Il breve cammino di Matilde

«L’umana avventura», ha scritto qualcuno. Per Matilde Porto è stata un’avventura breve, un breve cammino. Negli ultimi tempi, immagino, doloroso. Nell’ultimo atto, credo, ancora di più. Ora c’è pace. Quella che ha trasfuso Alessandro, il padre, leggendo uno scritto di Michela, la madre. Alessandro ha battuto, ripetutamente, l’indice della mano destra sul leggio e sui fogli. Per dire «grazie», grazie ai tanti che sono stati con loro, che sono stati con Matilde. E vengono fuori storie incredibili…

Martedì 5 giugno, è il funerale della quattordicenne. Il Duomo di Fermo è straripante.  Mai vista tanta gente. Mai visti tanti ragazzi e bambini con in mano fiori bianchi; mai visti tanti insegnanti e amici e conoscenti e gente comune ritrovatisi insieme. Una comunità, un popolo che ha invaso il centro storico di Fermo e la Chiesa madre.

Non è la cronaca che interessa. È cercare di cogliere qualcosa d’altro. Di più. Perché altrimenti la morte avrebbe l’ultima parola. Invece, no.

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Funerale, abbiamo detto, ma anche festa. Perché chi crede sa che non finisce qui. Che un’altra vita attende la ragazza. Anzi, Matilde è già in quella festa. Ma è duro dirlo.

La bara è sotto l’altare. Quasi in simmetria con il gruppo dell’Assunta. La Vergine Maria ha una mano tesa al cielo e una alla terra, come per accogliere e accompagnare tutti noi. Matilde ora.

Ma chi non crede? Per chi non crede ci sono altre storie che sbalordiscono. Quelle delle amiche e degli amici, degli scout, dei ginnasiali compagni di scuola. Di chi, in questi mesi complicati, ha preso lo zaino di Matilde e se l’è messo sulle spalle; di chi ha portato i compiti a casa; di chi le ha curato le unghie, l’ha pettinata, le ha fatto sentire la musica, le ha raccontato i fatti di classe; di chi, addirittura, ha voluto che il galà scolastico si facesse in casa Porto. Hanno dato, ma, soprattutto, hanno ricevuto.

Non la conoscevo, me ne avevano parlato amici comuni quando si pregava per la sua guarigione.

Scatta la domanda, è umana: Dov’eri Dio quando i genitori ti avranno implorato, quando tanta gente ti ha rivolto una richiesta che potevi esaudire? Non lo hai fatto? O lo hai fatto a modo tuo? Prendendoti in grembo una ragazzina bellissima e provocando nel cuore dei suoi amici, parenti, conoscenti, una rivoluzione?

Un Inno canta: «E mentre lieve l’ombra cede al chiaror nascente, fiorisce la speranza del Giorno che non muore». Il Giorno che non muore! E un Cantico aggiunge: «Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne».

Le lacrime che ho visto nei volti dei ragazzi e degli adulti, i singhiozzi dei presenti tradivano una metamorfosi. I  nostri cuori di pietra: pietra dell’inconsistenza, del vuoto, dell’inutile, trasformati in cuore di carne, pulsante, viva, capace di amore e di amare. Nella morte di Matilde ho colto questo. Non un germe di morte, ma un germe di vita. Ed è per questo che, Alessandro e Michela, hanno voluto che le offerte raccolte in chiesa vadano all’Associazione Condividere per il Progetto Matilde, rivolto ad aiutare  i bambini disagiati e abbandonati, di 4/5 anni, delle favelas di San Paolo del Brasile. In ognuno di loro ci sarà qualcosa di lei.

E stavolta dobbiamo essere noi a dire: «Grazie, Matilde».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 10 giugno 2018

 

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