MINORI… PER MODO DI DIRE. La resistenza dei fratelli Bocci. La montagna e il terremoto

Gloria, Loriana, Cristiano. Tre fratelli. Tutti giovani. Sono la famiglia Bocci, di Piedivalle. Da cinque anni gestiscono l’Hotel Ristorante Ambro. Lo hanno preso in affitto dai Padri Cappuccini. La struttura era chiusa da quattro. Ce ne sono voluti due per rilanciarla. Altri due per esserne soddisfatti. Uno per conoscere la durezza di un terremoto che, pur non avendo minimamente intaccato la struttura, ha impaurito i visitatori del vicino Santuario.

Incontro il terzetto in una giornata di sole e di gran caldo. Sediamo sotto al portico. «Lo scorso anno, di questi giorni, – spiegano – nel pieno delle ferie, saremmo già affaccendati in cucina, al bar, tra i tavoli». Ora la clientela è diminuita di molto. La chiusura del Santuario si fa sentire anche in questo genere di economia.

Sul ponte e dinanzi alla chiesa c’è gente, ma non è quella del gran turismo, dei pulman, dei viaggi organizzati.

Bocci

Da Sx: Cristian, Gloria e Loriana

I nostri non si scoraggiano. Sono gente di montagna. Le più loquaci, in ordine, sono Gloria e Loriana, entrambe diplomate all’Istituto Psico-pedagogico di Ascoli Piceno. Loquaci, dirette e molto concrete. Cristiano è il più giovane. S’è diplomato all’Agraria di Ascoli Piceno, ed è un conoscitore di funghi e tartufi, oltre che amante di montagna.

Al di là del fiume c’è Il Chioschetto nel Bosco. Lo gestiscono mamma Mariangela Flammini e papà Pietro Boschi. Insomma, una famiglia di ristoratori che ha come capostipite nonno Giuseppe Flammini, oggi 96 enne. Fu lui ad aprire il chioschetto 55 anni fa coadiuvato da nonna Giovanna.

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Il Santuario della Madonna dell’Ambro

Tornando ai giovani, ne hanno pensate e fatte tante per rilanciare la struttura: Festa di Capodanno, festa di Carnevale, aperitivi particolari, apertura continua. Ma la ricetta vincente è la cucina. Gloria, Loriana, Cristiano vi si alternano per preparare tagliatelle ai funghi e ai tartufi, gnocchi, gorbini e grigliata di carne. Mestiere imparato dai nonni. I prodotti vengono acquistati dalle aziende del territorio, così come i vini, il miele, le marmellate. O come la Genziana e l’Amaro dell’Ambro. Chi non è ai fornelli, porta in tavola e si occupa del bar. Nei momenti migliori, l’hotel (11 camere) e il ristorante (un ferragosto furono 500 i coperti) hanno avuto bisogno di collaboratori. Vi hanno trovano occupazione i ragazzi di Montefortino, Amandola e paesi vicini.

I giovani Bocci hanno sentito dell’impegno della Carifermo per il restauro del Santuario. «È una gran cosa, dobbiamo ripartire su ogni fronte, non dobbiamo mollare». Ma è dura. A settembre scorso hanno ricevuto circa mille disdette. Resta la speranza. Loro amano la propria terra. Qualcuno li ha definiti i «nuovi patrioti».  Intanto, portano con sé i piccoli Federico (figlio di Cristiano) e Cristian (figlio di Loriana). Chissà che anche loro…. Sarebbe bello, dicono.

La Scheda:

Gloria e Loriana si sono diplomate all’Istituto Psico-Pedagogico di Ascoli Piceno. Gloria ha lavorato per sette anni presso il Caffè Belli di Amandola, al servizio ristoro della Tamoil, all’Agriturismo Madonna dei Piani e all’Acqua Gallo. Loriana è stata invece dipendente della Merloni a Comunanza e presso un Supermercato.

