CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Monte Urano. La Casa – Museo di Arnoldo Anibaldi

Il Cammino di oggi è in una Casa-Museo. Unica. Luogo dove la quotidianità incontra una memoria viva. Quella di un artista, Arnoldo Anibaldi.

Monte Urano, raccontato nel bene e nel male solo per le calzature, sfugge allo sguardo dei più su architettura e arte. Eppure…

È sera. Entro nella piazza superiore da un vicolo che costeggia la chiesa di San Michele arcangelo. Ci misero le mani Giovanni Battista Carducci e Giuseppe Sacconi.

L’indicazione di Nanda è a superare la porta medievale sottostante l’orologio. Sono nell’antico incasato. A destra, una piazzetta quadrata con fondale un palazzetto illuminato.

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A sx la signora Lidia, moglie dell’artista, accanto Nanda Anibaldi, sorella

È la Casa-Museo di Arnoldo Anibaldi, ovvero della sua famiglia.

Nanda è la sorella, insegnante, e poetessa da sempre. Lidia Capaldi è sua moglie, e l’anima di questo luogo.

Mi attendono. Racconteranno la storia di un uomo il cui spirito aleggia in ogni sala che visito.

Un cammino, perché ogni stanza ha alle pareti, sui tavoli e divani qualcosa di Arnoldo. Arnoldo lo scultore (ma anche molto pittore), più conosciuto a Barcellona o in Germania o a Firenze, che da noi. «Nessuno è profeta in patria».

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La comitiva, che si arricchisce di una studiosa d’arte, inizia la scoperta. A sinistra lo studio. Nudi di donna alle pareti, bozzetti. E poi, le chitarre che suonava, i libri che consultava, e le sculture di gatti (Arnoldo è morto il 24 giugno del 2016 e anche sulla sua tomba c’è un gatto). «Una scelta per le rotondità» spiegano sorella e moglie. Aggiungerei la preferenza per il carattere del felino: libero, domestico ma mai addomesticato. Forse, come fu Arnoldo a fine anni ’60 quando frequentava le Case del Popolo di Firenze, dove incontrava comunisti, anarchici, indipendentisti ascoltando le canzoni di protesta di Rosa Balistreri.

Si entra in cucina. Qui Lidia prepara i cibi e, sollevando lo sguardo, incontra il suo uomo. Ci sono quadri di animali e di alberi, «richiami arcaici» spiega Nanda. Sopra il divano un grande quadro che sembra una tauromachia e un murales. Arnoldo ne fece uno per Monte Urano, alla Porta del Sole, Contro il terrore, contro il terrorismo, contro la violenza.. Non esiste più, il murales, la violenza sì.

Nel salotto, sul tavolo basso, tanti pesci, anche qui forme rotonde, e sul cavalletto un’aquila sbalzata in bronzo (?). Si sale. Le pareti delle scale sono coperte di quadri, tra cui bozzetti realizzati con la biro e un grande Cristo su rame.

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C’è un lavoro, tra gli ultimi, a quattro mani. Lui: Arnoldo; lei: Viola, sua nipote, figlia di Barbara.

Nel salotto, al primo piano, tornano le sculture di pesci, i quadri con le scene di caccia e tre immagini di cappelli visti dall’alto.

Nella camera di Barbara, la testata è un collage «insieme di giochini». In quella di Lidia (la camera degli sposi), c’è un’onda enorme e nudi.

Al terzo e ultimo piano, risalta, tra immagini di eros e amori, un carboncino su tela, opera realizzata al primo anno di Accademia «per dimostrare al padre che non perdeva tempo e che il richiesto viaggio in Sardegna non era bighellonare».

Correnti? Difficile inquadrare Arnoldo. Libero come un felino. E tra i «Migliori Cento scultori al mondo».

E la casa-museo? «Da respirare, da toccare, da viverci dentro». Versi di Nanda.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 12 novembre 2017

#ArnoldoAnibaldi #Musei #Monteurano #Artisti #eros

 

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