Sax e scarpe per il Principe di Bologna, Rocco Pistonesi

Da nemmeno una settimana è tornato dalla Germania. Ha suonato in uno stupendo locale di Roseheim, in Baviera. Il suo gruppo fa jazz. Poi, ha tolto la tracolla del suo sax e ha asciugato le ance. Li ha riposti con cura nella custodia dove, accanto a qualche spartito musicale, è probabilmente depositata una brochure nera. Chi l’ha vista, ha pensato alle edizioni di Franco Angeli, dove il nero prevale, molte foto sono in bianco e nero, e i caratteri di una linearità affascinante. La brochure presenta in basso una scritta in sovraimpressione: Rocco P., che sta per Rocco Pistonesi, titolare del calzaturificio Principe di Bologna.

Rocco è musicista e imprenditore. Partiamo da quest’ultimo ruolo. La sua azienda si trova a Torre San Patrizio, paese dove è nato 56 anni fa. 20/30 mila paia di scarpe all’anno. L’impresa discende dalla famiglia, nel senso che ad iniziarla nel 1961 pensarono due fratelli: Quinto e Ulderico Pistonesi, rispettivamente zio e padre di Rocco, Eusebio e Donatello.

Rocco
Rocco Pistonesi

Rocco, unico direttore creativo del brand, ha creato la sua prima collezione omonima (Rocco P) nel 1991.

Diplomato ragioniere al Carducci di Fermo, Rocco ha studiato successivamente a Milano presso la Ars Sutoria, scuola per stilisti, calzature e pelletterie. Terminati gli impegni scolastici, ha scelto la via dell’estero: sei anni in Germania, «a fare il porta a porta con le valige colme di scarpe» e un po’ meno in Inghilterra. Le lingue le ha imparate da autodidatta.

Nel 2012, per due mesi è stato anche presidente della sezione calzaturieri di Confindustria Fermo. Con una lettera aperta ai soci si è dimesso non condividendo alcune impostazioni.

Le sue scarpe sono marcate Handmade in Torre San Patrizio, «un marchio pensato sia per prendere le distanze dagli “spesso” falsi Made in Italy, sia per sottolineare l’identità del prodotto a Km 0, nato e costruito esclusivamente all’interno dell’officina di Torre San Patrizio».

Della sua Torre, di cui è profondamente innamorato, dice che ci sono imprenditori coraggiosi che non mollano nonostante le difficoltà del settore. Mi fa alcuni nomi: i calzaturifici Gordon, Jape, Fagnali, il sacchificio Iuri Mazzoni. «Esemplari», sottolinea, «modelli da proporre».

Sul Made in Italy è categorico: una battaglia di 40 anni mai sposata in pieno, finora, dalla classe politica.

La vita dell’imprenditore è durissima, specie oggi. «Se non ci fosse la musica sarei fritto». E allora ecco il jazz e il gruppo degli Smallchange, cinque strumentisti con alla tromba Roberto Piermartiri.

Rocco, oltre al sax, canta. Sì, perché, oltre al jazz, gli Smallchange ri-arrangiano i grandi classici come Vedrai vedrai di Luigi Tenco o Una sigaretta di Fred Buscaglione.

La foggia del jazzista ce l’ha tutta. Pantaloni blu con bretelle su t-shirt bianca e montatura semi rotonda degli occhiali. Un personaggio da locali tipo La Buca di Milano. Ieri sera esibizione al Minonda di Porto San Giorgio.

Una passione smessa a febbraio del 2005 è stato il paracadutismo. «Ne ero quasi diventato dipendente» scherza, ricordando i momenti bellissimi del volo e del lancio.

Un’altra passione è quella per il suo paese. «Vorrei che fosse un paese vivo e vorrei che Villa Zara tornasse agli splendori di un tempo, fosse recuperata».

Villa Zara è stata il luogo dei giochi da ragazzino, «quando, con un po’ di paura, ascoltavamo dalla bocca di anziani contadini le storie nere, leggendarie di antichi misfatti, di donne della servitù uccise e murate tra le pareti». Fantasie, certamente, «ma che ci provocavano i brividi e ci spingevano a sfidare le dicerie penetrando nell’edificio abbandonato».

Vederla ora così, ridotta ad un cumulo di macerie, gli fa male. E vorrebbe far qualcosa.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato, 21 luglio 2018

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