe stato tirato laddove si fosse ritrovato morto il più avanzato dei guerrieri di Montemonaco. La soluzione a tutti sembrò equa. Le ricerche iniziarono ma l’oscurità piombò sul campo di battaglia. L’occasione fu colta al volo dai comandanti di Montemonaco. Presero, costoro, un pastore e lo uccisero. In dosso gli misero i panni dei soldati piceni e lo trasportarono, non visti, sul limitare dell’accampamento avversario. Dove venne ritrovato sul far del giorno.

Nessuno s’accorse dell’inganno; il confine fu segnato, e con esso si proclamò la pace seguente. Solo il cielo ebbe un tuono violentissimo, esploso da una nuvola di pece. A Montemonaco qualcuno guardò in alto e ricordò il diluvio. E le iniquità degli uomini.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 27 agosto 2017

#destinazioneMarche #Montemonaco #Sibillini

 

 

 

RACCONTI DELLA MARCA. La driade delle querce

La via delle Querce. Il campo di grano appena mietuto. Le Morrecini di Belmonte Piceno. I resti di un monumento funebre romano su un colle in mezzo alla campagna. E una luna, pallida quanto enorme. Ed enorme più che mai.

Andrea fermò l’auto, d’improvviso. Inchiodò e scese. Nonostante fosse caldo, indossò la giacca. Un gesto quasi automatico.

La notte era perfetta. Di quelle dove tutto può accadere.

Morrecini

I cani latrarono. Qualche uccello notturno prese il volo. Le luci dei paesi più in basso tremolavano. Il Monte Vettore sembrava ancor più un elefante inginocchiato.

C’era come un qualcosa che spingeva. Quasi una forza misteriosa scaturita dalla terra, sprigionata da essa. Che spingeva verso l’alto, verso il colle, la punta più alta e nascosta del crinale… verso le Morrecini. Irresistibilmente.

Andrea si lasciò quasi trasportare. Era un sogno o una realtà? Non capiva e non voleva farlo.

Gli spuntoni del grano gli ferivano le caviglie ed il calpestio era l’unico rumore. Ma non ci badava. Si tolse rapido la giacca, si sbottonò la camicia, allentò la cinta dei pantaloni. Come tanti gesti liberatori che la notte consentiva. Quella notte soprattutto.

Si percepì diverso, strano, come a metà tra concretezza e fantasia. I confini stavano saltando, lui non riusciva a controllarli.

Si accorse di correre in salita, sfiorando appena il terreno.

Quercia

Quanto tempo occorse non lo capì. Si trovò all’improvviso circondato dal verde all’interno del boschetto. La sommità era raggiunta. Gli occhi ora si erano abituati al buio. Vedeva i contorni delle case, i pali accatastati per probabili e futuri lavori, i recinti per scongiurare il passaggio dei cinghiali. Vedeva l’uno e l’altro versante dei fiumi.

Sedette. Il silenzio era assoluto. Anche i cani avevano smesso di preoccuparsi.

Era tempo di domande. Era tempo di risposte. Le poneva da tempo, le cercava da tempo.

Qualcosa sarebbe accaduto. Lo avvertiva. L’aveva sperato. Lo sperava. Non si vive senza una speranza.

Poi, accadde. Da dietro, un fruscio. Come qualcosa che scivolasse sull’erba, leggero, appena impercettibile.

Andrea si girò di colpo. Una figura umana era apparsa dall’intrico del fogliame. Come uscita dal ventre della terra o, meglio, dalla pancia delle querce. Come staccatasi dalla loro corteccia. La fattezza faceva pensare a una donna. E donna lo era: altera, sguardo enigmatico, forse distante eppure vicina, forse amica oppure no.

Nera la notte, nero il suo abito, neri i suoi capelli.

Andrea rimase ammutolito. Guardava quelle movenze. Lei si avvicinò. Gli sedette accanto. Muta sino ad ora.

