VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Da Fermo, Nello Raccichini: impegno e passione politica

Ci ha creduto molto, alla politica. Ci crede ancora. Ma a quella con la P maiuscola però, o, come meglio recita la Dottrina sociale della Chiesa, alla politica intesa come «la forma più alta della carità», secondo papa Paolo VI.

Nello Raccichini è stato insegnante di Matematica all’ITI. Oggi, settantenne, è in pensione. 30 anni della sua vita li ha dedicati all’amministrazione della sua città, sia in maggioranza al consiglio comunale, sia all’opposizione. Ancora prima è stato impegnato in una azione pre-politica, culturale, ideale. E     questo già da universitario a La Sapienza di Roma dove conobbe, diventandone amico, il futuro filoso e ministro Rocco Buttiglione, e poi dal 1975 militando nelle fila del Movimento Popolare.

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Il prof. Nello Raccichini

Nello Raccichini viene da quel mondo cattolica di presenza nella vita quotidiana, anche nella politica. Anche nella Democrazia cristiana, la cui tessera Raccichini prese nel 1985 entrando per la prima volta in consiglio comunale a Fermo spinto dal rinnovamento voluto da Fabrizio Fabi.

«Ero tornato da Roma, – racconta – e volevo riprendere i contatti con la mia città. Presi a frequentare i consigli comunali, per capire».

Da quella curiosità all’impegno diretto. Candidato come indipendente nella lista dello Scudo crociato, raccolse 1456 voti di preferenza. Scelse di prendere la tessera della Dc.

Qualche tempo dopo, entrò nella giunta di Pasqualino Macchini come assessore al bilancio. Poi, con il sindaco Saturnino di Ruscio, è stato per dieci anni presidente del consiglio comunale.

«È stato il periodo, anche grazia alla riforma della legge, di maggior stabilità». È anche il periodo in cui, grazie all’attenzione dell’amministrazione Di Ruscio per l’Europa, Raccichini viene mandato in Croazia, in Spagna e in altri paesi UE tanto da essere fregiato del titolo di «ministro degli esteri fermano». Raggiunge anche l’Australia in occasione dei Marchigiani nel mondo.

«Un momento toccante incontrare a Sidney i nostri emigrati, tutti ancora legati alle terre di origine. Ci dimostrarono un affetto profondo. Facemmo una sorta di gemellaggio ideale Fermo/Sidney».

Sia da assessore che da capogruppo, il rapporto con il partito è stato sempre forte. Raccichini ricorda che «il partito era un luogo di riferimento. Prima dei consigli comunali ci si riuniva, si approfondivano i temi, si discuteva molto animatamente, e si stabiliva anche l’ordine di interventi. Si andava in consiglio preparati».

Poi la Dc muore. Il 1992 è l’anno della fine. Ma Raccichini non resta con le mani in mano. È uno dei seicento, il 18 gennaio del 1994, che rimette in piedi il Partito Popolare che era stato di don Luigi Sturzo.

Lo convince una frase di Mino Martinazzoli, primo segretario del nuovo Ppi. Diceva pressappoco: «Non è possibile che in Italia non possa esserci ancora una rappresentanza dei cattolici in politica».

L’esperienza dura poco. Il nuovo sistema maggioritario chiede di schierarsi in uno dei due raggruppamenti. Martinazzoli non ci sta. Il voto non arride al Ppi, che sfalda.

C’è un rammarico oggi in Raccichini? È quello che non si possano più dare preferenze e quindi scegliere liberamente la rappresentanza in Parlamento. «E la rappresentanza è il succo della democrazia».

Un altro rischio, – fa capire – ma questo a livello locale, è il prevalere dell’organo amministrativo: sindaco e giunta, su quello del consiglio comunale. Il confronto forte è venuto meno.

Il problema era stato evidenziato anche a livello di ANCI tanto che si era costituita una Conferenza dei Consigli Comunali. Raccichini ne è stato il vice presidente nazionale.

«Una bella esperienza venire a contatto con i problemi, e le soluzioni, dei grandi comuni».

Ed ora? Raccichini legge I Promessi sposi, e fa parte di una Compagnia teatrale.

«Sul palco non si finge». E tra i politici di oggi?

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 14 febbraio 2018

#Politica #MovimentoPopolare #Dc #ANCI #PPI #MarchigianinelMondo

 

 

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