Racconti della Marca. Il Cavaliere e la sua Cerca

Quel giorno mi alzai con la testa che esplodeva dal dolore.

Una luce nuova veniva dritta dal sole.

Guardai fuori, e misi pian piano a fuoco
la torre merlata, i camminamenti, le inferriate.

Un altro inutile e cattivo giorno!

La sera precedente era stata di bagordi, come sempre, d’altra parte. E la notte piena d’angoscia.

il cavaliere

Ma quel giorno – e proprio quel giorno –  mi svegliai assalito dall’unica domanda sempre rinviata: come si fa a vivere?

Come si fa a continuare un’esistenza insignificante?

L’avevo sempre ubriacata nelle bettole, quella domanda; l’avevo violentata nei postriboli più abietti, frantumata nelle sfide cariche di odio; annientata sui campi di battaglia con il sangue che scorreva a mezza zampa di cavallo.

Ma quel giorno – e proprio quel giorno – emerse improvvisa e inaspettata.

E fu insinuante, prima; prepotente poi… e devastante, infine.

Qualcosa che spingeva dallo stomaco, risaliva il petto, torturava la mente. Un tarlo che aveva rosicchiato una corazza fatta di scorza tanto dura quanto falsa e fragile.

L’armatura era pronta. La spada lucida, l’arco stagionato, la freccia ben appuntita.

Il possente cavallo d’appennino mi attendeva scalpitante.

E anche i compagni erano lì, nel piazzale delle armi, per un giorno di caccia, l’ennesimo. E di scorrerie… e di violenze. E di inutilità.

Ma quel giorno fu diverso.

antro

Non so come, ma all’improvviso, come un lampo senza tuono, all’improvviso di fronte a me, come da uno squarcio del tempo e dello spazio, si materializzò un volto: mia madre, morta tanto tempo prima. Un volto che si moltiplicava sui muri, si rifletteva negli specchi, correva sui soffitti. Di una tristezza profonda mai scorta prima. Che inchiodava ricordando, che parlava stando zitta, che tirava via le maschere posticce, che penetrava l’ultima difesa.

I miei amici tiravano sassi alle finestre.

Il tempo mio s’era fatto breve. E le scorrerie più non bastavano. E le prepotenze non dissetavano.

Quel giorno compresi il male del vivere. Quel rovello che attorciglia le budella era la mia strana resistenza a farci i conti.

Questo diceva il volto di mia madre: farci i conti, sciogliere i nodi, andare giù nel profondo, scorticando l’anima

Ogni attesa altro non sarebbe stata che la negazione di me, l’incapacità di cogliere il succo della vita mia.

Faceva freddo.

Era il vino solitamente a dar carica ed ardore.

Capovolsi la coppa, invece. La gettai furente ed impaurito a terra.

Sul tappeto d’oriente si formò una chiazza che s’allargava lentamente, richiamando il sangue.

Il sangue, la coppa… quel vasello che un tempo raccolse un altro sangue. Il sangue di un uomo appeso ad una croce, il più infame degli oltraggi. Il più blasfemo.

Era lì la risposta? Nella Sua Cerca? Nel raggiungere quell’antro dove i cantori narravano di una vergine a difesa di un segreto?

«Basta violenze», dissi ai miei compagni.

«Basta un vita da beoni e stupratori».

«Chi vuol seguirmi, venga. Avremo solo fame e freddo, bestie e tormenti. Sino a quando non troveremo una risposta».

Nessuno chiese quale io intendessi.

Ogni cuore avvertiva l’urgenza di un senso alle proprie gesta.

Non tutti vennero.

Partimmo in sette.

Lasciando il castello, attraversato il ponte levatoio, mi voltai verso la mia stanza.

E fui di nuovo il bambino che vedeva una donna affacciata alla finestra.

Mia madre sorrideva, ora, e annuiva con il capo.

La Cerca era cominciata.

Ed era benedetta.

#ilcavalierelamorteildiavolo #terradimarca #destinazionemarche

 

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CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La Notte di Monteleone. Notte nera

Ci sono le “Notti bianche”, ma non quelle provocate dall’insonnia di neonati. E le “Notti rosa”, che nulla hanno a che fare con le mele dei Sibillini.

Bianche e rosa, servono entrambe al commercio, al divertimento (dicono!), alla trasgressione (ma se tutto è trasgressione, la vera trasgressione torna ad essere la normalità).

Sarebbe bella anche una “Notte nera”, dove a prevalere siano silenzio, oscurità, stelle, pensiero.

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Ho tentato di farla, venerdì scorso, insieme ai giovani del Progetto NEXT. Una camminata nella notte, per sentieri antichi, da sotto la torre secolare di Monteleone di Fermo alla chiesina della Madonna di Loreto.

« Non vorrei violare la notte.  – ho letto all’inizio – Vorrei lasciarla intatta. Intatta nel silenzio, nell’abbraccio delle cose, nel mistero che le ammanta, nell’enigma della vita. Vorrei che altro ci parlasse: quello spirito intriso nella terra, quella brezza che la mano non carpisce, quel timore dell’ignoto che restituisce povertà.

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Creato, Creatura, Creatore. Di giorno annoto le distanze.

Di notte entro nell’abbraccio universale. Non vorrei violare la notte, né darle un nome io. Vorrei che fosse lei a parlarmi».

Alla prima sosta, risuonano le parole di Gibran: «E un poeta disse: “Parlaci della bellezza”. Ed egli rispose: “Dove cercherete la bellezza e come la troverete a meno che non sia essa stessa la vostra via e la vostra guida?”».

