MINORI PER MODO DI DIRE. L’eclettica Francesca. Restauratrice e non

Che ci faceva, venerdì scorso, Mary Poppins con la sua enorme valigia in via Medaglie d’oro a Fermo? E che ci faceva quella giapponesina il venerdì precedente?

La grande vetrina luminosa e arredata con gusto lascia intravedere ma non spiega. Il cartello indica che sono davanti a La Bottega del tarlo e del decoro. E lei: la Mary Poppins e la giapponesina, è Francesca Iori, restauratrice e creativa. Soprattutto: un vulcano in continua eruzione. Continua.

Francesca Iori Mary

L’avevo conosciuta da studentessa dell’Istituto d’arte, me la ritrovo imprenditrice eclettica e signora. Ma la simpatia, la spontaneità e la franchezza sono le stesse di allora.

Francesca, ogni venerdì, si concia come le passa per la testa, alle 17 in punto accende facebook e in diretta video dialoga con i suoi amici, ormai tutti fans e in aumento costante.

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Francesca Iori con uno dei suoi lavori

Di che? Del restauro di mobili; realizzazione di decori; dello stencil che è una maschera normografica che permette di riprodurre le stesse forme, simboli o lettere in serie; di sverniciature sì/sverniciature no; di shabby e della «vernice anticrisi». Eh sì, la chiama proprio così: vernice anticrisi. Se l’è inventata lei coadiuvata dal marito Giacomo Fiacconi e dalla collaboratrice Gloria Marozzini. Le ha risolto un grosso problema. La richiesta di restauri di mobili e di decori nelle abitazioni, causa crisi economica, stava calando. Il lavoro era diminuito.

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Che fare per andare avanti? Inventare qualcosa. E di molto utile. Detto studiato e fatto. Francesca sperimenta così una vernice particolare, molto coprente, che non ha bisogno del carteggio del mobile, non puzza, ha sedici gradazioni, ed è adatta per gli hobbisti. Funziona, e lei ne inizia la produzione dopo averne brevettata la formula. È la Colorchic-vernice shabby. Ma fa di più. Inizia ad organizzare anche corsi domenicali. Ma non a casa. A Roma, invece, a Torino, Taranto e in altre città dello Stivale. Una mattinata per insegnare le tecniche e aiutare gli appassionati che portano piccoli mobili da trasformare in mezza giornata. Un successo.

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Come quello alla Fiera del Levante di Bari dove l’attendevano quasi fosse una rockstar. In effetti – ne ho preso visione personalmente – venerdì scorso su fb erano collegati in 1250. I messaggi arrivavano dal Piemonte alla Sardegna.

La bottega del decoro, lo capisco, ma il tarlo? «Qui lo debelliamo completamente», risponde ridendo mentre arriva gente e lei dà disposizioni.

La bottega ha colori accattivanti e rilassanti, a sinistra c’è la stanza delle dirette. Nello spazio più grande Francesca ha posizionato un vecchissimo bancone da falegname. Ci sono armadi, librerie e lampadari da restaurare. Si corre, si lavora, si fa. Con ottimismo.

Qui il futuro è una promessa già iniziata.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 30 settembre 2017

 

 

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Un padre alla figlia: un tatuaggio per starci vicino

Racconterò una storia «piccola». Non scriverò né luoghi né nomi. Anzi, ne scriverò uno di fantasia. Perché questo è stato l’impegno preso. Dirò solo che riguarda una famiglia terremotata. Delle nostre terre martoriate, dunque.

Una di quelle storie che non appaiono in tv nelle rubriche strappalacrime. Eppure, può far la differenza in un mondo dove solo il brutto sembra avere cittadinanza comunicativa.

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Mi dà man forte un autore francese. Charles Peguy era solito ripetere che i veri eroi del nostro tempo non sono i rivoluzionari (e quanti dicono di esserlo!), né i condottieri. E io aggiungerei: né le star, né i tribuni mediatici. I veri eroi sono i padri e le madri di famiglia.

