Gente di Campo. Il vino di Maria

Il fiume Tenna è lì sotto, a due passi. Con le sue anse e la sua ghiaia. Penso sempre che un parco fluviale, come l’Alex Langer monturanese, sarebbe un’ottima cosa. Poi c’è la strada, che è stretta e trafficata. Infine, la collina, dolce e piena di vigne al sole, degradanti. Sono quelle dell’Azienda agricola Conti Maria, zona Bore di Fermo. Alla cantina e al punto vendita si arriva superando un cancello in ferro e salendo un tratto di via. Il cascinale è ad un piano. Lo hanno ristrutturato da poco (dicembre 2017). Ha il colore della terra, come un tempo si costruivano le case di campagna. Probabilmente ci ha messo le mani il sig. Valeriano Strovegli, che in gioventù era imprenditore edile, e che nel 1984 ha acquistato il terreno e la vecchia vigna. Cambiando professione, insieme alla famiglia.

Oggi, i 12,5 ettari sono tutti vitati, come si dice in gergo. Uva bianca e uva rossa. Il vigneto è stato rinnovato nel 2006. L’azienda è certificata Bio.

Arrivo nel punto vendita che c’è gente con damigianette per approvvigionamento di vino sfuso.

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Lisa Lanciotti provvede a riempirle. È la nuora del sig. Valeriano, è giovane, è quella più impegnata in azienda, lavorava in uno studio commerciale, ha scelto la vita di campagna. La titolare Maria Conti, moglie di Valeriano, è occupata e non la incontro. Incontro invece suo figlio Felisiano (come il noto cantante José, precisa lui), di professione informatico. In vigna da una mano quando può. Ma è lui, con il rafforzo di Lisa, a raccontare dell’azienda. «La prima vinificazione è del 2007. Precedentemente c’era solo produzione di uve che venivano conferite al consorzio Colli Ripani. Poi s’è deciso di fare altro». L’impresa non è grande, ma chi ha assaggiato i vini parla di sicura qualità. Lo attestano anche i premi che risaltano dalle pareti del punto vendita. L’ultimo risale allo scorso anno. Le Marche nel bicchiere-2017 hanno promosso il vino Passerina come il migliore per il rapporto qualità/prezzo. In due quadretti, anche le poesie sul vino di Lucio Torquati.

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Passerina, dunque, ma non solo. Per i Bianchi ci sono anche lo Chardonney e il Pecorino. I Rossi annoverano il Montepulciano, il Sangiovese e il Merlot. Cinquemila le bottiglie prodotte. Vanno in alcuni supermercati, ristoranti e negozi del territorio. Ma è sullo sfuso che si punta.

Il mercato è  locale. Niente pubblicità se non il passa-parola. L’azienda ha un sito ma non ricorre a face book.

Il sabato è la giornata clou della clientela. Nel resto della settimana gli acquirenti si spalmano nelle diverse ore del giorno.

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Rientriamo nel punto vendita. Dalle bottiglie esposte, leggo i nomi: Virida, il verde freschezza latino per la Passerina, che è anche Bore. Tore è un Pecorino dal nome tronco del  nonno; Loiano, che fu soprannome di uno di famiglia, è un Montepulciano; Ziò Giò, è un Sangiovese, in onore di un operaio. Mi colpisce però Martine, uno Cardonney dedicato ad un’amica francese scomparsa.

Conti sala.jpg

Gusto e memoria. Mi congedo in una sala ad archi. Punto degustazione? «Per ora no. Chissà in futuro».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 29 giugno 2018

#Vino #Merlot #Sangiovese #Chardonney #Fermo

 

 

 

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