Gente di Campo. La razza di Alberto Capparuccia. Razza marchigiana

Montegiorgio. Strada per Francavilla. Una curva sulla destra porta in basso. Una casa, alcune stalle, trattori a riposo. Mi aspetta Alberto Capparuccia, allevatore di bovini, razza marchigiana. Lui ci crede. La sua famiglia da tre generazioni – suo nonno Pasquale fu il primo – ci hanno creduto, nonostante le difficoltà.

Mariano, suo padre, alto e magrissimo, ha 82 anni, e non molla: circola per la campagna, guarda e consiglia.

Alberto mi dedica del tempo prima di tornare ai suoi tanti impegni.

L’azienda si sviluppa per 50 ettari dove trovi i cereali (grano tenero ed orzo), il foraggio, gli ulivi del tipo leccino, frantoio, piantone di Mogliano.

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Alberto Capparuccia ( a dx) e suo padre Mariano

Ma la specialità di Alberto è, come si diceva, l’allevamento della bianca marchigiana.

45 bovini, tra bestie da ingrasso e fattrici. Queste ultime  hanno un nome «come i cristiani». C’è Shoa, c’è Hidalga… l’ultima è stata ribattezzata Dedala. Per un meccanismo particolare «le iniziali specificano l’anno di nascita».

Perché la razza marchigiana? chiedo. «Perché ha una triplice attitudine», spiega Alberto, «è balia, perché alleva; è robusta, quindi resistente; è adatta ai lavori nei campi, quelli che un tempo si svolgevano usando il bestiame». E produce una carne di qualità: «La carne della nostra bianca ha solo il 9% di grassi, contro il 24% di altre razze».

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La Bianca marchigiana nella nuova stalla

«I momenti più difficile – racconta, mentre passeggiamo – sono stati gli anni 80-90, quando è arrivata in Italia, ed è stata una vera invasione, la razza francese, più redditizia ma di minor pregio». Alberto invece ha rilanciato sulla marchigiana, che si stava perdendo. «Ho insistito, nonostante tutto». In quel nonostante tutto sono compresi diversi problemi, come quello dei mattatoi. Un tempo ce n’era quasi uno per comune. Ora pochissimi per provincia. Capparuccia porta i suoi animali al mattatoio di Pedaso o di Loro Piceno. Ed è una spesa in più. L’altro problema si chiama burocrazia. Asfissiante, onnipresente, svogliante. Senza dimenticare le inclemenze del tempo: «Le gelate dell’inverno scorso hanno seccato molti ulivi».

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La vecchia stalla delle “Veglie”

Eppure Alberto va avanti con decisione. E parla di un mestiere che non è di ripiego, ma che deve esser svolto solo se animati da tanta passione. «Un mestiere di sacrificio dove è vietato ammalarsi e dove non si conoscono ferie o riposi di fine settimana». C’è un’altra motivazione: l’amore per l’ambiente. Per rispettarlo, Alberto usa trattori leggeri, a basso impatto, che non compattano la terra, che la lasciano respirare; oppure, per la raccolta del fieno, adopera la falcia-condizionatrice che accorcia il processo di essiccazione.

Entriamo nella stalla. I bovini stanno mangiando la produzione casalinga (orzo e grano vengono macinati in un mulino interno). «Nella lettiera, la paglia viene cambiata due volte al giorno». Pulizia e igiene!

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Il calendario di Sant’Antonio, come nelle stalle d’un tempo

Sotto casa c’è un’altra stalla, quella antica, con il calendario di Sant’Antonio al muro, dove ci si scaldava nelle riunioni serali e quando si lavorava la paglia. Sembra di leggere il Gogol di Veglia alla fattoria presso Dikan’ka.

Alberto mi lascia con un messaggio: «È fondamentale un’educazione alimentare a scuola e in casa». Un’educazione al gusto! Al Gusto della Vita.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 11 maggio 2018

#RazzaMarchigiana #Bovini #Gogol #Fattoria

 

 

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