Franco Michieli e il suo Andare per silenzi

Non è marchigiano. È un lombardo milanese che ha scelto le Alpi. Per viverle e abitarle. L’ho conosciuto a Smerillo, al Festival Le Parole della montagna. C’era il suo libro da presentare: Andare per silenzi. Mi intrigava, quel titolo. Di più, il suo contenuto. L’ho fatto. Lui è Franco Michieli, 56 anni, giornalista, scrittore, geografo, camminatore. Ma su tutto: persona semplice, diretta, essenziale.

Ci hanno piazzati in un prato, fuori dall’arco, a due passi dalla Fessa: la fenditura della montagna. Un palchetto, tre sedie, un tappeto rosso. Troppo. Volevamo scendere tra il pubblico. Abbiamo iniziato a parlare. Incredibile Franco! È arrivato a Smerillo con il suo zaino rosso, scendendo da Monte Amandola. Lo stesso zaino che lo ha accompagnato da un capo all’altro della Norvegia, dell’Islanda, della Groenlandia… Mi ha raccontato che quello zaino arriva a pesare anche 32 chili, quando lui ne pesa sì e no 60.

Michieli
A dx Franco Michieli

Sulla copertina del libro c’è la sua foto: è solo, dinanzi ha un deserto, sembra primo mattino, gli fanno compagnia le nuvole. Campeggia una scritta: La meravigliosa avventura di un camminatore nelle terre senza confini.

Cerca il silenzio, Franco Michieli. Cerca un contatto diretto, unico, vero con la natura e gli animali. Un ritorno a ciò che vale sul serio, senza sovrastrutture. Ricorda di un attraversamento a piedi di una valle disabitata: un puma lo segue dall’alto, appare e scompare tra le rocce, per un lungo tratto. Franco continua la sua strada, senza gesti improvvisi. Il puma intuisce: nessuna intenzione bellicosa da quel piccolo uomo in basso. Nessuna intenzione bellicosa da quel comunque pericoloso animale. Magrissimo, occhi azzurri, barba, capelli neri, Franco ha scelto un tipo di vita diverso. È nato a Milano il 1 marzo 1962. Ha frequentato la montagna fin da piccolo, complice la famiglia che si recava sulle Dolomiti nel gruppo del Civetta (BL) grazie a una nonna di Agordo, e in Valle d’Aosta, sotto al Cervino, «perché ci stavano in villeggiatura i nonni materni».

Da ragazzo si è appassionato all’atletica leggera: il mezzofondo, arrivando due volte quarto ai campionati italiani giovanili, ma dai 18 anni in su non ha più fatto agonismo. Un’altra la scelta: «Correre nella natura come vi corrono gli animali (o i cacciatori arcaici) è stata una passione che ho sempre mantenuto accanto a quella per l’alpinismo, l’esplorazione e le lunghe traversate a piedi o con gli sci».

Ma il suo DNA era segnato. Suo nonno paterno, veneziano, era storico, geografo e scriveva le biografie dei grandi esploratori, come Amundsen, Stanley, Livingstone e il Duca degli Abruzzi.

Franco si è formato all’avventura leggendo «tutti i libri dei viaggi straordinari di Jules Verne». Dopo il liceo scientifico frequentato a Milano, si è laureato in Geografia a Genova con una tesi sulle prospettive e i problemi del Parco nazionale del Gran Paradiso.

Un rapporto particolare lo ha stretto con padre Ugo e i volontari dell’Operazione Mato Grosso per le attività in Perù e Bolivia in favore delle popolazioni andine.

Per orientarsi Michieli non ricorre a strumenti tecnologici. Guarda, osserva, comprende e s’immerge nella natura… e la soluzione arriva, «perché siamo un tutt’uno», come nel disegno di Ildegarda di Bingen: un uomo abbracciato dall’universo e dalle sue forze: aria, acqua, fuoco e vento.

«Io cammino su quattro appoggi – scrive nel suo libro -, sono un animale a quattro zampe. La prima è il silenzio… la seconda zampa è la bellezza…la terza è la fatica fisica… Infine la quarta zampa è imparare a perdere». Perdere ciò che crediamo sia lo scopo della nostra esistenza: danaro, consenso, fama, successo.

Ma una massima medievale recita: homo/humus; fama/fumus; finis/cineris.

Siamo terra, humus! Franco ce lo ricorda.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 28 luglio 2018

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