Allora, la storia piccola…

Lei è una bambina di sette anni. Frequenta una scuola elementare di quasi montagna. Ha tanti amichetti. Gioca con le bambole e con la mini-cucina, ama i cartoni animati dove protagonisti sono gli animali, li disegna in un quadernone. Ma lei ha anche un problema. È affetta da un diabete molto forte. Da tenere sotto costante controllo. Così, ogni giorno, la piccola deve bucarsi un polpastrello. Prima il pollice, il giorno dopo l’indice, e poi il medio e avanti così, passando da una mano all’altra. Ogni giorno la goccia di sangue serve per tenere sotto sorveglianza la glicemia.

Sono quattro anni che va avanti così. Cristina – massì chiamiamola in questo modo – ha imparato a sopportare la puntura-piccata quotidiana. Un po’ meno le piacciono quei polpastrelli segnati di rosso e quei mini ematomi in cima alle dita. Un po’ se ne vergogna quando scrive in aula, un po’ anche quando gioca con gli altri bambini. È come se si sentisse diversa.

I suoi l’hanno capito. Suo padre l’ha capito. Non ci sono ragionamenti che valgano. Se ne può discutere ma la traccia del sangue resta, come resta l’ombra scura sui polpastrelli color latte.

Occorre allora un altro tipo di persuasione. Di vicinanza.

Ora, altre dita, altri polpastrelli sono segnati di rosso. Sono quelli del babbo di Cristina. Lui ha scelto di farsi tatuare una minuscola goccia di sangue. Esattamente come quella della sua bambina. Per dirle: non sei sola, ci sono io, siamo identici.

Piccola storia. Grande testimonianza.

 

 

Dieta mediterranea. Proposta di legge regionale. Premiato il lavoro del Laboratorio Piceno

Anni di disseminazione culturale; una serie di pubblicazioni tra cui due libri (La Dieta mediterranea, il Tempio della Sibilla, di Lando Siliquini, Le scelte alimentari a Montegiorgio, di Flaminio Fidanza e Mario Liberati); convegni a Roma (ex Ministero dell’Aeronautica), Milano (Teatro di Slow Food in occasione dell’EXPO), nelle scuole, tra i medici, amministratori pubblici, produttori agro-alimentari; iniziative con l’Università di Macerata (International Student Competition).

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Da Dx: l’assessore regionale Fabrizio Cesetti, il presidente della commissione Francesco Giacinti, Adolfo Leoni

Tutto questo impegno del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea per ricordare che le Marche sono le depositarie della  Dieta mediterranea e che essa può rilanciare turismo, agro-alimentare, prevenzione di malattie, conservazione di paesaggio, oggi trova sponda in Regione. Le delibere dei comuni del fermano: Montegiorgio, Servigliano, Moresco, Campofilone, Smerillo, Petritoli, sono diventate la proposta di legge per la  “Tutela e valorizzazione della dieta mediterranea”, presentata dal presidente della commissione Affari istituzionali, Cultura ed istruzione, Francesco Giacinti, dall’assessore al Bilancio Fabrizio Cesetti e dal presidente della commissione Sanità, Fabrizio Volpini.

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Il presidente del Laboratorio Piceno, Lando Siliquini

Obiettivo è «promuovere e tutelare la dieta mediterranea non solo per il suo valore alimentare, ma anche sanitario, culturale, ambientale, economico e sociale». Per il presidente Giacinti, la Dieta, riducendo la presenza nelle popolazioni di malattie cardiovascolari produce la riduzione della spesa-sanitaria. Lo conferma il presidente della commissione Sanità Volpini. «Buona parte della spesa sanitaria è utilizzata per far fronte ai danni causati da stili di vita errati, tra cui, in primis, l’alimentazione che sappiamo ha incidenza abbia sia sulle malattie cardiovascolari sia sui tumori».

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Il vice presidente del Laboratorio Piceno, Paolo Foglini, diabetologo

L’assessore Fabrizio Cesetti è certo che, «ancor più che nel resto d’Italia, l’identità delle Marche è rappresentata proprio dallo stile alimentare mediterraneo. Cesetti ricorda che Montegiorgio fu protagonista del noto Seven Countries Study.

