Cammino la Terra di Marca. Lungo l’Ete vivo, nel silenzio di una vallata misteriosa

La stretta valle dell’Ete Vivo ha qualcosa di misterioso e affascinante. Specie dopo l’incrocio per Montottone. Qualcosa che sembra abbracciarti, proteggerti e rapirti.

Non esiste sentiero lungo il fiume. Solo piccoli cammini sul greto. Li ho percorsi dal lato sinistro, in una mattina di sole. Alberi caduti sul fiume fanno ponti per immaginarie avventure.

Un corso d’acqua benedetto, se vogliamo. Sorgente a Santa Vittoria in Matenano: rifugio e nuova patria dei Benedettini; e foce accanto a Santa Maria a Mare e Sant’Anna: santuario cercato e onorata dalle partorienti. Partorienti e partoriti. Doni entrambi. La mente corre al piccolo Alfie Evans la cui vita (non so come andrà a finire mentre scrivo) sembra valere molto meno di una legge e di un giudice togato.

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Un passaggio accanto al fiume Ete

Mi siedo su una grande pietra rettangolare. Tiro ciottoli bianchissimi nell’acqua. Rumore lontano: è giorno di lavori nei campi che riprendono vigore.

La grandissima Hildegarda di Bingen diceva che Dio ci ha dato in aggiunta il corpo perché la nostra anima ci abiti volentieri.

Alle undici, i raggi del sole scottano. La schiena si scalda. Piacevole indugiare, a occhi semichiusi, a due passi dall’acqua. Respiro lentamente. Ho memoria di un vecchio volume di yoga. Dal fido compagno di viaggio: uno zainetto provato da mille piccole avventure, estraggo il penultimo libro di Anselm Grün, il monaco tedesco di Baviera. Sul respiro ha scritto: «Immagino, espirando, di attraversare tutti gli strati dell’anima e di approdare sul fondo. L’espirare attraversa la rabbia, l’irrequietezza, il frastuono interiore, i rimproveri che rivolgo a me stesso, e giunge nel profondo dell’anima. Lì, sotto tutte le emozioni e i pensieri, si trova lo spazio del silenzio». Il silenzio non è lo spazio del vuoto. È l’esatto contrario: «… uno spazio d’amore, di pace e d’amore». Intorno solo echi di natura: il vento, gli uccelli, qualche piccolo animale tra il verde. Il rombo del mezzo meccanico non disturba: opera dell’uomo all’opera.

Se percorressi i 35 km dell’Ete Vivo, incontrerei, sulla destra, affluenti dai nomi originali: i torrenti Cosollo, Lubrico, Il Rio, e il fosso Terquetta. Mi piacerebbe conoscere l’origine dei nomi.

Raccontando della nostra terra ai ragazzi del Corso per Guide naturalistiche, ho aggiunto un brano della canzone di Giovanni Lindo Ferretti: « Calano lenti, dal nord e dall’oriente, al Ponte Tremolante della Via dei Franchi. Negli occhi Roma eterna, urbe puttana e santa, urbe puttana e santa. In summa quoque Bardonis Alpe
in loco qui dicitur Pons Tremolans. Passa il tempo, come acqua sotto il ponte
un’alluvione di tanto in tanto; un’alluvione di tanto in tanto
ma il ponte è stabile, io tremolante». I ponti romani non sono caduti. Quelli moderni sì. Siamo tremolanti senza più radici. Ne faranno uno, di ponte, proprio sull’Ete, tra Porto San Giorgio e Marina Palmense. L’area verde di Marina è bellissima. Bellissima perché non violentata – non del tutto per lo meno – da mani di usura. Ricca di scogli e naturalità.

Dice la mia amica Emma: «Sia lasciata al solo cammino!». Aggiungo io: «e al respiro, al silenzio, e al racconto dei mille eventi  positivi del mondo». Che accadono, numerosi. Ignorati.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 29 aprile 2018

 

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