Voci dalla Prima Repubblica. Il nobile politico: Fabrizio Emiliani

Il Palazzo lungo corso Cefalonia è antico. Il signore che viene ad aprirmi è un gentiluomo d’antico pelo. Sullo specchio della porta, una sfilza di nomi d’avvocati. Lui ne è il patron e il maestro. Fabrizio Emiliani, 86 anni, un personaggio da sempre. Tre volte sindaco di Fermo, nel 1977, 1981, 1990, e trent’anni in consiglio comunale. Ha costruito un pezzo di storia della città. Da assessore alla cultura, ha sostenuto la Lirica al Teatro dell’Aquila. Attendeva il pubblico sulla porta del foyer, con un baciamano alle signore. Un gesto aristocratico, d’altronde proviene dalla schiatta dei Brunforte che fuggirono a Bologna e tornarono emiliani. Eppure è repubblicano da sempre. Nel giorno del Referendum Monarchia/Repubblica (2 giugno 1946), diffondeva volantini dinanzi ad uno dei seggi, a Sacri Cuori. Alle donne soprattutto, che per la prima volta esprimevano il proprio voto, consegnava un foglietto con la scritta: Vota la Donna e non la Corona.

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L’avvocato Fabrizio Emiliani

Antifascista per clima culturale e contaminazione dal padre Piero, che era spirito vivace, volontario nella prima guerra mondiale, medaglia di bronzo, arrestato dai Fascisti nel 1943, componente il CLN locale, aderente prima al Partito d’Azione poi ai Repubblicani.

Fabrizio Emiliani ha avuto anche una vena anticlericale che gli proveniva dal nonno materno, Arturo Ciotti, membro del Grande Oriente d’Italia.

La passione politica dell’avvocato Emiliani nasce già da studente al liceo classico Annibal Caro. La sua lista laica prevale su quella cattolica (dove c’erano personaggi come Walter Tulli).

«Candidato, pur sapendo di non farcela mai, – scherza – in cento elezioni politiche nazionali» ha tenuto strani comizi nelle piazze: a Pedaso c’era una sola persona ad ascoltarlo, a Sarnano, dieci in tutto. Poi, la passione per la sua città. Torna il discorso della Provincia di Fermo.

Sono gli anni Ottanta primi Novanta. «Non avevamo alcuna speranza di ottenerla. Ce la mettemmo tutta. Scrivemmo la delibera comunale, l’approvammo, la portammo in giro negli altri 39 comuni, parlammo e convincemmo i sindaci. Facemmo capire che senza la Provincia il territorio non sarebbe sviluppato». Ricorda Abramo Mori che si spese molto e molto è stato dimenticato.

È ancora un leone, l’avvocato Fabrizio. D’altronde è stato un combattivo velista. E poi l’impegno per l’Università a Fermo, i Beni Culturali, la Cavalcata dell’Assunta da far rinascere, i consigli comunali con personaggi incredibili: Santarelli, Benedetti, Bonaiuto, Agnozzi, Giostra, Zama…

Ed oggi? Le due città che ama e dove vive, Fermo (per otto mesi), Porto San Giorgio (per quattro), gli sembrano senza un’anima. «Cosa vogliono essere?». «Non bastano – riferendosi a Fermo – le iniziative spot in piazza del Popolo, quelle può organizzarle la Pro Loco. Occorre uno sguardo lungimirante. E Porto San Giorgio? Che tipo di turismo vuole?». Gli mancano i partiti, quelli cancellati negli anni 1992-1994 (era Tangentopoli). «Allora, si discuteva, ci si preparava ai consigli comunali, si immaginava il futuro della città». Fa un esempio: il PRI affidò all’arch. Zani un progetto per un rapporto più stretto con Civitanova Marche.

«C’è troppo silenzio oggi, troppo rilassamento, il territorio si sta spegnendo. Fermo dovrebbe essere vero capoluogo di provincia».

Suona la carica agli amministratori odierni. Chiede di ricostruire un  rapporto con le altre 39 amministrazioni. Propone una serie di incontri per pensare insieme al futuro.

Su un ripiano della libreria c’è la foto del’arcivescovo Gennaro Franceschetti. Emiliani lo ha avversato ai tempi del “Ratto di Santa Lucia” (le tavolette di Jacobello del Fiore). Lo ha stimato in seguito. E dopo 30 anni, per altri versi, è tornato alla chiesa cattolica. Un pellegrinaggio l’ha convertito. Verso San Pietro, in compagnia.

«Guardo avanti. Sono contento. Non ho paura della morte».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 22 novembre 2017.

#PrimaRepubblica #PRI #Massoneria

 

 

 

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