VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Luigi Guglielmi e la sua voglia di solidarietà trasversale

Due cose mi attraggono di lui. La prima è una foto in bianco e nero. Lo ritrae dietro ad un grande striscione seguito da una miriade di universitari. Lo slogan recita I ricatti non ci fanno paura. Camerino 1968. È la contestazione.

La seconda è la significativa data di nascita: 1948.

Luigi Gugliemi tira fuori dalla borsa l’immagine dei suoi 20 anni. Frequentava la facoltà di chimica dove avrebbe ricoperto il ruolo di assistente del prof. Gianluigi Gianfranceschi con cui aveva preparato la tesi su alcuni aspetti della ricerca sul cancro.

Ma è di politica che intendiamo parlare, di quella nobile, agganciata a un ideale.

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Guglielmi ha militato nelle fila del Partito socialista. Lo era suo padre Giuseppe, lo era suo nonno omonimo, antifascista cacciato dalla scuola negli anni 30 perché non indossava la divisa del regime.

Socialisti ma con un animus cristiano. Il giovane Luigi studia per quattro anni dai Salesiani di Macerata. Quindi, frequenta l’ITI Montani di Fermo e si iscrive all’Università di Camerino dove, tra una molecola e l’altra, inizia la sua attività politico/culturale/ideale.

«Perché ero contro il consumismo che stava conquistando ogni ambito, contro l’ipocrisia che sbandierava valori cui più nessuno credeva, contro la globalizzazione»

A Camerino «si lottava per rendere lo studio meno autoritario, per esami mensili, per costi più bassi alla mensa».

Guglielmi ha amato quel senso forte di solidarietà. E solidarietà è stata sempre la sua stella polare, tanto da arrivare in Nicaragua per sentirsi vicino alla rivoluzione sandinista, per conoscere un popolo povero ma dignitoso. E solidarietà è stata anche quella pazientemente cucita con un gruppo trasversale in consiglio comunale a Fermo: con «gli amici del Movimento popolare eletti nella Dc: Ciliberti, Zamponi, Raccichini, e con quelli dell’estrema sinistra come Quinto Antinori e Catalini». Un incontro sui valori della persona e del bene comune.

Luigi prende la tessera del PSI, corrente lombardiana, nel 1972, anno della laurea, due anni prima di sposarsi con Silvana. Il gruppo dirigente socialista – Gugliemi ricorda Ione Alessiani e Renato Santarelli – sta scommettendo sui giovani come lui e Francesco De Minicis.

Nel 1980, Luigi Guglielmi entra in consiglio comunale dove resta sino al 1993, e dove ricopre anche l’incarico di assessore alla Cultura, Sport e Scuola. Il suo slogan per Fermo è «Cultura dello sviluppo e sviluppo della cultura». La città che vorrebbe è quella «non campanilistica, capace di un rapporto stretto con il territorio». Nell’ambito culturale si attiva per la biblioteca comunale, per eventi non effimeri, per la riscoperta dell’anima dei luoghi. Durante il suo assessorato si procede all’eliminazione delle pluriclassi in periferia, alla costruzione della scuola di San Tommaso, ad un rapporto con il Teatro di Jesi, al sostegno della Gioventù musicale, ai cibi sani nelle mense.

Negli anni Ottanta, Guglielmi fa parte anche dell’Associazione Intercomunale. Ricorda le celebrazioni liciniane a 30 anni dalla morte del pittore, ma, soprattutto, la battaglia contro l’universo concentrazionario dei manicomi con un convegno sulla legge 180 e il durissimo reportage denuncia.

Gli anni passano, è il tempo di Craxi. Gugliemi non è contro di lui ma contro il craxismo dei «progettisti e costruttori». Nel 1990, si dimette dal PSI dopo un telegramma «intimidatorio» dei vertici provinciali che gli vogliono imporre un voto di fiducia alla Giunta Macchini. Non ci sta, ma non vota contro. Dal ’90 al ’93 siede in consiglio comunale da indipendente. Cerca nuove strade: Raggruppamento dei Laburisti, Movimento progressista del Fermano.

Oggi ha scelto «obiettivi minimi»: il volontariato, «far del bene a chi mi sta vicino», riscoprendo il senso religioso, la tradizione e l’esigenza comunitaria.

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