Cammino la Terra di Marca. Le “Parole” non dette

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». È Marcello che parla ad Orazio, nell’Amleto di Shakespeare.

Me lo ripeto oggi dopo una strana esperienza di qualche giorno fa.

Ho lasciato l’auto nei pressi del vecchio Molino Miconi, a Piane di Falerone. È il Molino della strage di Insorgenti perpetrata dalle Giacche blu francesi. 1799. Storia già raccontata.

Ho deciso di risalire il fiume Tenna dalla sponda sinistra, sin sotto Penna San Giovanni, laddove un viottolo porta al Salino, il fiume reso salato dalla Sibilla, secondo la leggenda, per impedire il radicamento dei Troiani in cerca di un’altra patria.

invidia

Camminando tra greto del fiume, sempre più scarso di acque, e la campagna che sta indossando i primi verdi primaverili, incontro casali massicci. Uno ha impresso ancora sulla facciata la scritta pomposa del tempo del fascio. C’è un punto dove non riesco a passare. Torno sull’asfalto e qui, per una serie di incredibili circostanze: saluti, presentazioni, conoscenze comuni, vengo invitato ad entrare in un’abitazione. Ci sono tre donne, tutte anziane. Ad occhio e croce, insieme fanno oltre due secoli e mezzo. Sicuramente parenti, probabilmente sorelle e cognate. È tempo di colazione. Me la offrono. Una tira fuori da un armadio anni cinquanta un ciambellone ben avvolto nella carta stagnola. Annoto l’incastro tra il vintage e la contemporaneità. Dipana l’intreccio della carta e prende un coltello per il taglio della fetta. Ma prima si scusa. Il dolce, «fatto con cinque uova», non è venuto al meglio. È un tantino bruciacchiato sopra, su quella specie di cono vulcanico. Le altre due, quasi all’unisono, pronunciano la stessa cosa: «Quando lo hai infornato non hai detto… le parole». Divento curioso: le parole? quali parole? perché dire… le parole?

Mi guardano sorridendo. Hanno i vestiti neri con grandi fiori. «Occorre sempre accompagnare i gesti, tutti quanti, con… le parole». Una formula, una preghiera, una invocazione? Zittiscono. Più che imbarazzate, complici. Capisco che il varco appena aperto si sta richiudendo rapidamente. Cerco di tornare sull’argomento da un altro punto di vista. Racconto loro che le sibille erano depositarie della saggezza e della medicina popolare. Aggiungo che la Sibilla chimica (alchemica) dipinta nel Santuario della Madonna dell’Ambro, così come Santa Maria in Pantano e Santa Maria delle Grazie, porta in mano un cartiglio con su svelata colei che allatterà il Signore. «Sono parole magiche?» chiedo dopo la lunga… introduzione. Il muro è compatto. Posso anche andarmene: non proferiranno altra spiegazione.

Recupero altrimenti. Torno all’attacco con un ricordo personale, quando da piccolo mia madre mi portava «a scansare l’invidia» in una cucina fuligginosa abitata da una donna possente. «Noi lo facciamo ancora. Vuoi provare?». Certo che sì. Mettono una bacinella sul tavolo, intingono un dito nell’olio, mi segnano la fronte, lasciano andare la goccia nell’acqua, tre volte, sino a quando l’occhio formato non scompare del tutto. E mentre lo fanno recitano una sorta di cantilena. Le parole. Saranno le stesse parole? Non le capisco, non le svelano.

«Ci sono più cose in cielo e in terra…».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 22 aprile 2018

#Magia #Esoterismo #MontiSibillini #Sibilla

 

 

 

3 risposte a "Cammino la Terra di Marca. Le “Parole” non dette"

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