Soddisfazione è stata espressa dal gruppo del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea. Il presidente Lando Siliquini, ringraziando i rappresentanti regionali, ha detto: «Il nostro impegno di ricerca e rilancio della Dieta come  essenza del vivere marchigiano ha trovato una sponda e un riconoscimento».

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In occasione dell’Expo 2015 a Milano

La legge con 8 articoli, finanziamento di 15 mila euro per il 2018, mira a diffondere il modello nutrizionale nella comunità marchigiana e nella ristorazione collettiva con una serie di azioni come la formazione nelle scuole,  e verso i consumatori, ma anche con «l’introduzione di prodotti alimentari tipici nelle mense e la promozione di studi e ricerche scientifiche interdisciplinari sugli effetti della dieta mediterranea».

da Il Resto del Carlino, venerdì 29 settembre 2017

#dietamediterranea #regionemarche #laboratoriopicenodelladietamediterranea #expomilano #internationalstudentcompetition

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GENTE DI CAMPO. Passione luppolo. Passione birra. Il birrificio Mukkeller

Birrificio familiare Mukkeller, birrificio artigianale. Recita così l’insegna coloratissima (ci sono le etichette delle birre prodotte e i disegni più fantasmagorici) sulla parete esterna dello stabilimento di Porto Sant’Elpidio, in via del Lavoro. Ci sono andato.

Stavolta non parlerò di gente di campo. Parlerò invece di prodotti che arrivano dall’agricoltura e di chi ci ha scommesso. Come Marco Raffaeli (45 anni). Mukkeller è lui. A scuola lo chiamavano bonariamente «mucca», probabilmente per la stazza. Keller è invece «uno stile di birra a bassa fermentazione, la cui caratteristica principale consiste nel fatto che il prodotto non viene filtrato». Mucca più birra e nasce Mukkeller. Un po’ tirato ma ci sta.

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Il titolare Marco Raffaeli

La passione per la birra porta Marco e suo fratello Fabio ad aprire nel 2010 l’impresa di produzione artigiana. Marco da giovanissimo ha fatto il calzaturiero, l’idraulico, poi per 15 anni ha condotto con la sua famiglia (il padre Marcello e la mamma Liliana) un bar di successo, il MaFaRaTe.

Ma lui è appassionato del luppolo. E qui torna il discorso sui prodotti dell’agricoltura. Il luppolo «è una pianta a fiore appartenente alla famiglia delle Cannabaceae: ordine delle Urticali» ed è «uno degli aromi fondamentali per la preparazione della birra, è quello che conferisce alla bevanda il tipico sapore amarognolo». Mukkeller ne sa parecchio.

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Così parte l’impresa. Marco si reca in Germania, esattamente a Heidelberg nel Baden-Württemberg. Ci arriva in moto, e continua a farlo anche oggi. Visita i produttori di luppolo, s’informa, prova. E acquista. Inizia la produzione. Gli altri ingredienti ci sono già tutti: l’acqua eccellente dei Monti sibillini, il malto, il lievito.

«Con il lievito ci parlo, ho un rapporto quotidiano» scherza, mentre sediamo nel suo punto accoglienza, in legno come un pub, con sgabelli alti e una fila interminabile delle birre dietro al bancone. Sono 50 etichette a rotazione, e tutte riprodotte: La Corva nera, Menz’ora, Hattori hanzo. Si passa dal dialetto di casa al giapponese.

E la vendita? «Stagione ottima, non abbiamo quasi più prodotto». Che vuol dire: apprezzamento.

Il primo birrificio nasce in un garage, «con lo scetticismo della mia famiglia. Non è che ci credessero molto. Ma io sempre ho realizzato birre a casa, specie pilsner american pale ale. Difficile fermarmi».

E così l’impresa s’è fatta strada. Oggi Mukkeller produce 120-130 ettolitri al mese. I clienti sono pub rinomati e pizzerie di qualità di molte parti d’Italia. A proposito di pub, Marco ne ha uno (ISANTI) a Porto Sant’Elpidio curato costantemente dal socio Paolo Cannoni.

