Voci dalla Prima Repubblica. Giulio Amilcare Simoni: passione solidarietà

La macelleria di Silvestro Simoni se la ricordano tutti, a Fermo. A Piazzetta era un punto di riferimento. Da dentro, al freddo, dopo aver staccato quarti di bue e averli appesi al gancio, Giulio Amilcare Simoni, figlio di Silvestro, guardava sfilare gli studenti del ’68. La contestazione in città fu un fenomeno consistente. Al sedicenne, quel movimento piaceva. Ai suoi genitori, un po’ meno.

Giulio me lo racconta con un certa foga sorseggiando un orzo in un locale della sua Piazzetta.

bdr
Giulio Amilcare Simoni

«Da sempre, mi riconosco un’indole solidarista, un’attenzione ai più deboli. Mi piace il mutuo soccorso». Questi valori li sentiva rappresentati dal Partito comunista italiano. Così, nel 1974, aderisce al PCI. Lo fa dopo l’attentato all’Italicus. È la notte tra il 3 e il 4 agosto 1974. Una bomba esplode all’uscita della galleria. 12 i morti, 48 i feriti. Su quel convoglio doveva esserci il ministro degli esteri Aldo Moro. L’obiettivo dei terroristi? Un anno prima c’era stato il golpe di Pinochet in Cile; quattro anni prima il mai chiarito tentativo di colpo di stato: Tora Tora del comandante Borghese e di una parte della Guardia forestale.

Simoni ha un moto di rivolta. I giorni successivi alla strage si reca nella sezione del PCI e chiede la tessera. Inizia la sua attività politica. Rimane affascinato da due senatori di «grande spessore»: Gianfilippo Benedetti, «cervello e cuore»; ed Ezio Santarelli, «il senatore che diede voce ai contadini».

Nel 1990 Giulio entra in consiglio comunale a Fermo. Gli interessa risolvere i problemi della città. Parla con tutti, studia, s’impegna. È sempre sorridente, pacato, aperto al dialogo. Qualcuno lo definisce «il volto umano del Comunismo». Nel 2001 viene candidato al Senato. Raccoglie, con mezzi minimi, 10 mila preferenze. Di quella campagna elettorale ricorda l’impegno di una donna: «la pasionaria bancaria» (lavorava in un  istituto di credito) che girava con la sua bambinetta, armata di megafono.

Nel ’93 si distacca dal PCI-Pds per entrare in Rifondazione comunista. Dal 1995 al 1999 è consigliere provinciale ad Ascoli Piceno su spinta dell’indimenticato Quinto Antinori, leader indiscusso di Rifondazione. In quell’elezione il partito passa dal 7,8 per cento al 15. Un successo personale. Viene eletto presidente della seconda commissione. «Lavoro enorme – racconta -. Mi occupavo di bilancio, viabilità, sviluppo economico, società partecipate, edifici scolastici, protezione civile».

In quegli anni si interessa di nuovi plessi scolastici, degli arredi nelle scuole, delle strade dell’entroterra fermano (Amandola e Smerillo, soprattutto), di trovare soldi per rinforzare e consolidare l’ex Palazzo di Chimica, oggi IPSIA, per sistemare Fonte Fallera. Nottate intere politiche, per poi riaprire la macelleria in orario

Nel 2005, Giulio ha una fase di riflessione. Lascia Rifondazione, aderisce al PdCI e torna in consiglio comunale a Fermo. Sono gli anni in cui cerca soluzioni per il Piano di spiaggia, per un nuovo turismo sulla costa e nell’entroterra, per sistemare le affissioni, per rispondere alle esigenze abitative degli indigenti, per chiudere il centro storico e riattivare botteghe artigiane lungo corso Marconi.

E adesso? Adesso Giulio è impegnato nel volontariato. Guarda ancora la politica e la sinistra «che paga una serie di errori. Il primo dei quali è l’autoreferenzialità, il distacco dalla gente. Non è stato colto il bisogno di cambiamento. La Lega ha vinto perché ha parlato di sicurezza; il Movimento Cinque Stelle perché ha interpretato la ribellione al sistema».

Giulio è schivo. Non vorrebbe che lo scrivessi. Lo faccio ugualmente, perché descrive il personaggio. Da piccolo sottraeva da casa sua legna e mattonelle di carbone per portarle ad una famiglia che non poteva scaldarsi. C’è tutto lui. Quello di ieri e quello di oggi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 21 marzo 2018

#PCI #Solidarietà #RifondazioneComunista #ProvinciaAP

 

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