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Il violino di Samuele Ricci e il violoncello di Valeria Tamburrini, comparsi d’improvviso nella campagna oscura, sulle scale di un vecchio cascinale, hanno mostrato – semmai ce ne fosse bisogno – che la musica dischiude porte di dimensioni altre, penetra cuori anelanti d’infinito, canta il Creato per il suo soffio d’eterno.

Si riparte. Quasi in cento. Passo è cadenzato. Chi parla, chi preferisce gustare le voci della natura che, definita così, resta astratta, chiamiamola allora: vento, albero, campagna, uccello. La musica dei giovani concertisti torna sotto i rami di un ulivo e – terza tappa – dinanzi alla chiesa. Sono tre Duetti dell’Opera 38 di Jacques Mazas.

Si materializza l’anima di Alda Merini: « I poeti lavorano di notte, quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore. I poeti lavorano nel buio come falchi notturni od usignoli dal dolcissimo canto e temono di offendere Iddio. Ma i poeti, nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle».

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Impressionante Alda, dalla faticosa e sofferente vita!

Qualche cane abbaia, messo in sospetto dalla strana compagnia.

Compagnia! Penso a Tolkien e ai suoi anelli. Al suo Anello. E a come il potere – qualsiasi esso sia: politico, clericale, istituzionale – può stravolgere corpo e mente. Come nell’Urlo di Munch: il viso sformato.

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Ultima tappa. Ultima poesia. Umberto Saba. «Mi sono messo a giacere sotto le stelle, una di quelle notti che fanno dell’insonnia tetra un religioso piacere… Di sotto un cielo così turchino, di una notte così stellata, Giacobbe sognò la scalata d’angeli di tra il cielo e il suo guanciale…».

Il sindaco Marco Fabiani distribuisce acqua  ciabuscolo e farro.  Il prof. Carlo Verducci racconta un paese e la sua arte.

Notte incantevole. E nera.

#amolanotte #poesieimmortali #destinazionemarche #monteleonedifermo

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. La bottega di Letizia

Montegiorgio. Via Passari, 65. Di fronte al Palazzo omonimo, oggi municipio.

Qui si respira storia, bellezza e… artigianato. La Bottega di Letizia Ranucci ha fermato il tempo. Entri nei due ampi locali con archi a volta, e ti sembra di compiere un viaggio all’indietro, quando le botteghe artigiane erano il fiore all’occhiello dei Comuni e delle Comunità.

Letizia lavora con un grembiule marrone, dove non manca qualche schizzo di colla e di colori.

Lei è una rilegatrice. Anche se andrebbe detto «legatore», perché erano i legatori a mettere insieme le pagine, cucirle, farne libri e diventare piccoli editori. Un tempo fa.

Il tavolo è ingombro di volumi antichi e vecchi, di documenti, di fogli, carte sparse, qualche pennello, qualche forbice. Un senso di movimento… e di vita.

Letizia Ranucci

Letizia Ranucci al tornio

Letizia lavora accanto a due taglia/presse. Una è grande, ed elettrica. L’altra è piccola, e manuale. Ci ficca le raccolte incollate.

Per i volumi antichi il lavoro è ben altro. È un vero e proprio restauro conservativo che inizia con il togliere i micro organismi che mangiano o ammuffiscono la carta, e va avanti con il ripristino della copertina. Oh oh quante cose da dire sulla copertina! «Occorre ridarle colore, occorre usare i pigmenti naturali, ma, prima di tutto, studiare il tempo in cui fu editato il libro, capirne cioè l’origine e il sistema».

Il documento più antico che ha avuto tra le mani? «Diverse Cinquecentine». Le avranno fatto sicuramente un bell’effetto.

Ma la sensazione più bella gliela danno gli ex libris, ma non i timbri che sono una realizzazione più recente. Gli ex libris più emozionanti sono quelli disegnati, le acqueforti, «quella specie di etichette, anche se il termine non è perfetto, con i simboli soprattutto di animali, alcuni dei quali identificavano le città di provenienza. Erano veri e propri artisti coloro che si dedicavano a realizzarli».

Mi racconta una storia. Un rigattiere che aveva acquistato una biblioteca intera. Sembravano libri dozzinali, da mercatino. Voleva una valutazione. Lei ha preso i volumi, uno alla volta, ha guardato dentro, ha sfogliato. Alla fine ha trovato un ex libris importante. Valeva quanto l’intera collezione, e forse più.

Ma non si campa solo di restauro. La nostra viene chiamata dai notai per rilegare gli atti che non possono uscire dalla sede notarile. Ed allora Letizia parte con il suo armamentario: telaio, torchio piccolo, ago, filo, pennelli, colla…

Nella bottega compie anche rilegature classiche che, a seconda della tipologia del libro, della scrittura, della grammatura della carta, può essere cinese, inglese, francese, sopraggitto…

La Bottega è anche punto di ritrovo per amici, clienti e passanti. Capita anche chi, non avendo ben capito, le chieda di aggiustare una vecchia… lavatrice.

La Scheda:

Letizia Ranucci è nata a Pisa. Dopo la maturità classica ottenuta presso il liceo Galilei della sua città, ha dato corso alla sua passione per l’arte. Sposata, quattro figli, risiede a Montegiorgio. Dopo aver frequentato il Corso di legatoria ad Urbino, ha aperto la Bottega artigiana – ci tiene a sottolinearlo – dove ospita, per una collaborazione e un progetto con i Servizi sociali, giovani cui l’artigianato dà un fondamentale aiuto nella crescita. Un ambito che vorrebbe sviluppare ancora di più.

In questi giorni è in ferie. «Teoricamente. Tutti sanno dove abito: lì vicino. E un artigiano non si ferma mai».

#amoilibri #restauro #artigianato #destinazionemarche