IL RACCONTO DI NATALE. Terza puntata. Il Bambinello di Vincenzo

Dodici centimetri, valutò Luzo, che aveva sempre il vezzo di ridurre ogni cosa a misura, a proporzione.

Vincenzo c’era ancora, dunque. Come vent’anni prima. Come sempre prima. Come quando Luzo andava a trovarlo dando la mano a suo padre o presentandosi da solo.

Quelle visite iniziavano ad ottobre, in vista del presepe casalingo. Si intensificavano con la fine di quel mese e gli inizi del successivo e del successivo ancora. Ogni anno, per tutti gli anni di vita in paese.

Presepe

Vincenzo faceva quello di mestiere: costruiva statuine di terracotta: la lavandaia, i pastori, il gregge, gli angeli, il bue, l’asino, Giuseppe, Maria, il Bambino Gesù. Quest’ultimo lo baciava sempre prima di posarlo nella mangiatoia. Un gesto che a Luzo era rimasto impresso.

Prima realizzava le forme, poi procedeva alla cottura, quindi alla pittura, poi l’ingresso ufficiale tra i personaggi di una storia che Luzo aveva voluto invece scordare.

Si guardarono senza nulla chiedersi. Un silenzio denso, pieno di racconti parlava per loro. Vincenzo era stato il confidente, l’amico, il consigliere e il maestro del piccolo Lucrezio. Quanti dialoghi, quante domande, quante risposte. Quanta apertura alla vita. Luzo si rivedeva seduto su quel piccolo e instabile sgabello a tre gambe. Attratto, a bocca aperta. C’era stato un momento in cui aveva deciso che avrebbe fatto lo stesso mestiere: il costruttore di statuine di natale.

In passato, quel mestiere era stato un lavoro vero e proprio, che funzionava pure economicamente: la gente le chiedeva, le portava a benedire, ne conosceva i significati profondi, le postava con rispetto nel presepe.

Poi a Vincenzo era rimasta solo la passione: nessuno acquistava più quei lavori. Non se ne capiva il valore artistico, tanto meno quello religioso.

Eppure, l’anziano aveva continuato, sicuramente per passione, ma ormai anche per ingannare il tempo, o forse per fermarlo, o tornare indietro, o vivere un’altra dimensione. La sua, quella che aveva amato di più.

In quel continuare a fare, c’era sicuramente anche la bellezza e la volontà di non perdere la grande capacità dell’uso delle mani.

Vincenzo non si muoveva mai dal palazzo. Accadeva ieri, facile immaginare che accadesse ancor di più oggi.

In quell’edificio grande e silenzioso, specie in quella stanza, era come se vi si fosse rintanato, seppellito, o ne fosse stato imprigionato da una qualche sorte.

Mai saputo avesse avuto una famiglia.

Da piccolo, Luzo pensava che Vincenzo fosse come il Gobbo di Notre-Dame: sulla torre, della torre, per la torre.

Chiuso in quella specie di antro-laboratorio, negli spazi più bassi del palazzo gentilizio, continuava, non un mestiere, ma la trasmissione di un sapere quasi iniziatico.

Di presepi se ne facevano ancora, ma di plastica, erba sintetica, con scene già costruite e volti di statuine sciocche e inconsapevoli. Come d’altronde i proprietari che li acquistavano al supermercato.

Vincenzo prese lo zampognaro che stava ultimando con piccoli tocchi di pennello: lo dipingeva di rosso e marrone. A dire il vero, li prese tutti e due: lo zampognaro vecchio e quello  giovane. Uno per mano.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 23 dicembre 2017

#Natale #GesùBambino #Presepe

 

 

 

 

 

 

 

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