Un fantasma in un corpo di donna? Andrea stava superando lo sconcerto e lo stupore.

Lei, come se avesse capito, stese una mano. Era lunga, affusolata. Deliziosa. Non era un fantasma eppure lo era.

«Che c’è?» chiese lei con un filo di voce mai udito prima.

E nel porre la domanda avvicinò la testa di Andrea al suo grembo. Il corpo dell’uomo si distese. E piano piano Andrea raccontò di sé, della sua vita, dei suoi amori. Un fiume in piena. Per ore o minuti. Il tempo vacillò: si estese e si ritrasse.

E più parlava e più si sentiva libero e felice.

Fu il frinire delle cicale a svegliarlo. Era giorno fatto.

Andrea era disteso e felice. La giacca era stata il suo cuscino. Ma sotto ad essa trovò una specie di coroncina di fiori intrecciati intorno ad un anellone a sei nodi.

Il dono di una driade.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 23 agosto 2017

#querce #morrecini #BelmontePiceno #anellonepiceno

 

 

 

Racconti della Marca. Il colore del Presagio

Il tramonto è di fuoco

La montagna avvampa.

Un incendio sembra ghermire alle spalle gli Appennini.

Rosso intenso, rosso cupo… o rosso sangue.

Sarà forse questo il colore della Sibilla?

Sibilla maga, Sibilla strega, Sibilla vergine.

Le Sibille affrescate nei santuari di Maria,

quelle depurate dagli scritti di autori strani,

quelle che popolano menti e desideri…

Al mattino presto è il lucore dei monti che abbacina.

Il sole riflette una parte della cima incoronata.

L’altro versante resta… nell’ombra.

si

O sarà questo il colore della Sibilla?

L’ombra, il buio, la tenebra?

E se fossero entrambi, come in un gioco doppio di volti,

di un Giano a due facce: il rosso del fuoco e l’ombra della tenebra?

E se la tenebra fosse il colore del pre-sentimento?

Era l’abito di donne scomparse.

Io le ho conosciute.

Era il nero, il colore preferito.

Sempre indossato.

Non per mestizia.

Neppure per lutto.

Per abitudine, per tradizione… per consapevolezza.

Non era come per le vele di Teseo, lasciate per errore a gonfiarsi sui pennoni, messaggio non voluto, che portarono il padre Egeo al suicidio.

Non per mestizia. Neppure per lutto.

Per un ricordo, sì, per una memoria, per qualcosa di ancestrale.

Di oltre, più oltre, più in là.

Per una consapevolezza, dunque, direi.

Costruivano grattacieli e grandi navi, gli umani.

E prima, furono pievi raccolte e poi cattedrali slanciate e acquedotti superbi.

E teatri ed arene.

E piazze enormi: acropoli di parole e rettangoli perfetti d’automi dal passo dell’oca. Ieri come oggi.

Di nero vestivano le nostre nonne. E le nonne delle nostre nonne.

E loro sapevano il perché.

Gli eroi bruciavano Troia, s’avventuravano oltre le colonne di Ercole.

Sfidavano i leoni di Namidia, incenerivano le foreste di Teutoburgo, fino a far crescere un fungo su Hiroshima.

Di nero vestivano le nostre nonne.

E sapevano il perché.

Non era mestizia, neppure lutto.

Era presagio!

Cavalieri erranti raggiunsero la bocca dell’antro.

E videro la tenebra della maga, l’ombra della strega,

il riflesso della Vergine.

Ma pieni di sé, non domandarono.

Scelsero l’altra faccia. Sicuri della propria insicurezza.

Pieni di sé, cercarono le viscere più profonde.

Trovarono le serpi divenute corpi di burro, sgargianti di colori.

Eterno conflitto, eterna sfida.

Provocazione, infine. Scuotimento.

Prevaleva il colore del sangue.

Non chiesero all’ombra oscura della maga.

