I nostri “Lorello e Brunello”

Si può parlare di agricoltura e di lavoro nei campi nel bel mezzo di un’estate caldissima?.

Si può. È accaduto venerdì tre agosto, nel cortile di Palazzo Conventati a Macerata, pieno centro storico.

Sullo schermo, sarebbe stato proiettato da lì a poco il docu-film Lorello e Brunello del regista Jacopo Quadri, presente in sala.

La storia è bella e dura. Lorello e Brunello Biondi, gemelli, vivono da soli nel podere dove sono nati ai Pianetti di Sovana, in Maremma, una campagna dura e ventosa. Il lavoro, senza mai un giorno di pausa, è una condizione naturale che non si mette in discussione. Eppure sono in perdita, così non ce la fanno: hanno 400 pecore e 100 ettari di terra, ma il latte vale sempre meno e il grano peggio. Vedono prosperare intorno a loro l’economia dei grandi viticoltori oggi proprietari del latifondo, sconfitto un secolo fa dai loro nonni. Altri Biondi sono i protagonisti con Lorello e Brunello di questa storia contemporanea: Ultimina, che li ha visti nascere e accompagna i loro mille lavori, Giuliano che non riesce a governare i maiali, sua mamma Wilma che vorrebbe ribellarsi a quella miseria. E ogni sabato Mirella, la fidanzata rumena di Brunello che lavora in un paese vicino, cucina e pulisce, ma non può fermarsi a dormire. In quattro parti, dall’estate alla primavera, il film segue per un anno la vita dei gemelli Biondi e dei vicini di podere, un giorno dopo l’altro, a mungere e vegliare, con la minaccia dei lupi che stanno ripopolando le macchie, le albe, la polvere, i recinti, il fieno, le morti e le nascite, gli animali.

Lorello e B

Perché ne parliamo in questa rubrica? Perché la vita di Lorello e Brunello è molto simile quella di tanti nostri agricoltori del sud Marche, alcuni dei quali dal Fermano e dal Maceratese erano presenti in sala. E non lo scrivo io dalla scrivania, ma lo raccontano loro con la vita quotidiana. E qualcuno lo ha fatto anche la sera del film. Come Angelo Angelici di Valfornace, un centro che ha conosciuto il terremoto, i ritardi della burocrazia, i problemi del mancato ricovero di animali e del loro sostentamento.

Ad intervenire al dibattito è stato anche Ugo Pazzi, di Moresco, responsabile regionale di Slow Food. Lavoro, sacrificio, nuova agricoltura, rispetto dell’ambiente: i temi trattati non come un diversivo di una strana serata sotto le stelle, ma come possibilità di nuova economia e nuovi-antichi valori.

Lego quell’avvenimento ad un altro che si è svolto sabato scorso a Moregnano, frazione del comune di Petritoli. Roberto Ferretti ha mobilitato 21 piccoli produttori agro-alimentari realizzando ancora una volta in un borgo tanto silenzioso e bello quanto marginale rispetto ai ritmi della contemporaneità, la Sagra de li tajulì pilusi. Sagra vera, non inventata per soldi, che prende le mosse da qualcosa di esistito ed esistente, che coinvolge gente dal basso, che racconta storie vissute, che mette all’opera signore novantenni interpreti viventi dei ruoli da vergara.

Due spaccati di vita. Per dire che Si può vivere così, magari modernizzando qualcosa, ma riscoprendo un senso profondo di comunità e attaccamento alla terra.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 10 agosto 2018

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