VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Provincia cloroformizzata. Parola del sen. Giorgio Cisbani

Giorgio Cisbani, fermano, già artigiano-marmista, 79 anni, torace da subacqueo, giacca blu, camicia bianca, jeans, e un incedere ondeggiante da seminatore.

È stato un protagonista della politica: senatore del PCI dal 1987 al 1992 (dal 12 febbraio 1991 il gruppo assunse la denominazione Comunista-PDS), e assessore al comune di Fermo negli anni, a cavallo del Settanta, del nuovo piano regolatore.

Oggi, lamenta ironicamente di essere «campione non riconosciuto di tressette, briscola e scopone». La politica però ce l’ha nel sangue. Mi consegna l’ultimo suo libretto, Remo non ve lassa, edizioni del VicoloLungo, dove Remo è il De Minicis sindaco per lunghi anni a Falerone, e il «non ve lassa» invece fu quella garanzia di restare comunque vicino alla sua gente, scandita in vernacolo, in un ultimo comizio da sindaco. «Erano tempi in cui volevamo cambiare il mondo».

Cisbani
Il sen. Giorgio Cisbani

Ed oggi? Cisbani vede quelle speranze sbiadirsi a livello nazionale e locale. Alle prossime elezioni politiche, voterà Grasso e i Liberi e Uguali, «che non risolveranno i problemi, ma sono ancora una speranza di ricostruzione della sinistra».

A livello fermano, gli piacerebbe che il sindaco Calcinaro e la sua giunta si interessassero di giovani, di cultura, educazione, magari anche attraverso lo sport. Ancora ironicamente si definisce «un competente di calcio e di pallacanestro». Dice pallacanestro e non basket.

Cisbani legge sempre Il Manifesto ma sulla sua scrivania c’è la fotocopia di un’intervista de Il Resto del Carlino a Luca Ricolfi. Perché? «Perché a Ricolfi chiederò le royalties: ha descritto Renzi come lo avevo descritto io in precedenza… megalomane, di nulla esperienza, di poca cultura». Cultura, ecco una chiave di lettura.

«Fermo s’è addormentata, – mi dice – negli anni Settanta c’era una voglia di fare, discutere, creare, incredibile. Penso ad esempio a quell’evento di Fare Comunicazione. Migliaia di giovani a parlare di cinema, impegno, diritti. Vennero fuori personaggi come Luigi Maria Musati, Sandro Marcotulli, Vito Lauri. Ricordo una manifestazione a Fermo contro lo Scià di Persia di numerosi studenti iraniani che furono da noi ospitati. Concedemmo il teatro dell’Aquila… La sinistra era una forza trainante. La città era creativa».

Il sindaco Calcinaro «è un bravo ragazzo, la sua giunta guarda al consenso, ma c’è un limite enorme: gli manca un’opposizione vera, un serio confronto politico».

Negli anni Settanta, Cisbani e i suoi bloccarono il trasferimento del Tribunale in periferia. «Reputavamo che il centro storico non dovesse essere smantellato di servizi. Oggi portano fuori tutte le scuole…». Un altro merito che riconosce alla sua gente è che «facemmo una politica urbanistica attenta a restaurare più che a costruire, a preservare la bellezza della città e del territorio, che è la nostra ricchezza, più che a consumare il suolo, cementificarlo».

A Cisbani, il territorio è sempre piaciuto. Più che altro la gente dell’entroterra, «gente vera». Così come la classe dirigente: Cesare Marcucci, Remo de Minicis, Luigi Silenzi, Sandro Cipollari, Rodolfo Dini, Ezio Santarelli, l’avvocato Benedetti.

Cisbani non porta mai il cervello all’ammasso. Sulla vicenda di Emmanuel, il nigeriano morto dopo uno scontro con Amedeo Mancini, ha critica i suoi: «Ma quale Fermo razzista?».

Lui, che è stato anche il primo firmatario della proposta di legge per l’istituzione della provincia di Fermo, considera questo territorio ormai un «francobollo e per di più cloroformizzato».

Fino a tre anni fa ha viaggiato molto: Sud America, Africa, Medio Oriente. Nell’Ottanta fu in Mozambico, tempi di rivoluzioni, «perché amico personale di un ministro di lì».

E oggi pomeriggio? «Gioco a carte con i miei amici, quelli che non mi riconoscono campione».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 24 gennaio 2018

#PCI #Razzismo #LiberieUguali #Renzi #Ds

 

 

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