Neppure chiesero al fuoco avvampante di corpi e di abiti.

Condannati all’ebbrezza… non chiesero.

Neppure a se stessi.

Non era mestizia del lutto. Non era colore di morte, l’altra faccia.

Ma qualcuno ci fu.

Qualcuno che ascese la montagna per trovare se stesso.

Un senso, un senso all’esistere.

Solo potenza?

Fu allora, che la maga, la strega, la vergine, parlò.

Non era mestizia e non era lutto il suo colore.

Era… avvertimento. Era… presagio.

Era il sentimento della fragilità degli uomini tutti.

Quello provato e riprovato nell’indistinto intrecciarsi di corpi.

Era il pre sentimento della caducità delle cose,

assaporato ogni venerdì di passione.

Io, onnipontente, e destinato a morire.

Io, sopra ogni legge, e destinato ad essere cenere.

I volti ora parlavano, all’unisono,

le facce si mischiavano,

le bocche s’arrotolavano.

Io, onnipontente, e destinato a morire…

Eppure io, inutile scheggia d’un Infinito chino sul mondo,

destinato a ricongiungermi con il Mistero del mondo.

 

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 20 agosto 2017

#presagio #montisibillini #antro

 

Racconti della Marca. La fata di Smerillo

I miei amici ridevano quando raccontavo di aver incontrato una fata. «Ma dai, le fate…».

Eppure, una fata c’era stata.

La incontrai a Smerillo, una sera che non stavo bene in alcun luogo. Tv? obbrobriosa; scrivere? che palle!.

Io, auto. E via. Verso i monti. Non troppo veloce, le curve si susseguono. Intorno, un altro mondo in questo mondo.

In paese, nessuno. Salgo la Rocca, mi affaccio dal balcone e mi perdo tra un tremolio di luci e oscurità.

grotta

«Salute!». La voce arriva da dietro. Incantevole.

Di solito: «Salute» è il mio… saluto.

Fa effetto ascoltarlo da altri… da una donna alta quasi quanto me, esile, bellissima.

«Salute», replico con un qualche impaccio.

Indefinibili gli anni.

«Che fai?». La domanda è diretta. I suoi occhi sono nei miei.

Mi viene incontro, si appoggia alla balaustra. Meno di un passo da me. Il vestito è nero come le tenebre. Il profumo travolgente. Muta, mi guarda che guardo la Sibilla.

«Lo so che ti piace».

«Come fai saperlo?».

«Lo so e basta».

È autorevole.

«Si, mi piace la montagna con le sue leggende».

«Sono una di quelle».

«Come?»

«Sono una di quelle leggende», ripete, sottovoce e  mi tocca la spalla destra, come volesse render carne un fantasma.

«Sei …una fata?».

«Sono una fata».

La sua bocca è sulla mia, la sento ansimare, il corpo vibra, si inarca, poi si rilassa.

L’auto è poco più sotto. Scivoliamo due volte prima di raggiungerla. È in quel momento che avverto un rumore sordo, come di noci che cozzano. Siamo in macchina, scendiamo verso San Ruffino. Lo spiazzo è buio, ampio. Accogliente.

«Che scomoda la tua auto», mi rimprovera sorridendo.

Già: che scomoda. E se fosse stata comoda?

Mi chiede di ricondurla a Smerillo. Prima di scendere indugia con un altro bacio, poi sparisce silenziosa con quel rumore…

È la notte di lunedì. Notte senza sonno, passata a rimuginare.

Torno il martedì. La ritrovo con le identiche intenzioni. Riappare anche il mercoledì e quello dopo ancora. Il venerdì, no. Non c’è. La cerco, giro la collina. Non c’è. Non conosco il nome, né la  casa. L’ho persa? Il sabato è di nuovo lassù e così anche la settimana successiva. Ma il venerdì, no. Nessuna traccia. Intanto il rumore sordo ce l’ho nelle orecchie. La terza settimana sono deciso a capire.

