Guardando il “Giano Bifronte” di Penna San Giovanni nell’attesa della via del sale

Prendo per la montagna. E non è novità. Nella zona Parapina di Servigliano scorgo Giovanni Miconi, frantoiano, sta dando acqua agli ulivi.

È presto. Mi fermo. Ci sediamo all’ombra. Tira leggera brezza. Io, che tento di credere al Cristo della Resurrezione, lui che guarda al Grande Architetto dell’universo: croce da una parte, squadra e compasso dall’altra. Dialoghiamo. È in uscita il suo libro La Rola. Leggo la presentazione di un personaggio di spicco del Grande Oriente d’Italia. Interessante!

Farfalle bianchissime, che volano a sciame per una sorta di loro migrazione mare-monti (che non è solo la strada che mai si farà), si sono posate sul blu del campo di lavanda, lucenti al sole che viene da est.

Penna terme
Le vecchie terme

Guardiamo il fiume, che non si vede, ma che sappiamo esserci. Più facile intravvedere il vecchio tracciato della ferrovia.

A fine anni Quaranta, racconta Giovanni sapendo di farmi cosa gradita, in un giorno di festa, la statua della Madonna di Loreto viaggiò, sul far della sera, sul trenino completamente addobbato e illuminato. Luci dappertutto lungo la massicciata. Umili lumini realizzati con barattoli di latta. E tanta gente che scendeva dai borghi a rendere onore e ringraziamento alla Vergine. Il trenino rallentava la già lenta marcia e il popolo si inginocchiava, immagino, a quel passaggio, sino ad Amandola. Una catena umana, ininterrotta.

È la mia volta di raccontare, e non so se gli farà piacere il mie dire. Napoleone Bonaparte di quella schiatta del Libero pensiero massonico, occupando le Marche occupò Loreto, fece imballare la statua di Maria, e la spedì al Direttorio di Francia. Vergò un messaggio ai capi della Rivoluzione. Scrisse, grosso modo: vi invio la Madonna… che è di legno. Solo di legno!!!

Guardiamo Penna San Giovanni

Emerge una lettura pagana e un po’ esoterica. Il paese ha un doppio profilo. Come un Giano bifronte. La parte verso il Tenna è dolce, gradevole, digrada lentamente. L’altra, quella verso Sant’Angelo in Pontano, è fosca, arcigna, in alcune sua parti vien giù quasi a picco. Vado per mio conto.

Nella parte mediana dove scorre il Salino, affluente del Tenna, e dove un tempo sorgevano le terme, mi imbatto in una sorta di canyon stretto o di gola. Non è l’Infernaccio ma poco ci manca. È scuro pur nella luce del giorno; è intricato pur nella vicinanza di un parco ben curato. Mi dicono che nei pressi sorgeva il pozzo poderoso. Chissà, forse un ingresso verso mondi altri?

C’era la Fabbrica del sale sulla piana. Fonte di guadagno per la comunità pennese sin dall’antichità. Mi dicono di un progetto per riaprire La via del Sale. Un altro ce ne fu per La via delle acque.

Si ottengono soldi, si realizzano cose, poi tutto torna a fermarsi, a tacere. Dimenticato? Non gestito?

Da ministro dell’Istruzione, Benedetto Croce disse: «Il paesaggio è il vero volto della patria», e l’archeologo Andrea Carandini ha ricordato recentemente che «il paesaggio è il primo soggetto culturale, l’insieme delle relazioni fra cose eminenti e il territorio, la storia». Magari anche la leggenda, come quella che vuole seppellita sotto l’antica torre ormai scomparsa di Penna San Giovanni, una chioccia d’oro con i suoi pulcini altrettanto d’oro.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 22 luglio 2018

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