Gente di campo. Foglini-Amurri: un’azienda per la salute. A Petritoli

Agrobiologica Foglini Amurri. Questo si legge sul cartello che indica l’azienda agricola di Petritoli, in zona San Savino: natura incontaminata e affaccio sui Sibillini bianchi e conche di mare Adriatico.

Bruno Amurri sino a 30 anni fa svolgeva altre professioni. Poi, il ritorno alla terra. Perché? Perché la terra e i suoi valori lo affascinavano e anche perché non stava fisicamente bene a causa di una malattia intestinale auto-immune. 20 anni di cure senza successo. Poi, Bruno s’è fatto medico di sé. Ha capito che il problema era alimentare e sull’alimentazione ha puntato seguito da sua moglie Lidia Foglini e, recentemente, anche da suo figlio Massimo.

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Il sig. Bruno Amurri

Da lì la ricerca, lo studio  e la coltivazione dei grani antichi con indici glicemici più bassi, glutine meno tenace, digeribilità maggiore. Un toccasana per la sua e l’altrui salute.

Grani dai nomi originali: miscuglio, jervicella, mutico, gentil bianco, gentil rosso, solina, abbondanza, verna. Sono teneri, servono a produrre farine per pane, dolci, pizza. Vedo i sacchetti allineati sugli scaffali del punto vendita.

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Poi, ci sono i grani duri, come il saragolla turchesco. Bruno, che viene chiamato spesso per conferenze ed incontri, mi spiega che proviene dalla zona iraniana del Khorasan, portato in Italia da popoli nomadi nel 400 dopo Cristo. È il celebre kamut, come è stato registrato da un’importante multinazionale del Montana negli USA. Ma a Petritoli è diverso… Dal saragolla Bruno e signora traggono la farina per tipi diversi di pasta: dagli spaghetti ai fusilli, dalle linguine alle penne.

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Per la macinazione è stato scelto un Molino di Moscufo di Pescara, che garantisce massima qualità. Bruno e Massimo ne controllano personalmente l’iter. Per la produzione di pasta ci si avvale invece di un  pastificio di Francavilla a Mare che lavora «con il sistema della bassa temperatura». Tra farine di grani teneri e pasta di grano duro le confezioni realizzate sono circa 15/16 mila.

Il secondo fiore all’occhiello è l’olio. 700 gli olivi sparsi intorno all’abitazione della famiglia Foglini-Amurri.

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Le varietà di olive sono diverse. Il punto d’orgoglio «è che sono varietà autoctone»: dall’ascolana tenera alla raggia, quindi frantoio, coroncina, sargano di Fermo, piantone di Mogliano, lea (fortemente resistente al freddo). Il leccino (anch’esso molto resistente al freddo) non è autoctono, ma dal 1956 è stato introdotto anche nelle Marche dopo un’invernata di fortissimo gelo e neve. 30 i quintali d’olio prodotto. 5 mila le bottiglie messe in circolazione in esercizi commerciali del sud Marche e in alcuni ristoranti che propongono la carta degli oli per «l’olio giusto per il cibo giusto».

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Dieci gli ettari di terreno. La coltivazione «segue il metodo dell’agricoltura biologica e della rotazione larga con medica e allevamento di ovini allo stato semi-brado». La medica da sola, precisa Bruno dopo una passeggiata tra i campi, «è un agro-e cosistema che garantisce biodiversità e benefica tutte le altre colture».

Stretta di mano vigorosa e torna al suo lavoro. Che lo appassiona quasi fosse una missione.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 23 marzo 2018

#Mediterraneandiet #Olio #Grani antichi #Petritoli #Biologico

 

 

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