IL RACCONTO DI NATALE. Seconda puntata. Il ritorno di Luzo.

Venendo giù in treno, Luzo guardava il paesaggio. Aveva spento cellulare e tablet. I paesi erano già addobbati: Natale tra qualche giorno. Illuminazione e aria di festa dappertutto, ma anche i primi auguri su whatsapp.

Questi gli davano proprio fastidio, e per la modalità neutra d’invio, e per il contenuto dolciastro e un poco ipocrita. A Luzo non piaceva quella ricorrenza divenuta folclore, pia leggenda, minorità sciocca, fantasia ben confezionata senza più contenuto. Gli veniva da pensare al titolo del film: Sotto il vestito, niente!

Natale? Boh!

pal

Arrivato a Porto San Giorgio, chiamò l’unico tassista presente dinanzi alla stazione. Chiese di condurlo nell’entroterra, in quel paese dove era nato e da cui era fuggito.

Arrivato, sbrigò rapidamente le pratiche notarili: la lettura di alcuni documenti, qualche firma, un conto corrente bancario da svuotare. E via di nuovo. Voleva ripartire immediatamente, senza neppure riposarsi – e poi dove? – o mangiare giusto un panino e bere una birra.

Passò dinanzi alla sua vecchia casa. Non c’era più alcuno che l’abitasse. Imposte chiuse e polverose, e porta sbarrata.

In strada nessuno lo riconosceva. Venti anni fuori non erano passati invano.

Camminò quasi automaticamente verso la parte più alta del paese. Il palazzo era sempre lì, al centro della scena, vicino al grande teatro, con il giardino pubblico di fronte all’ingresso, e i sedili di pietra bianca poggianti su basi modellate a forma di leone. L’avevano ristrutturato. Forse per il terremoto. Era molto più bello. Più bello di un tempo.

Gli venne spontaneo di guardare in alto. Verso l’ultima finestra a sinistra, quella del secondo piano. Sembrava ci fosse una debole fiammella dietro al vetro.

Chissà se Vincenzo…

Vincenzo aveva 60 anni quando lui ne aveva appena dieci. Ora ne avrebbe avuti 80.

Chissà se Vincenzo…

Massì. Il portone di pesante quercia era aperto. Vi si infilò. Sul fondo s’apriva la porta dai vetri istoriati, che dava sul giardino… quante volte ci aveva giocato con Bianca, la proprietaria.

Fece il primo tratto di scale, coprì il secondo e il terzo così rapidamente che il cuore gli batteva come ad un esame di conservatorio.

La porticina del laboratorio era aperta.

Lo  vide da lontano. Era invecchiato tanto, ed era chino su un tavolino basso. Stava modellando terracotta, aveva accanto dei minuscoli pennelli e sopra la testa, in una sorta di bancone più grande e allungato, sostava un grande presepe ancora da finire.

«Vincenzo», chiamò sottovoce Luzo.

«Vincenzo», ripeté un tantino più forte. «Sei tu?».

Il vecchio alzò la testa da quella posa quasi rannicchiata. La barba era candida e lunga, ora portava occhiali rotondi, le rughe sembravano la carta geografica della sua vita.

Indossava un grembiule verde/marrone reso gaio solo da un tripudio di macchie colorate.

«Ciao, Lucrezio, ti ho aspettato ogni Natale». Disse così, con un filo di voce stanca, alzando di poco il capo, accennando un timido sorriso.

In mano teneva una statuetta. L’ultima fatica di quei giorni.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 22 dicembre 2017

#Presepe #Natale #Artigiani

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