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Nei giorni scorsi, Mukkeller è stato presente con i suoi prodotti in piazza del Popolo a Fermo, all’iniziativa Grano & Luppolo.

Ci salutiamo mentre lui si reca dinanzi ai bollitori. Occorre rimettersi subito al lavoro. Poi mi lascia con una citazione che ha imparato a memoria: « La birra è il miracolo della fermentazione quando il mosto si trasforma in qualcosa di ben caratterizzato e più strutturato». Un tempo si credeva negli spiriti.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Calino, venerdì 29 settembre 2017

#birra #luppolo #malto #mukkeller #destinazioneMarche

Libero Regno della Sibilla e Comunanze agrarie. Si apre il dibattito. Intervento del dr Lando Siliquini

Il Libero Regno della Sibilla, con i connaturati principi sociali della Comunanze Agrarie, potrebbe diventare più di una proposta provocatoria: un vero e proprio modello di recupero collettivo di caseggiati abbandonati e di terre incolte di quell’ambiente montano che rimane unico per salubrità, naturalità, vocazioni produttive, tradizioni, vivibilità a misura d’uomo.
Delle Comunanze Agrarie ho scritto in passato qualcosa che riporto per ampliare la discussione meritoriamente avviata da Adolfo Leoni:
“Le Comunanze Agrarie ultime vestigia dell’”età dell’oro”?
Ci spiega l’avvocato Walter Massucci che gli usi civici sono una sorta di diritto arcaico, anomalo, non inquadrabile nelle categorie dei diritti reali/personali pubblici/privati, non ereditato ma legato alla dimora.

Lando Siliquini

Il dr Siliquini, già sindaco di Montefortino, medico, scrittore, presidente del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea

Ripristinati ufficialmente nel medio evo dagli Imperatori per controbilanciare le proprietà e i poteri dei feudatari, sono così radicati nelle popolazioni della montagna da sfuggire alle leggi tese a regolamentarli ed estinguerli, e rappresentare la più viva testimonianza di una antica modalità di rapporto con l’ambiente e interpersonale.
Sono il primordiale diritto di essere al mondo, di godere in pace dei prodotti dei luoghi e della natura, di avere pari opportunità (diremmo oggi).
Quasi una forza normativa trascendente che richiama alla mente FIDES e FAS (Fiducia e Fato), le norme fideistiche che ritroviamo, con l’AGER PUBBLICUS, alla radice del diritto e della religione romana.
La Sibilla che Joyce Lussu vedeva depositaria del patrimonio socio culturale di popolazioni geneticamente predisposte alla socializzazione di massima equità, non ci appare più ipotesi solo romantica o ideologica ma felice intuizione nella indagine di fenomeni che hanno spontaneamente resistito all’usura del tempo per intrinseca vitalità.
Il pacifismo, la tolleranza, il senso del sociale come risultato di esperienze e di selezioni avvenute in tempi sconosciuti si rivelarono la carta vincente di quella civiltà medio italica che nella apertura e nell’aggregazione fecondò l’organismo sociale più complesso e duraturo della storia.
Del resto non fu la civiltà picena, prima ancora di quella romana, il risultato di un incontro multietnico in loco e di influssi mediati dagli scambi commerciali con le coste mediterranee e l’Europa danubiana?
Addirittura hanno dimostrato connaturate doti di auto modellamento, tanto che la strutturazione odierna delle Comunanze Agrarie è giunta a essere un mirabile equilibrio di socialismo, democrazia e federalismo!
Stesso retroterra hanno le “pievi” – le comunanze “plebee” (< populus) traenti sostentamento da proprietà “pubbliche” (< poplicus < populus) sfruttate in maniera paritaria – che passarono a indicare la comunità cristiana e il suo territorio per poi focalizzare la chiesa e l’annesso presbiterio con autorità sulle altre chiese del distretto. Tipiche dell’Italia centrale e settentrionale (secondo G.Forchielli, su “Scritti di storia del diritto ecclesiastico”, l’ordinamento plebano termina ai confini meridionali delle Marche e dell’Umbria), furono esportate anche in Corsica dove hanno rappresentato unità territoriali su base religiosa con funzione socio economica e vieppiù forte connotazione culturale, fino alla rivoluzione francese quando molte furono trasformate in suddivisioni amministrative, comprendenti diversi comuni, chiamate cantoni.”

