Voci dalla Prima Repubblica. Da Dante alla politica e ancora a Dante. Il viaggio di Giovanni Zamponi

È medico di base, laureato in farmacia, già ufficiale dell’esercito, massimo conoscitore della Divina Commedia, suo faro di vita. E come Dante, alla stessa sua età: 35 anni, ha varcato il Palazzo dei Priori per una esperienza politica. Giovanni Zamponi a Fermo, l’Alighieri a Firenze. Altra similitudine è la doppia appartenenza: medici e speziali (farmacisti) entrambi. Dante vi si dovette iscrivere per partecipare alla cosa pubblica, Giovanni ne ha fatta professione.

È il 1985. Zamponi già lavora. La sua cultura scientifico/sanitaria si somma a quella umanistica. Si riconosce nel personalismo cristiano, specie in Emmanuel Mounier, e nella mistica di Carlo Carretto. «L’uomo è qualcosa di più di quel che crede di essere». Non solo materia, dunque. È l’approccio da medico nei confronti della persona malata. Persona, prima di tutto, nella sua integralità di corpo e di anima.

Zamponi G.
Il dr Zamponi Giovanni

È il 1985, dicevo, e nella politica italiana si affaccia il Movimento Popolare. Gente che sceglie di rischiare la fede nelle opere, nella costruzione del bene comune.

Il dottor Giovanni viene contattato. Ci sono le elezioni amministrative a Fermo. E c’è vicinanza ideale con altri candidati all’interno della lista democristiana: Nello Raccichini, Domenico Ciliberti. La regia è dell’innovatore Fabrizio Fabi. Zamponi accetta, non è tesserato allo Scudo crociato, lo farà più tardi. Riesce. E si sorprende. 540 preferenze complessive sono tante; le oltre cento nel solo suo quartiere sono un’esplosione. La gente lo apprezza. Anche per la carica umana che porta con sé. E che può trasferire in consiglio comunale. «È stata una bellissima esperienza. Ero molto libero nei giudizi, ho stretto rapporti anche con gli avversari: Giorgio Cisbani, Ezio Santarelli, Carlo Concetti, Silvana Desiato, Toni Vallesi». Di quest’ultimo ricorda gli interventi pregni di cultura. «Iniziava da Socrate o Platone e arrivava sempre a Carlo Marx…». Interventi densi.

Ricorda anche Guglielmi, Alati, Emiliani, Iacopini, e Renzi. Di Ubaldo Renzi dice che aveva una fissa per l’economia, «quando presentava il bilancio era talmente preciso e analitico che durava ore e ore». Talmente tante che Giovanni riprendeva fiato facendo una passeggiata sotto la statua di Sisto V. Erano gli anni della grande battaglia per la provincia di Fermo. Rammenta così gli schieramenti: «I Repubblicani non è che fossero molto propensi; i Comunisti dicevano che loro l’avevano già, ed era la quinta Federazione; i Democristiani ondeggiavano».

Cinque anni comunque di impegno. E poi? «Poi ho lasciato a causa del fumo. Si fumava in aula a quel tempo, e l’aria irrespirabile mi dava fortissimi dolori di testa. Non solo: noi liberi professionisti il giorno successivo al consiglio, nonostante si finisse a tarda notte, dovevamo lavorare comunque»

La tensione ideale c’era ancora a quel tempo. Tutti i partiti avevano retroterra culturali forti. E oggi? «Oggi no». Ma c’è di peggio: «La politica ha dimenticato la persona, quella concreta, il volto della gente». Oggi «impera l’efficentismo, l’aziendalismo e, soprattutto, il ricorso al freddo algoritmo. L’unica attenzione è al funzionamento della cosa. La cosa, non la persona. E i più spiazzati sono i giovani che attendono invece un’altra logica». Ci si può salvare da questa deriva? «La politica non salverà se stessa. Dal basso, invece, potrebbe venire qualcosa di nuovo, dalla buona volontà di chi tira avanti ogni giorno l’esistenza, da un nuovo convivio tra la gente, da una nuova koinonia». Il dr Giovanni ha lasciato la politica, ma, quando andrà in pensione, pensa di impegnarsi in «qualche servizio alla persona». Pur sapendo – e qui torna a Dante – che i difetti dell’animo umano sono sempre gli stessi: superbia, invidia, avarizia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 16 maggio 2018

#Politica #DanteAlighieri #EmmanuelMounier #Fermo #DC

 

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