VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. La Dc secondo Carlo Labbrozzi

Se cerca nei cassetti di casa, ritrova le chiavi della sede della Democrazia cristiana di Fermo, a palazzo Bernetti.

È stato l’ultimo ad averle, prima dello scioglimento del partito dopo la marea nazionale di Mani Pulite.

Lui è Carlo Labbrozzi, democristiano da sempre. O, meglio, da sedici anni in su tesserato, prima al Giovanile, poi, a diciotto, alla Dc.

L’impegno nella formazione cattolica lo ha respirato in famiglia, a Pesaro. Il padre Edmondo era docente all’Università di Urbino, amico di Carlo Bo, unici due insegnanti democristiani. Il nonno di Carlo, Felice, insegnante, nel 1935 era stato cacciato da scuola perché s’era rifiutato tesserarsi al Partito Nazionale Fascista. Una storia dunque di antifascismo e di moderazione.

bdr
L’ex consigliere comunale Carlo Labbrozzi

A 16 anni, Carlo frequentava l’ITI Montani di Fermo. Siamo nei secondi anni ’70. All’ITI la sinistra era molto forte, presente anche la destra. Lui però optava per il centro entrando nel movimento giovanile presieduto da Pierferdinando Casini.

«Schierarsi era d’obbligo. Il mondo era diviso in due blocchi: URSS e USA. La  mia scuola era molto politicizzata e gli scontri non erano solo a ceffoni…».

Labbrozzi ricorda i leaders di allora, li ha conosciuti personalmente: il ministro Colombo, già Presidente del Consiglio, che inaugurò la sede di Palazzo Bernetti, il sottosegretario Gualtiero Nepi, il presidente della Dc Arnaldo Forlani, l’onorevole De Cocci.

La tessera gliela diedero l’avvocato Agnozzi, già sindaco della città, e il dr Strappa

«Nella Dc cittadina operavano personaggi  come Tulli, primo presidente della Regione Marche, e poi Bonifazi, Volponi, Macchini, Andrenacci, Zama (su altre sponde ci furono sindaci come Giostra, De Minicis, Petrelli). Ognuno aveva una sua competenza: cultura, sanità, urbanistica, istruzione. Il partito era un luogo di incontro».

Labbrozzi evoca un mondo politico scomparso. «Nelle sedi si discuteva anche animatamente. Fermo aveva circa mille iscritti alla Dc, 300 partecipavano attivamente alle assemblee tematiche: piano regolatore, sviluppo della città». Oggi è inimmaginabile.

«Se la Dc era strutturata, il PCI – spiega Labbrozzi – lo era ancora di più». Giovane consigliere comunale a cavallo degli anni Novanta, il sig. Carlo ricorda dell’assise «l’eleganza del linguaggio, mai sopra le righe, le argomentazioni alte, gli approfondimenti. Le delibere da approvare arrivavano 15 giorni prima del consiglio. Le studiavamo, le confrontavamo, chiedevamo consigli. Avevamo un punto d’onore:  portare a termine le opere». Esempio? «La metanizzazione della città con la gestione diretta fu una scelta saggia; l’acquisto di Villa Vitali accrebbe il patrimonio comunale; la ristrutturazione del teatro dell’Aquila fu importantissima; e poi la realizzazione della pista di atletica, la formazione della STEAT, la battaglia per l’autonomia della provincia».

Per Labbrozzi, i partiti davano unità al territorio essendo sovra-comunali. Le liste civiche invece rispondo ad interessi troppo locali.«Oggi Fermo sembra aver perso il suo ruolo di riferimento». Ma non è solo questo. Anche le rappresentanze politiche in regione e a Roma appaiono staccate dal territorio, «prima ascoltavano, operavano, e davano risposte».

Labbrozzi ha lavorato all’ENI. Continua ad essere innamorato di Enrico Mattei. Su di lui scrisse, a 30 anni dalla morte, un paginone pubblicato dal quotidiano Il Popolo, «Dalla sfida alle “sette sorelle” agli accordi che resero l’ENI colosso internazionale».

Conveniamo che se fossero ancora viventi Mattei e Adreotti il caos Medio-Orientale non ci sarebbe stato.

Poi arrivò Tangentopoli e i cinque partiti Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli furono liquidati. Il filoso Fusaro ha detto recentemente che Mani pulite fu un colpo di stato. Labbrozzi commenta: «Non erano tutti santi, neppure tutte canaglie come fu scritto».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 13 dicembre 2017

#DemocraziaCristiana #EnricoMattei #ENI #Fermo

 

 

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