IL RACCONTO DI NATALE. Il presepe e la statuina. Prima Puntata

Lucrezio guardava i grattacieli vicino alla stazione Garibaldi.

Era seduto su una comoda panchina di granito. Stava ammirando la doppia torre verdeggiante che svetta sui Giardini di Porta Nuova.

Quella zona di Milano lo intrigava. Spesso ci veniva di notte, dopo i concerti, perché quel luogo sembrava illuminarsi di tanti minuscoli punti luce. Come fossero le lucciole della sua campagna che, quasi dimenticata, gli tornava alla mente d’improvviso.

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Amava la città, Lucrezio, il movimento continuo, la frenesia, il caos, l’insonnia perenne. Ne riceveva la scossa giusta, quell’adrenalina per vivere… o, forse, solo per tirare avanti.

Era stato recentemente a Berlino, in precedenza a Parigi e a New York. Girava il mondo quando poteva, attratto dal nuovo, dal futuristico, dall’intelligenza umana.

Accanto, aveva depositata a terra la custodia del sax. Era il suo tesoro: un selmer di ultima generazione. Il suo presente e, sicuramente, il suo futuro.

Si considerava un buon musicista. A Milano aveva trovato facile lavoro. Con gli Exodus, il gruppo del momento, si era esibito a La Buca, al Bonaventura, al Masada e in tanti altri locali dove ancora si ascoltava un buon jazz, e quella musica la si amava veramente.

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«Lucrezio!», che cazzo di nome. Ci pensava spesso quando stringeva nuove mani da presentazione. Lui lo accorciava in Luzo, con la zeta tirata e quasi doppia. Quando poi, richiesto dell’origine – le più curiose erano le donne -, doveva ammettere che suo padre, latinista incallito e un po’ distratto, gliel’aveva appioppato senza chiedergli neanche… il permesso. Fortuna che non avesse aggiunto anche Tito Caio. Era la sua battuta d’alleggerimento.

Luzo, dunque, anche per i compagni di scuola. Una necessità!

Quelli della quinta elementare lo avevano deriso al momento dell’appello, quando il nome era stato pronunciato per intero. Ma che razza di nome è mai questo?

Alle Medie, anche se non da subito, era andata meglio. Non tanto per il diminutivo camuffante, quando per la sua indubbia capacità musicale: dal flauto dolce alla tastiera sino al sax. Si restava incantati dal suo talento. E questo induceva al rispetto.

Luzo guardò l’orologio. Il Frecciarossa sarebbe partito tra venti minuti. Tre ore per tornare al suo paese, nel centro Italia, sbrogliare quell’incresciosa pratica dal notaio e riprendere il treno per raggiungere Carla, a Firenze. Carla, architetta e paesaggista.

Avevano programmato le vacanze di Natale in Madagascar. Al sole, al caldo, sotto il cielo azzurro. Due settimane lontani dall’usuale.

Tra le opzioni era emerso anche Capo Verde. Ma il Madagascar aveva prevalso. In effetti, a prevalere era stata Carla. Come spesso capitava. Lui lasciava fare. Meno rogne, alla fine dei conti.

Ora ci ripensava e sorrideva. Carla era bella: alta, capelli lunghi, ovale perfetto, occhi color cioccolato. Nessun impegno tra loro. Era la sua donna e non lo era. Un rapporto liquido, come andava di moda.

Si piacevano, si prendevano, facevano l’amore, erano compagni quando ce n’era bisogno. Poi, ognun per sé, per le sue cose, per i suoi obiettivi. Con i propri segreti. (continua…)

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì, 21 dicembre 2017

#Natale #Sax #Selmer #Milano #Presepe

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