Il giovedì voglio lasciarla il più tardi possibile. Ma già alle 23 chiede di tornare. Sono molto guardingo. La lascio che manca poco alla mezzanotte. Scende dall’auto, mi saluta come sempre. Ed eccolo il rumore delle noci.

Ho deciso di seguirla. Ha un’andatura strana, a scatti. Superata la curva inizia a correre velocissima. Non le tengo dietro. E il suono diventa un rimbombo, una specie di galoppo, come un legno che batta sulle pietre. Non sono zoccoli, non ha zoccoli, sono piedi di…capra… e non di donna…

Corre verso un antro, animalesca. Non è più lei. È vecchia, piena di rughe. È altro…

Gli ultimi pastori raccontano come nella reggia della Sibilla ogni venerdì le donne si trasformassero in serpenti succhiando sangue per rigenerarsi, e ammaliare, il giorno dopo, e dividere, e sconvolgere. E far soffrire.

«Non era una fata», commenta l’amica più maliziosa.

«All’inizio, una fata, più tardi una s…».

Vorrei dire «strega», ma non ce la faccio. La mia amica sorride. Le guardo i piedi. È scalza, è stata al mare.  Li ha abbronzati. E mentre si muove le noci sono lontane. Fuori stagione. Non sbattono più.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, 30 luglio 2017

#fate #destinazionemarche #smerillo #montisibillini

 

 

Successo ungherese per la Banda interprovinciale Fermano-Maceratese

Dopo la Bielorussia, lo scorso gennaio, e in vista di Mosca, la primavera prossima, la Banda Giovanile Interprovinciale del Fermano-Maceratese, ha riscosso un grande successo in Ungheria.

Il gruppo musicale formato da circa 60 adolescenti guidato dai maestri Lelio Leoni e Mauro Stizza ha partecipato dal due al sette agosto al tradizionale International County-Wandering Festival. L’evento nato nel 2002 porta, nel mese di agosto, musica e spettacolo in giro per città e paesi dell’Ungheria. Da qui il nome più familiare di Contea-Errante.

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La Banda Interprovinciale del Fermano-Maceratese ha eseguito una serie di concerti insieme ad altre formazioni provenienti dalla Turchia, Lituania, Ungheria. Per l’Italia era presente anche un gruppo pugliese. Le esibizioni sono state tenute in alcune località termali. Quartier generale dell’iniziativa e base logistica per i giovani strumentisti italiani è stata Makò, la città più fiorita d’Ungheria, come è stata ribattezzata da tempo, la cui principale attrazione turistica è la fonte di acqua termale.

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La Banda Interprovinciale si è fatta notare per le proposte musicali, per la serietà dei comportamenti anche al di fuori dei concerti, per la simpatia e vivacità espressa da tutti i componenti, primi tra i quali i maestri concertatori che più volte hanno inscenato sul palco siparietti improvvisati catturando l’attenzione del pubblico e ricevendo vere e proprie standing ovation.

Diversi anche i genitori che hanno accompagnato i giovani marchigiani nella loro tournée ungherese.

La Banda Interprovinciale, nata da un paio di anni in un rapporto molto stretto specie tra le realtà musicali di Montegiorgio e Montesangiusto, è riuscita a mettere insieme sino a 60 giovani strumentisti.

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«Siamo molto contenti di come stanno andando le cose – spiegano i maestri Leoni e Stizza, entrambi trombettisti -, oltre all’aspetto musicale, i ragazzi vivono una bella esperienza insieme, educativa e di amicizia, che, in frangenti come gli attuali, non è davvero poco».

Rientrati a casa, dopo qualche giorno di riposo, la Banda tornerà a prepararsi per la prossima meta: Mosca.

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Rubbiano-Vetice: un sentiero aperto

Ancora più di sempre cammino la montagna. Se i sentieri consueti sono chiusi, altri ne esistono e vanno fatti conoscere.

