VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Filippo Santoni da Servigliano: 20 anni sindaco

Lo cerco nel supermercato dei figli, a Servigliano. Lo trovo tra gli ultimi scaffali e una sorta di corridoio con due tavolini alti. Ha una specie di coppola in testa. È intabarrato in una giacca a vento pesante. Il volto è sempre il suo: un faccione rotondo, me lo ricordavo esattamente così. Se togliesse il cappello, scommetto su una pelata lucida. Filippo Santoni ha ottant’anni, e quando risponde alle mie domande, meglio: alla nostra conversazione, cerca le parole, lentamente, come riflettesse a lungo prima di pronunciarle. E ricordare. Per venti anni è stato sindaco di Servigliano. Otteneva il 60-70 per cento dei voti. Si faceva sempre trovare in Comune, a disposizione di tutti. «Una volta eletto – spiega – cercavo di essere super partes».

Venti anni non sono certo pochi. Quindici anni di filato e cinque dopo il mandato di un altro primo cittadino: dal 1975 al 1990, e dal 1995 al 2000.

bdr
L’ex sindaco di Servigliano, Filippo Santoni

Quelli del Settanta sono gli anni dello sviluppo industriale, delle nuove costruzioni, del cambiamento di mentalità, delle contestazioni a livello nazionale, del terrorismo rosso e nero.

Ma torniamo a Servigliano, Santoni si presentava con la lista Spiga di grano. Comunista. «Sinistra e basta», mi racconta. Poi precisa: «Nasco nel PSIUP» che era il Partito Socialista di Unità Proletaria, rappresentato dal simbolo del mondo sovrastato dalla falce e martello. Mi rendo conto che questi simboli siano ai più giovani quasi del tutto sconosciuti. Eppure…

Servigliano anni Settanta. «C’era da risolvere il problema della viabilità, che la mia giunta ha cercato di curare al meglio», spiega il sig. Filippo, «e c’era il problema abitativo. Un primo atto lo facemmo con la costruzione di case popolari». Ricorda il palazzo con 50 appartamenti vicino all’ex stazione. «Un’edilizia, un’architettura comunista», scherzo io. Lui mi guarda e sorride.

Continua a parlarmi del Piano regolatore, «strumento indispensabile per la crescita della cittadina», e della «riorganizzazione delle zone: frazioni, aree agricole».

Filippo Santoni è stato un auto-didatta. Quinta elementare come titolo di studio, ma grande curiosità e capacità di rapporti.

Una delle soddisfazioni? «Nell’ex convento fuori porta (quello dei Minori, ndr) c’erano i topi, andava tutto alla malora. Che facemmo? Iniziammo con l’affittare alcuni locali. Arrivarono il bar e la farmacia. Molti mi contestarono. Fu l’unica maniera però per ottenere un introito al Comune e riaprire quell’edificio».

Spaziamo fuori da Servigliano. «Noi alla politica ci credevamo sul serio. Eravamo capaci anche di sacrifici personali. A casa ho ancora la ricevuta per la somma versata da me come contributo per l’acquisto della Federazione di Fermo». Personaggi di spessore? «Sicuramente Cesare Marcucci (antifascista, animatore culturale, diverse cariche nel PCI, di Falerone, ndr). Però la Fondazione a suo nome doveva essere costituita qui, nell’entroterra». Gli chiedo di Giorgio Cisbani, già senatore. «Non poteva emergere di più, perché troppo libero, troppo pratico, non creava consenso». Non spiega di quale consenso si trattasse, probabilmente all’interno del suo partito.

Ed oggi? «A Fermo, nella sinistra, è mancato l’uomo giusto. A livello nazionale Bersani ha perso un’occasione. Io sono un deluso. Per qualche tempo ho creduto in SEL… Ho guardato con attenzione ai 5 Stelle, ma non sono convinto. Mi piacerebbe una nuova sinistra di popolo».

Se la macchina del tempo potesse tornare indietro che farebbe?

«La piazza. Rifarei la piazza. Così com’è non mi piace. Tornerei alla pavimentazione con i sampietrini. Glielo dico sempre al sindaco Marco Rotoni: “se vuoi essere mio amico, cambia la pavimentazione”. E poi, curerei meglio i servizi igienici, quelli accanto all’ex convento. È lì che si fermano turisti e visitatori. È il biglietto da visita».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì 1 febbraio 2018

#Politica #SEL #PCI #Servigliano #Sinistra

 

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