CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La Notte di Monteleone. Notte nera

Ci sono le “Notti bianche”, ma non quelle provocate dall’insonnia di neonati. E le “Notti rosa”, che nulla hanno a che fare con le mele dei Sibillini.

Bianche e rosa, servono entrambe al commercio, al divertimento (dicono!), alla trasgressione (ma se tutto è trasgressione, la vera trasgressione torna ad essere la normalità).

Sarebbe bella anche una “Notte nera”, dove a prevalere siano silenzio, oscurità, stelle, pensiero.

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Ho tentato di farla, venerdì scorso, insieme ai giovani del Progetto NEXT. Una camminata nella notte, per sentieri antichi, da sotto la torre secolare di Monteleone di Fermo alla chiesina della Madonna di Loreto.

« Non vorrei violare la notte.  – ho letto all’inizio – Vorrei lasciarla intatta. Intatta nel silenzio, nell’abbraccio delle cose, nel mistero che le ammanta, nell’enigma della vita. Vorrei che altro ci parlasse: quello spirito intriso nella terra, quella brezza che la mano non carpisce, quel timore dell’ignoto che restituisce povertà.

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Creato, Creatura, Creatore. Di giorno annoto le distanze.

Di notte entro nell’abbraccio universale. Non vorrei violare la notte, né darle un nome io. Vorrei che fosse lei a parlarmi».

Alla prima sosta, risuonano le parole di Gibran: «E un poeta disse: “Parlaci della bellezza”. Ed egli rispose: “Dove cercherete la bellezza e come la troverete a meno che non sia essa stessa la vostra via e la vostra guida?”».

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Il violino di Samuele Ricci e il violoncello di Valeria Tamburrini, comparsi d’improvviso nella campagna oscura, sulle scale di un vecchio cascinale, hanno mostrato – semmai ce ne fosse bisogno – che la musica dischiude porte di dimensioni altre, penetra cuori anelanti d’infinito, canta il Creato per il suo soffio d’eterno.

Si riparte. Quasi in cento. Passo è cadenzato. Chi parla, chi preferisce gustare le voci della natura che, definita così, resta astratta, chiamiamola allora: vento, albero, campagna, uccello. La musica dei giovani concertisti torna sotto i rami di un ulivo e – terza tappa – dinanzi alla chiesa. Sono tre Duetti dell’Opera 38 di Jacques Mazas.

Si materializza l’anima di Alda Merini: « I poeti lavorano di notte, quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore. I poeti lavorano nel buio come falchi notturni od usignoli dal dolcissimo canto e temono di offendere Iddio. Ma i poeti, nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle».

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Impressionante Alda, dalla faticosa e sofferente vita!

Qualche cane abbaia, messo in sospetto dalla strana compagnia.

Compagnia! Penso a Tolkien e ai suoi anelli. Al suo Anello. E a come il potere – qualsiasi esso sia: politico, clericale, istituzionale – può stravolgere corpo e mente. Come nell’Urlo di Munch: il viso sformato.

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Ultima tappa. Ultima poesia. Umberto Saba. «Mi sono messo a giacere sotto le stelle, una di quelle notti che fanno dell’insonnia tetra un religioso piacere… Di sotto un cielo così turchino, di una notte così stellata, Giacobbe sognò la scalata d’angeli di tra il cielo e il suo guanciale…».

Il sindaco Marco Fabiani distribuisce acqua  ciabuscolo e farro.  Il prof. Carlo Verducci racconta un paese e la sua arte.

Notte incantevole. E nera.

#amolanotte #poesieimmortali #destinazionemarche #monteleonedifermo

 

 

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