VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Da Monterubbiano ad Ascoli, a Fermo. L’itinerario politico di Fabrizio Fabi

Ottant’anni di arguzia e spirito critico. Se indossasse le giacche blu e le cravatte di un tempo e non la tuta da ginnastica, direi che Fabrizio Fabi è lo stesso.

Fabi da Monterubbiano trapiantato a Fermo è stato uno dei leaders della Democrazia cristiana provinciale. Con una storia alle spalle di militanza a partire dall’Azione cattolica.

Lo incontro in una struttura ospedaliera dove è andato a far ginnastica riabilitativa. Ci sediamo nella sala d’aspetto e il fiume di ricordi diventa possente.

bdr
Ex assessore e vice sindaco di Fermo Fabrizio Fabi

A 17 anni, il sig. Fabrizio prende la tessera della Dc. Prosecuzione  normale dell’educazione ricevuta in Azione cattolica. «Ci si doveva coinvolgere, la dottrina sociale della Chiesa era vita concreta». Fabi ricorda il Somarello della carità che a Natale portava doni ai meno abbienti, i gruppi con cui si mettevano in scena recite e testi teatrali.

La politica non sfuggiva all’impegno dei ragazzi dell’Ac. E poi Monterubbiano in quegli anni – 50-60-70 – conosceva esempi di altissimo profilo: Walter Tulli, Gualtiero Nepi, Attilio Basili.

Non comunista ma decisamente antifascista era il clima familiare. Il padre di Fabrizio, Enrico, era un antifascista convinto. Con Vincenzo Tulli aveva costituito le Leghe Bianche che si contrapponevano a quelle Rosse. Ad ispirarle era stato un santo sacerdote, don Giuseppe Marzetti, purgato più volte dai fascisti.

«Ho imparato molto dai sacerdoti del mio paese, grandissime figure». Ne ricorda un altro, don Teodoro Desideri che si offerse ostaggio dei tedeschi, evitando la decimazione dei suoi concittadini, sino al ritrovamento di un ufficiale nazista ferito dai partigiani.

Il clima è questo. Fabrizio Fabi inizia la gavetta politica: affigge manifesti elettorali, li colloca in alto sui muri, li presidia perché nessuno li stracci. Dalla colla alla penna. Per alcuni anni dirige il giornalino Il Corriere piceno ed entra in consiglio comunale. Nel 1964 è in maggioranza e vice sindaco. «In mancanza del sindaco Volpetti, impegnato altrove, avrei dovuto fare io il primo cittadino». Ma c’è il servizio militare. Per 14 mesi è ufficiale di complemento. Torna un  mese prima della scadenza perché si fa male in addestramento. Nel 1970, a 32 anni, è capogruppo in Provincia. Il big democristiano Ramazzotti non lo voleva. Considerava Fabi un «fastidioso». Un fastidio per i detentori del potere. Caratteristica che gli resterà appiccicata anche nel prosieguo dell’impegno: per ben cinque volte verrà deferito ai Probiviri dal senatore De Cocci.

Siede in Provincia per dieci anni: 5 in maggioranza, altrettanti all’opposizione. Al termine, il segretario provinciale Alberto Ferracuti (Baby) non lo ricandida spostandolo in lista a Fermo (1980) per le comunali, «completamente sconosciuto». Invece riesce. E si fa sentire e diventa scomodo, voce critica e pungente.

Sono gli anni dei grandi personaggi: Ezio Santarelli, Giorgio Cisbani, Gianfilippo Benedetti, Fabrizio Emiliani, Enrico Ermelli Cupelli, Pietro Diletti, e poi Luigi Guglielmi, Francesco De Minicis. In consiglio c’è una squadra democristiana nuova.

Nel 1985, sindaco Emiliani, Fabi è suo vice, così come lo sarà con Francesco De Minicis primo cittadino. Da assessore all’urbanistica ricorda di aver portato a compimento il grande parcheggio fermano, il collegamento con la strada per Monterubbiano, l’acquisto del Museo Zavatti, i piani di fabbricazione a Torre di Palme, Marina Palmense, centro storico di Fermo, i progetti approntati seppur mai realizzati, per veti contrapposti, del Parco urbano-marino di Marina Palmense e la Scuola media di San Tommaso.

1990 fine dell’esperienza politica. Ora Fabi, ex dirigente scolastico e uomo di cultura, scrive libri come E brava Fermo, Bella Fermo, Cara Fermo. E, sornione, ripensa al passato e guarda l’oggi… critico.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 7 febbraio 2018

#Politica #Fermo #Azionecattolica

 

 

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