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Il Libero Regno della Sibilla e le comunanze

Tre anni fa lanciai un’idea provocatoria: la creazione del Libero Regno della Sibilla. Sorrisi, battute, richieste di chiarimenti arrivarono da facebook. Provocazione, spiegai… ma mica tanto.

Dagli anni Ottanta seguo un filone socio-politico particolare: il comunitarismo. Ne parlava Alasdair MacIntyre, filosofo-sociologo scozzese, seguace di Aristotele e san Tommaso.

Comunità da ricostituire o costruire dinanzi alla liquidità del mondo, la sua tesi.

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Resta un cartello sbiadito che indica la Comunanza agraria di Rubbiano di Montefortino

Un libro recentissimo di Maurizio Molinari, “Il ritorno delle tribù”, riprende, anche se con accezioni negative, lo stesso tema. Siamo in una fase di dissoluzione degli stati nazionali, la maggior parte dei quali disegnati geometricamente dai vincitori alla fine della Prima e Seconda guerra mondiale, senza tener conto della storia delle terre. Azione che ha creato le premesse, specie in Medio Oriente, per le deflagrazioni odierne, e la dissoluzione delle entità maggiori, come l’Europa (la Brexit degli inglesi, ma anche quella possibile della Catalogna dalla Spagna). Molinari paventa la rinascita dei gruppi, delle micro-patrie, delle tribù appunto.

La debolezza culturale odierna è quella di un pensiero che dà istituzioni e modelli per scontati una volta per sempre. Eppure, il domani potrebbe delinearsi del tutto diverso dall’oggi.

Ci riflettevo ascoltando la relazione che Nelson Gentili, funzionario della Comunità dei Monti Sibillini, ha svolto domenica 17 settembre in occasione delle manifestazioni del FAI a Montefortino.

Il suo tema era le Comunanze agrarie. Un modello di gestione del territorio che viene dal profondo della storia. Gruppi di persone che si misero insieme dando vita ad antiche società comunitarie per gestire, specie in montagna, proprietà collettive, come il bosco ad esempio.

Nelson Gentili, rifacendosi alla famosa inchiesta Jacini svolta a cavallo del 1800, ha ricordato che, specie le Marche, avevano questo modello originale.

In quella che oggi è la Comunità dei Sibillini insistevano quasi una novantina di Comunanze agrarie di cui 25 ad Amandola, 23 a Montemonaco, 27 a Montefortino. Attualmente, dinanzi al problema del nuovo centralismo regionale e statale, e della cultura individualista che, da un lato ha portato a dimenticare un suo proprio modello comunitario, e dall’altro a delegare in bianco alle istituzioni pubbliche le diverse gestioni, di Comunanze ne restano poche e anche poco incisive: 7 a Montefortino, 11 a Montemonaco, 4 ad Amandola,

L’ultimo colpo è arrivato dal Decreto del Presidente della Giunta regionale che nel 1987 ha sciolto le altre per mancanza dei comitati di amministrazione.

Ugo Bellesi ricordava un anno fa che «Dopo l’annessione delle Marche al Regno d’Italia, nella nostra regione c’erano 350 comunanze distribuite in 17 comuni».

Grande sostenitrice, e forse utopista, di questo modello arcaico e autarchico, è stata Joyce Lussu che ne parlò anche in riferimento alla Sibilla e al matriarcato.

Ma le comunanze furono anche il primo seme di autonomia locale nel passaggio dal Feudalesimo al Comune, come ci ricorda Teresa Romani Adami.

È il tema dunque della libertà e della sua difesa. Chissà che non possa essere un nuovo modello di civiltà?

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 24 settembre 2017

#comunanzeagrarie #comunitadeisibillini #destinazionemarche

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. L’arte di Ettore Foschi. Il ferro senza segreti. La montagna che ispira

Lo chiamo «maestro» e lui si schermisce: «Ma no, ma no». Eppure, maestro lo è sul serio. Non per titolo accademico ma per capacità effettiva. Maestro, dunque, sì sì. Perché capace di rendere un filo di ferro un’opera artistica.

