VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Medico e sindaco. Il personaggio di oggi è il dr Domenico Strappa

Gli davo ottant’anni. Ne ha 97. Gagliardi e lucidi.

Sediamo nel tinello di casa sua, a Fermo. Ultimi bagliori di sole dalla porta finestra che guarda l’ex Centro Studi Polizia di Stato. Si apre il file dei ricordi.

Domenico Strappa è stato medico e anche sindaco. Primo cittadino di Montegranaro. 1952. Lui è fresco di laurea. Lo conoscono. Lo stimano. Lo quasi costringono a candidarsi. La lista è quella della Democrazia cristiana. Occorre voler bene la propria città per impegnarsi bene in politica. Lui vuole bene a Montegranaro. Accetta. La campagna elettorale è scandita anche a ritmo di jazz. Il dr Strappa predilige quel genere musicale. Ma neppure gli manca l’appoggio della politica alta. A sostenerlo arriva il futuro presidente del consiglio Fernando Tambroni. Sono gli anni dello scontro duro con i comunisti. Tanto duro che qualche tempo prima qualcuno gli lancia una bomba in quella che crede la sua camera da letto. Sbagliano stanza. Nessun ferito. La comunità locale reagisce con veemenza. Articoli, manifesti, volantini in segno di solidarietà a Strappa.

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Il dr Domenico Strappa

Da sindaco che poco sapeva di amministrazione», il giovane medico si impegna su due fronti. Montegranaro sta crescendo, le scarpe vanno forte, ogni giorno partono centinai di pacchi piene per i mercati più diversi. Ma non ci sono strade asfaltate. Bisogna provvedere. Primo impegno dunque viabilità: esterna e interna. Strappa impegna somme comunali («addirittura otto milioni di lire per sistemare la strada Fratte, tra Sant’Elpidio a Mare e Porto Sant’Elpidio») e, lui mingherlino, batte i pugni sul tavolo della provincia di Ascoli Piceno. Montegranaro è l’ultimo comune quello abbandonato. Occorre ristabilire equità. Riesce: asfaltatura per le strade esterne, pavimentazione per quelle interne.

Altra scelta: realizzare i marciapiede. Il traffico delle macchine è cresciuto a dismisura. I pedoni vanno salvaguardati. «Diversi marciapiede di oggi sono quelli dei miei tempi» ricorda soddisfatto. Una ventata di modernità già vista nelle città dove aveva studiato: Pisa e Siena. Quelli degli studi erano gli anni del Secondo conflitto mondiale, del Fascismo. Rammenta un episodio. 1940, l’Italia è entrata in guerra. Da due anni vigono le leggi razziali. Un giovane universitario un giorno avvicina Domenico. Il ragazzo deve fuggire. È ebreo. Mira alla Francia prima e agli Stati Uniti poi. Non ha soldi. Strappa gli consegna dieci lire. Il fuggiasco si sdebita consegnandogli una racchetta da tennis, che ancora campeggia in un angolo di casa Strappa.

Torniamo alla politica. E la Dc? «A quei tempi c’erano passione e molte battaglie. Eravamo anti-comunisti. Non volevamo passare dalla dittatura fascista a quella comunista. Non  volevamo che arrivasse Baffone». Dove Baffone sta per Stalin.

E i rapporti con la Chiesa? Risposta sintetica: «Non succubi ma neppure in antitesi». A sposare il dr Strappa con la signora Romana Valentini fu, a Loreto, l’arcivescovo Norberto Perini.

Il trasferimento a Fermo per lavoro, porta novità anche sul fronte politico e civico. Strappa viene eletto consigliere provinciale. «Non ricevevamo compensi. C’era un rimborso per la benzina. Io andavo con la mia auto, gratuitamente, portando altri consiglieri. C’era tanta voglia di fare».

Ricorda i personaggi con cui ha avuto a che fare: il sindaco Agnozzi, e poi Martini e Walter Tulli. Con questi due ultimi, che rispettava per cultura e capacità amministrativa, era in dissenso. «Loro aderivano alla corrente di Base, io a quella tambroniana». Le correnti Dc… chi se le ricorda, sembrano i tempi dell’invasione degli Hyksos.

Ci sarebbe tant’altro da scrivere. Come l’impegno da presidente del Circolo cittadino di Fermo, le feste di carnevale, i balli.

La politica oggi? «Non si fa più. È i  mano ai profittatori».

Buona vita, dottore.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì 28 dicembre 2017

#Dc #Partiti #PCI #Fermo #Montegranaro

 

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