Minori… per modo di dire. Gino Massetti, l’ultimo vero comunista

L’ultimo comunista! Ma di quelli veri. Venuti dal popolo. Vissuti tra il popolo. Che lavoravano con le mani. Con il senso dell’onestà, dell’uguaglianza e della giustizia. L’ho incontrato a Porto Sant’Elpidio, in un quartiere vecchio, con le case a un piano. Faceva il ciabattino. Ora è pensionato.

Gli ho chiesto di aprirmi il suo vecchio laboratorio. Ha acconsentito. Abbiamo fissato l’appuntamento lì. Ed è stato un bell’incontro.

Un locale piccolo, striminzito, quadrato e alto, ingombro ancora di vecchie macchinette non più usate. Annusando, si può catturare l’odore della colla e del mastice.

Gino Massetti ha 83 anni e una vivacità da quindicenne.

Indossa una bandana viola intorno al capo per frenare il sudore di queste giornate. Se, per quel vezzo (o necessità), dicessi che assomiglia all’ex cavaliere Berlusconi potrebbe anche cacciarmi via. Me ne sto zitto e guardo intorno. Alle pareti una mostra di poster cartoline manifesti. Su tutti campeggia il ritratto del Che.

Guevara ammonisce da sopra lo sgabello del calzolaio: «Hasta la victoria siempre».

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Il sig. Gino Massetti

Giocando allora sul suo campo, chiedo: «Comunista, sig. Gino?». Mi guarda, sorride, esplode: «Io, certamente». Come per dire: io sì, gli altri molto meno, forse addirittura no. E aggiunge: «Io sono di Lotta continua». Il movimento è sparito da decenni, ma lui ancora ci pensa.

Esce fuori un nome di un importante ex Pci, che a suo dire riceverebbe 93 mila euro di pensione al mese. Non credo proprio. Ma anche se fossero solo 10 mila, non sarebbe comunque giusto a fronte dei 550 euro mensili che riceve Gino dopo una vita di lavoro e sacrifici.

«Ho iniziato a fare il calzolaio a 13 anni. Si lavorava anche di notte. È stata durissima. Ed oltre al calzolaio ho fatto anche il pescatore». Ci si ingegnava, a quel tempo. Occorreva portare a casa il pane. «Facevo di tutto, meno che il ladro!».

Scorro manifesti e foto. Ci sono quelle di Padre Pio. Lui ci crede. Il sig. Massetti porta al collo una grande croce. Comunista e cristiano. Non so quanto praticante, ma questo importa meno. Comunque, il Santo di Pietrelcina è bilanciato dall’immagine di Mao Tse Tung.

Sulla parete lunga dello stretto corridoio prima del laboratorio, sono allineate le foto di molte belle donne. Sue clienti, un tempo. Quasi un casting.

Gli chiedo perché lo chiamino tutti il maestro magiaro, in italiano, o Lu magiaru, in dialetto. Non risponde. Snocciola invece la formazione: da portiere a centravanti, dell’Ungheria ai Mondiali di calcio di non so quale campionato degli anni 50-60. Tifoso, dunque. E sfegatato anche della Juventus, e qui non gli frega degli Agnelli, della Fiat e dei Padroni.

Tornando alla politica, mi racconta di un gatto. Che ha chiamato Stalìn, con l’accento sulla i, pur pensando al giorgiano. Un altro invece è Sbirulì. Piccolissimo, lo salvò da un affogamento in un tubo ormai colmo d’acqua. Se l’è portato a casa. Quasi si commuove quando me lo racconta.

Continuo a scrutare i muri e le sorprese non mancano. C’è la sua foto sottobraccio al vecchio sindaco di Montegiorgio, Armando Benedetti, che ha guidato una amministrazione di destra. E che ci fa? «Ci fa che a Montegiorgio ho passato i più begli anni della mia giovinezza, da calciatore». Calciatore? «Sì sì. Esattamente: centrocampista. E ogni anno mi invitano, ed io partecipo, alla rrempatriata di settembre». Un poster ormai ingiallito sta di fronte allo sgabello del ciabattino. «Io sono il terzo da destra, accovacciato».

Gli sono rimasti impressi di quegli anni due calciatori della Montegiorgese: Gianni Diluca e Roffo Alessandrini. Ma ricorda bene le scroccafuse di Carnevale al teatro Alaleona.

Abbiamo concluso. Mi viene quasi quasi di salutarlo a pugno chiuso. Con la mano sinistra. Gino il comunista: una specie da conservare.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 7 luglio 2018

#PCI #CheGuevara #calzature #Juventus #Stalin

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