Incontro Ettore Foschi nella “Bottega d’arte”, appendice della stupenda Pinacoteca Duranti di Montefortino. Un locale che il sindaco Ciaffaroni gli ha concesso per l’esposizione delle sue creazioni.

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Alcune opere del maestro Foschi

86 anni portati egregiamente. Intelligenza, lucidità, arguzia. Voglia di presente e di futuro. Potrebbe essere il più valido testimonial della longevità attiva.

Si appoggia a un bastone con la mano sinistra, e con l’indice della destra mi fa penetrare le sue realizzazioni: L’albero dei nidi di picchio, La Sibilla con le ancelle dai piedi di capra, Il Guerin Meschino che si nega alla Sibilla, I Mostri trasformati (dalle tregende del venerdì notte), Cecco d’Ascoli, Il Cavaliere Tannhauser, L’Aratro del Dio Pan amante delle ninfe, dei pozzi, delle greggi e della dea Selene, La Divina Feronia, Il Lanciatore di luna… Il Pozzo dei desideri. Potrei continuare a lungo.

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Ettore Foschi dinanzi ad alcuni quadri di Enrico Giannini

Ci sediamo su due sgabelli bassi. Arriva gente per la visita. La dolcissima signora Olga (moglie di Ettore) fa gli onori di casa e guida le comitive alla scoperta dei lavori.

Stefano Papetti lo ha ribattezzato «Vulcano» perché «compone le sue sculture assemblando elementi di ferro di recupero e realizzando delle opere di grande impatto nelle quali la forma, più che essere imposta dalla volontà dello scultore, sembra nascere spontaneamente».

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Il maestro sulla porta della Bottega d’Arte annessa alla Pinacoteca di Montefortino

Maestro Ettore ha amato le montagne, le ha percorse, ne ha subito il fascino e le ha raccontate a  modo suo. Per il nostro godimento.

Un’immagine sbalzata di padre Pietro (il cappuccino muratore di Dio che riedificò il monastero-convento di San Leonardo) è l’ultimo pezzo in esposizione. Ha le mani callose, padre Pietro, e la croce assomiglia ad un martello. Ed è un martello.

La grande croce sul campanile dell’edificio rinato sul fianco della montagna  Priora fu realizzata proprio da Foschi usando un vecchio tirante dell’ENEL abbandonato. Terminata, la trasportò a spalla avvolta in un sacco di tela, aiutato per un tratto da due giovani escursionisti.

Il maestro-vulcano ha avuto  una iniziazione.

Scolari delle Elementari, lui e il suo gemello, entrambi molto vivaci, nei periodi di vacanza la madre, per distrarli dalla strada, li spediva a «bottega da un fabbro amico, dal quale imparavamo sì parolacce, ma non solo: imparavamo come si trattava il ferro, sia a caldo che a freddo, e giravamo la manovella della fucina ardente per ore». Il ferro da plasmare, da ricomporre, traendone l’intrinseco spirito.

L’esistenza di maestro Ettore era già segnata. Buon lavoro, Maestro. Abbiamo bisogno della sua arte.

La Scheda:

Ettore Foschi è nato a Faenza il 2 aprile del 1931. Terminata la guerra, ha seguito numerosi corsi serali. Ha lavorato a lungo come tecnico di centrali telefoniche.

Da piccolo, dopo le esperienze nella fucina di un fabbro amico, costruiva in ferro soldatini per i suoi compagni di classe.

Dopo Ancona e Napoli, s’è stabilito prima a Montefortino, oggi ad Amandola.

I suoi lavori artistici «cercano sempre il movimento» come nelle opere Il Ciclista e Omaggio a Darwin.

Alcune sue composizioni tradiscono una intensa ricerca di conoscenza.

È stato anche corrispondente di quotidiani, come la Voce Adriatica e un giornale di Napoli da cui si separò dopo la manomissione di un suo articolo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 23 settembre 2017

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