Amandola. Il racconto degli artigiani. Patrimonio da rilanciare

Ivo Ortolani dice: «Sono disponibile ad insegnare quel che conosco dell’ebanisteria». Pierpaolo Bracci è pronto ad aprire la sua bottega ai bambini e ai ragazzi delle scuole. Giannino Galloppa non si tirerà indietro nel dare una mano.

È la riscossa o, almeno un tentativo, di resistenza e rilancio dell’artigianato legato al legno. Legato alla natura, ai borghi, alla montagna.

Tre artigiani di età diverse ne hanno discusso domenica scorsa ad Amandola. La sala dell’incontro s’è riempita come non accadeva da tempo. Anche la platea ha partecipato con domande, riflessioni, proposte. Presente il sindaco Adolfo Marinangeli.

Ortolani Ivo
L’ebanista Ivo Ortolani, suo nipote, e la rappresentante del FAI Rossella Falzetta

L’iniziativa dal titolo “Ebanisteria: arte e artigianato. Storie a confronto”, promossa dalla delegazione FAI del Fermano per l’occasione rappresentata dall’avvocato Rossella Falzetta, tra l’altro promotrice dell’idea, ha visto tre esponenti della scuola amandolese confrontarsi su stili, tecniche e storia, intervistati dal giornalista e nostro collaboratore Adolfo Leoni.

L’incontro non poteva che essere ad Amandola, città per secoli capitale degli ebanisti e del restauro.

Leoni ha aperto il confronto con due precisazioni, una delle quali tratta dalla ricerca dell’IRES (Istituto di ricerche economico-sociali).

«La grande tradizione artigianale italiana non è affatto destinata a scomparire: anzi, nei prossimi anni aumenteranno le richieste di professionalità basate su competenze umane che le macchine non possono rimpiazzare: manualità, ingegno e creatività. Recenti studi sulle tendenze dell’occupazione nei paesi ad alto reddito concordano nell’affermare che l’artigianato e tutti i lavori basati sul “saper fare con le mani” saranno tra le professioni più ricercate nei prossimi 10 anni».

Giannino e Pierpaolo
Al centro Giannino Galloppa, ebanista, a dx Pierpaolo Bracci, restauratore

La seconda ha riguardato una celebre frase dello scrittore francese Charles Peguy: «Un tempo gli operai non erano servi… Coltivavano  un onore, assoluto, come si addice ad un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta… Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura… E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezioni delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle Cattedrali».

Due argomenti che hanno coinvolto i presenti: l’artigianato non è morto, anzi, sarà una prospettiva di lavoro per i giovani; l’artigianato contiene valori alti che possono irradiare di nuovo la società.

Nonostante alcuni cenni, scorati, sull’irreversibilità del sistema attuale, sul consumismo e caduta del concetto del “bello”, l’incontro ha raggiunto alcuni risultati: ha riacceso un dibattito su un tema di prima importanza, ha visto coagularsi un gruppo di persone, ha lanciato alcune possibili piste da seguire

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, 16 novembre 2017

#artigiani #FAI #Sibillini #Legno #Amandola

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