Rubbiano è terra di Montefortino. Poco più in là c’è Balleria, il pianoro del ballo, ed oltre ancora l’Infernaccio e la salita all’eremo di San Leonardo. La strada è sbarrata.

L’otto agosto dello scorso anno andammo in trenta. Dal bosco, e poi dalle rocce, ed ancora dall’incrocio per Capotenna, dalle faggete, uscirono due attori (Laura Subrini e Andrea Valori) che raccontavano storie di quelle contrade un tempo molto vive. Oggi non si può. In quei luoghi no, ma in altri sì. E l’abbiamo fatto, domenica sei agosto.

Una comitiva, alcuni bambini.

Rubbiamo fonte

Rubbiano ha una fonte. Lì ci siamo riforniti. Poi la discesa, poca nell’ombra. Un anfiteatro naturale ci ha permesso di sostare ascoltando di Orseolo e Teuda, delle loro famiglie, della loro economia, che il panno lana qui prodotto competeva con  l’Europa, che Montefortino fece la prima Denominazione comunale, nel Medio Evo, per attestare qualità ed evitare contraffazioni.

Buio quel Medio Evo, eh?.

Occorre fare nomi per evocare e ricordare. Chi non fa nomi, generalizza e dimentica presto.

Scendiamo ancora. Il sentiero si fa stretto.

Rubbano fiume

Ho un cruccio. Tre giorni prima ho compiuto un’ispezione. Il fiume Tenna era completamente in secca. Senz’acqua non c’è vita, non c’è allegria.

Da lontano invece sento lo scorrere. Mi rincuoro. Andiamo giù piano, l’altro giorno ho incontrato alcune serpi, una aveva il gozzo pieno, forse un topo inghiottito.

C’è acqua, invece. Non mi pare vero. Tutti a mollo. Mi tolgo scarponi e calzettoni, attraverso, acqua gelida, ci vuole proprio.

Rubbiano Roccaccia

Hanke, che è tedesca, non s’aspettava che la rana marrone le saltasse sui piedi. Strilla un attimo. La vegetazione è folta. Sopra c’è la Roccaccia. Il luogo è giusto per raccontare di Cecco d’Ascoli, dell’Acerba, del duro confronto con Dante, del rogo fiorentino, delle orgogliose parole tra le fiamme: «L’ho detto. L’ho insegnato. Lo credo». Storie di magia ed esoterismo.

Si sale per Vetice. Una fontana ci accoglie. È quasi un bagno per ognuno, fa caldo forte.

Abbiamo impiegato circa due ore. Ora ci attende un’altra avventura. Le monache di Amandola sono sfollate. L’antico monastero del centro ha avuto lesioni. Rifugio è stato trovato in campagna, a mezza costa tra contrada San Lorenzo e il crinale di Marnacchia. Si sono sistemate come meglio hanno potuto. Dal terremoto non hanno più avuto gruppi. L’ospitalità è il cardine benedettino. Avere della gente intorno è quasi un dogma. Andiamo. Ci sorridono «sorelle» bianche e nere (nigeriane). La Madre badessa suor Scolastica è raggiante.

Rubbiano Sibilla

Il pranzo è pronto. Ottimo, gustoso, colorato. Due tavolate vivaci. E un’allegria che cresce dopo un ulteriore bicchiere di grappa alla pera.

Sotto la tettoria di legno, sarebbe il momento di Battisti, Dalla o Battiato. Stavolta siamo privi di chitarristi. Rimediamo con un passo de I Promessi Sposi (il cardinal Borromeo che s’incontra con l’Innominato) e con la storia locale dei Farfensi. I discorsi scivolano anche altrove. La giornata è stata bella. Se ne architetta un’altra. Sempre per sentieri di montagna. Che ci sono e sono stupendi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 13 agosto 2017

#destinazionemarche #montisibillini #rubbianovivo #Montefortino