Cammino la Terra di Marca. Il magico mondo di Vetice

Bisogno di respirare. Stare nel verde. Fare silenzio. Prendo la strada per Vetice di Montefortino. Più avanti ci sarebbe il Santuario della Madonna dell’Ambro. Ci sono stato pochi giorni fa, con i responsabili di Sydonia production, che volevano guardare le sibille nella cappella della Madonna. Il restauro è in corso; la navata è selva di tubi innocenti; Giulia Alessandrini, l’architetto, assicura che i lavori procedono spediti.

Invece, m’inerpico con destinazione La Roccaccia. Era l’antica torre medievale che controllava il passaggio di uomini e merci nella parte alta della vallata del Tenna. Un imprenditore, Enrico Biondi, l’ha ristrutturata e fatta rivivere.

Il vicino colle è il Colle de La Roscia. Non arrivo alla torre. Mi fermo alla svolta. A sinistra un antichissimo monastero, oggi quasi casa colonica. Lo supero. Mi affaccio sulla collina che domina il fiume Tenna. Non scendo. Ma lo sento che è in piena. La sua voce è possente. Nella sacca il mio blocchetto d’appunti . Vi segno le frasi di libri che più mi hanno colpito. Ce n’è una che fa per me, stamattina, di Hermann Hesse: «Serenamente contemplava la corrente del fiume; mai un’acqua gli era tanto piaciuta come questa, mai aveva sentito così forti e così belli la voce e il significato dell’acqua che passa».

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A dx la Roccaccia e a sx la gola dell’Infernaccio

Sulla collina opposta, una radura, un quasi quadrato perfetto a sinistra di Rubbiano, ospita una numerosa famiglia di cinghiali, dalle proporzioni varianti. Il più grande ha un colore scuro intenso.

Siedo su una pietra. È piovuto di recente. Evito il fango. Forse, per l’età che avanza, il tema del tempo si fa centrale. Ho con me un libro di Zygmunt Bauman. Il sociologo  polacco ha parlato spesso di una situazione puntillistica, «viviamo immersi in una dimensione temporale che non è più lineare (come durante la modernità), né tanto meno ciclica (come nelle civiltà pre-moderne), ma frammentata, fatta di tanti piccoli istanti non necessariamente connessi tra di loro. E quasi sempre interrotti». Se dovessi far riferimento alla musica direi: «… un insieme di eventi sonori isolati, con un risultato di rarefazione estrema del tessuto musicale».

Parlando giorni fa con un docente universitario, mi diceva che siamo in un’era in cui i social sottraggono sempre di più il tempo reale, che ci troviamo in una nuova forma di vita, dove sono cambiate le modalità dello stare insieme. E dove i social consentono a tutti di prendere la parola. Bene? Male? Chissà. Sono scettico.

Ho bene in mente una frase del filosofo Paul Ricoeur: «Viviamo in un’epoca cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini». I fini, i motivi, i traguardi: atrofizzati nell’eterno e svilito presente.

Tocco la terra bagnata. L’annuso. Mi sporco le mani. Raccolgo un pezzo di ramo che si sta disfacendo. C’è concretezza. Il cellulare non prende. Grazie a Dio. Rifletto.

Sento un raglio d’asino e campanelle di capre o di mucche. Non vedo. Sono nell’insieme. Sto bene, qui. Misterioso il nostro cervello. Chissà da quale file zampilla una frase recensita del film Kung Fu Panda: «La tua mente è come quest’acqua, amico mio: quando viene agitata diventa difficile vedere, ma se le permetti di calmarsi la risposta ti appare chiara».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 3 giugno 2018

#Sibillini #Vetice #Roccaccia #Bauman #PaulRicoeur #KungFuPanda #DestinazioneMarche

 

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