Racconto di Natale. Quarta ed ultima puntata. La nuova musica di Luzo

«Tu credi che questo sia solo un suonatore casuale, anzi, solo due semplici zampognari, vero? E invece no: costoro sono la voce della vita che cerca se stessa, la propria pienezza. Di quella vita che coglie l’essenza della festa, e la tramuta in note, nella sera più vertiginosa di ogni tempo. E sai perché? Perché un piccolo e povero re è entrato nel mondo per cambiarlo, cambiando noi per primi, toccandoci il cuore».

Fece una pausa, poi ripeté: «Un piccolo re, un povero re che entra in questa terra per cambiarla… per farci diversi. Per renderci felici. Io credo che tu possa sentire quelle note… quella festa. Quell’inizio di felicità. Il resto è molto meno…».

zam

Il termine «felicità» lo calcò.

Felicità: parola grossa, parola impegnativa!  Problema non più affrontato. Ma forse, sotto sotto, Luzo ne avvertiva la mancanza come da ragazzino. Ne sentiva il bisogno. Ne captava un’eco. Ancora oggi.

Rimase zitto. Preferiva ascoltare. Era un secolo che non lo faceva più. Anche quando suonava, suonava solo per sé, senza vedere, udire gli altri.

«Le loro musiche partono da cuori felici, dissetati, sono musiche che anticipano e raccontano un mondo diverso. Più umano». Furono le ultime parole di Vincenzo.

Gli porse un solo zampognaro. Non disse nient’altro. Insistette invece con il gesto della mano.

Luzo lo prese che era ancora fresco di vernice. Si macchiò di rosso le dita e il palmo.

Vincenzo s’era di nuovo rannicchiato sul suo lavoro di questo e di chissà quanti altri natali.

«Grazie!» gli mormorò Luzo, che già due grosse lacrime gli solcavano le guance.

Discese lo scalone molto lentamente. Meditando, ripensando a quelle parole.

In mano, stringeva la statuina. Ad ogni gradino si ripeteva la frase di Vincenzo: «Le loro musiche partono da cuori felici, dissetati, e augurano felicità ad ognuno». Ma dove, ma come?

Si sentiva strano, leggero: un altro. Si sentiva piccolo e grande. Il bambino di allora e l’adulto di oggi.

Poggiò la custodia del sax a terra, l’aprì. Tirò fuori il suo selmer. Mise la tracolla, lo imbracciò.

Era solo, era notte: le case illuminate, la gente a cena, la torre vestita a nuovo.

Non aveva spartiti. Non aveva leggio. Non aveva pubblico. Aveva un più di se stesso, però. Qualcosa che gli si stava sghiacciando dentro.

Dal profondo gli emerse una melodia. Antica e nuova. La tramutò in note dolci che s’alzarono favorite da un vento leggero.

Quasi una preghiera. Di un cuore toccato da un barlume di felicità.

Carla, il Madagascar, le vacanze, il Natale.

Ora tutto sembrava avere uno spessore diverso.

Più saldo. Più vero.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 24 dicembre 2017

#Natale #Sassofono #Selmer #Presepe

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