Cristiano, dopo il diploma in Agraria, ha lavorato presso la cantina Polpuva di Offida e poi è diventato legnaiolo.

Alla fine, hanno deciso di mettersi in proprio. Restando in famiglia. Accettando la proposta dei Cappuccini.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 12 agosto 2017

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GENTE DI CAMPO. Ad Alteta, l’azienda de Lu Cònde: suini da adottare. E non solo

Alteta. Borgo medievale. Il terremoto ha fatto danni al minuscolo centro storico. Intorno è campagna. E allevamenti.

In periferia, villette graziose. Tre edifici vicini indicano una famiglia. In mezzo: un laboratorio e una macelleria.

È l’azienda agricola Lu Cònde dei fratelli Corradini. Sono tre: Alessandro, Giorgio e Luca.

Lu Cònde in dialetto sta per Il Conte. Si vestiva da gran signore il bisnonno Giuseppe. Girava con un mantello nero e un bel cappello di feltro. Da Conte, appunto, come lo chiamavano i paesani.

Lu Conde macelleria

La macelleria de Lu Cònde

Nonno Nello – il figlio – iniziò come coltivatore diretto nel 1968. Il sistema era quello tradizionale: la rotazione triennale dei campi: grano, foraggio, ecc. Nessun sfruttamento della terra. Grande rispetto, invece, come per mille anni avevano fatto i contadini.

Poi Nello, con suo genero Mario, marito di Maria Pia, ha iniziato ad allevare suini, a ciclo chiuso.

La terza generazione – quella appunto di Alessandro, Giorgio e Luca – ha continuato sulle orme di nonno e padre.

Oggi, negli allevamenti, alcuni dei quali intorno al suggestivo Casino Merli, ci sono 30 scrofe e, a rotazione, circa 300 maiali.

Nel 2005, la nuova svolta. Oltre all’allevamento si è aggiunta la trasformazione delle carni. La carne di suino è diventata salsiccia, salame, mortadella, prodotti naturali, conservanti zero. I mangimi dati ai maiali, che scorazzano liberi nei campi insieme ad altri animali – c’era anche il bufalo Arturo -, è il prodotto di quanto coltivati dai fratelli Corradini che impiegano anche un piccolo mulino domestico.

Lu Conde Alessandro

Alessandro Corradini

Alessandro, occhi azzurri e capelli da moicano, è stato intervistato recentemente – il 30 luglio – da Linea Verde estate. La Rai s’è incuriosita, parimenti, del borgo di Alteta e delle farine de Lu Cònde che ha messo a dimora grandi antichi come la Jervicella, il Saraceno e, in modo speciale, il San Pastore che è un grano rosso poco conosciuto e molto originale.

Sotto una tettoia di legno, parlo con Alessandro. «La campagna è bella quanto dura. Ed è molto dura. Solo ieri, domenica, mi sono preso una giornata di svago. Ce ne sono poche altre». La famiglia Corradini punta sulla qualità. I clienti vengono ad acquistare in macelleria dai paesi vicini, ci sono anche diversi agriturismi che hanno iniziato a proporre le loro carni. C’è poi l’iniziativa «dell’adotta il tuo maiale». Hanno aderito soprattutto le famiglie del nord Italia che passano le vacanze nelle Marche. Hanno scelto l’animale, lo seguono in foto ma anche dal vero, ne acquistano la carne dopo la macellazione.

Poi ci sono i turisti olandesi, svedesi e norvegesi. Prima di acquistare vogliono sapere, vedere, capire. «Sono molto attenti alla salute».

In quanto tempo cresce un maiale? Alessandro risponde come risponderebbe suo nonno: «Due stoppie» che è il tempo che va dalla raccolta del grano alla semina: 9 mesi circa, «mangiando, dopo lo svezzamento, farine di granturco, orzo crusca e pisello proteico».

Le ore di lavoro? «Non si contano: dalle sei del mattino a quanto le forze scemano».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 11 agosto 2017

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